L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 21 marzo 2021

Lo stregone maledetto che rottama Euroimbecilandia è poco credibile

Draghi ha rottamato il fideismo europeistico

21 marzo 2021


“Se il coordinamento europeo funziona, bene. Sennò bisogna andare per conto proprio. Questo è il pragmatismo a cui stavo facendo riferimento prima”. Così Draghi ha scolpito tre linee guida fondamentali da seguire quando si tratta con Bruxelles. Il corsivo di Giuseppe Liturri

Da più parti negli ultimi giorni si rimproverava al presidente del Consiglio, Mario Draghi, una complessiva carenza della comunicazione. In effetti è comprensibile lo sbandamento per essere passati in poche settimane dalle conferenze stampa a base di paternalismo ansiogeno di Giuseppe Conte, ad uno stile di comunicazione diametralmente opposto.

E ieri sera Draghi ha confermato che è meglio tacere anziché parlare solo per dare fiato alla bocca. Si parla quando si ha qualcosa da dire. Anzi, il silenzio che precede serve a dare ancora più rilevanza a quello che si afferma. Altrimenti è tutto rumore di fondo.

“Bisogna essere pratici. Il coordinamento europeo ha un grandissimo valore aggiunto, l’ho sempre sostenuto, ma qui però si tratta della salute. Quindi se il coordinamento europeo funziona, bene. Sennò bisogna andare per conto proprio. Questo è il pragmatismo a cui stavo facendo riferimento prima”.

Non siamo al “whatever it takes” pronunciato in piena crisi dello spread a luglio 2012, ma ci siamo molto vicini. Anzi, il tempo dirà se questa frase non segni l’inizio di una rivoluzione copernicana nei nostri rapporti con l’Ue.

In tre righe Draghi ha scolpito nella pietra tre linee guida fondamentali da seguire quando si tratta con Bruxelles:
  1. Pragmatismo prima di tutto, quindi nessuna cieca adesione ideologica. Che invece è stato il pilastro portante di 30 anni di dialogo con l’Unione europea. Questa istituzione è sempre stata ritenuta un valore positivo in sé. Le sono stati attribuiti sempre tutti i successi (anche quando inesistenti) e, di fronte ad evidenti insuccessi, come l’austerità del 2011/2012 o il fiasco sui vaccini, la spiegazione è sempre stata quella che non c’era stata abbastanza Europa.
  2. Pragmatismo significa fare una valutazione costi-benefici delle soluzioni che ci propongono da Bruxelles. I benefici del coordinamento europeo, al netto dei notevoli costi organizzativi per ottenerlo, sono superiori ai costi? Per noi sembra una novità. Ma è l’approccio di tutti gli altri Stati membri. L’Ue non è un feticcio da adorare sempre e comunque. Va misurata e valutata su ogni decisione.
  3. E nel caso l’esito di questa valutazione fornisca un risultato negativo per noi, che si fa? Se ci chiedessero qualcosa di paragonabile al biblico sacrificio dei primogeniti, chiniamo il capo ed obbediamo o salutiamo educatamente e chi chiamiamo fuori da un’istituzione con evidenti problemi di progettazione e funzionamento? “Sennò bisogna andare per conto proprio”, ha risposto Draghi. Ecco arrivata la risposta che farà perdere il sonno a chi ancora idealizza l’Ue.

Riuscirà finalmente il nostro Paese a capire che il sovranismo – parola pronunciata sprezzantemente con accezione negativa – non esiste, ma invece esiste, eccome, la difesa dell’interesse nazionale, sia che si tratti di vaccini che di economia?

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