L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 8 marzo 2021

Nessuno ci obbliga ad accettare il Recovery Fund, 30 miliardi l'anno possiamo trovarli sul mercato e senza nessun VINCOLO ESTERNO, solo l'euroimbecillità ideologica ci fa accettare supinamente questo meccanismo perverso che ci lega sempre di più ad Euroimbecilandia


7 MARZO 2021

La stesura del Recovery Plan è un affare troppo importante per ammette errori. Sul piatto ci sono 209 miliardi di euro che l’Unione europea è pronta a destinare all’Italia, ma solo a fronte di un documento capace di tratteggiare una road map efficace ed efficiente, ma soprattutto in grado di seguire alla lettera le raccomandazioni di Bruxelles. Ci sono, infatti, delle piccole regolette da seguire e un paio di parole chiave da rispettare.

Tutto dovrà ruotare attorno ai concetti di riforme e investimenti, con questi ultimi che dovranno essere calibrati per coprire settori precisi e in percentuali stabilite (ad esempio, almeno il 37% per il Green e il 20% per la trasformazione digitale). Districarsi in un labirinto del genere non è facile, a maggior ragione se consideriamo il tempo rimasto a disposizione. La scadenza entro la quale l’Italia dovrà consegnare il Recovery Plan alla Commissione europea è fissata al prossimo 30 aprile.

Il governo Draghi è quindi chiamato a una tripla mansione: bruciare le tappe, rispettare i vincoli europei e, last but not least, stendere un rapporto volto a rafforzare il potenziale di crescita dell’Italia, creare nuovi posti di lavoro e migliorare la resilienza – non solo economica – di un Paese travolto dalla pandemia di Covid.
Non solo McKinsey

La stesura del piano spetta al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Data la situazione delicatissima, il Mef ha coinvolto alcuni advisor. Usiamo il plurale perché, a differenza di quanto anticipato, non ci saranno soltanto gli americani di McKinsey a supportare il dicastero incaricato all’economia. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, sarebbero stati arruolati nella missione Recovery Plan anche Ernst & Young, Pwc e Accenture. I primi due sono veri e propri giganti della revisione, mentre l’ultimo della lista è specializzato sul settore digitale, proprio uno dei capitoli centrali del piano.

Ma chi sono i “colossi”? E qual è il loro ruolo? Partiamo subito col dire che stiamo parlando dei classici “giganti con fatturati a sei zeri”, in parte già coinvolti da ministeri e Pa (è il caso di Pwc, E&Y e Deloitte). Queste società di consulenza lavorano sui singoli aspetti dei progetti, ma sono in genere coinvolte nelle fasi preparatorie. Adesso, nel caso italiano, assistiamo a un loro coinvolgimento in una fase cruciale delle decisioni progettuali.

In merito a McKinsey, il Tesoro ha comunque chiarito il perimetro entro il quale si muoverà la società americana, che sarà presumibilmente lo stesso che varrà anche per gli altri soggetti chiamati in causa: “Non è coinvolta nella definizione dei progetti del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza ndr). Gli aspetti decisionali, di valutazione e definizione dei diversi progetti di investimento e di riforma inseriti nel Recovery Plan italiano restano unicamente in mano alle pubbliche amministrazioni coinvolte e competenti per materia”.
Il loro (vero) compito

I suddetti colossi sono stati arruolati dall’Italia con accordi ben poco onerosi, apparentemente non in linea con i loro immensi giri di affari. Il loro contributo non è ovviamente all’insegna delle beneficenza. Queste società di consulenza – sottolinea ancora Il Fatto – trarranno vantaggi di posizionamento. Vantaggi, per intenderci, derivanti dalla collaborazione al più importante piano di investimenti pubblici mai realizzato negli ultimi decenni. Tutto ciò consentirà loro di avere accesso a un bel patrimonio informativo, eventualmente da riutilizzare, in un secondo momento, alla stesura di altri progetti con privati (gli stessi che potrebbero chiamare in causa imprese e Pmi).

Il ministro dell’Economia, Daniele Franco, è atteso in Aula, dove chiarirà l’intera vicenda. La scelta di coinvolgere colossi della consulenza ha già generato diverse polemiche, soprattutto visto e considerando il curriculum di alcuni dei attori chiamati in causa. McKinsey, giusto per fare un nome, nel recente passato è stata coinvolta in vari scandali: dalla crisi degli oppiacei negli Stati Uniti ai legami più o meno stretti con governi non democratici. È pur vero che gli esperti di McKinsey sono stati arruolati anche da Emmanuel Macron per contribuire a stendere il piano vaccinale della Francia. Adesso è il turno dell’Italia.

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