L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 22 marzo 2021

Per scelta ideologica non si deve usare lo Sputnik V ma in compenso SI ad essere imprigionati nelle nostre case. Una strategia suicida e inconcludente di fronte all'opportunismo statunitense e il pestare acqua degli euroimbecilli tutti

LA DIPLOMAZIA DEI VACCINI E I SUOI EFFETTI


22/03/21 

Un aforisma generalmente attribuito a Winston Churchill recita "Never let a good crisis go to waste", ossia "mai lasciare che una buona crisi vada sprecata", perché le crisi portano sì problematiche, ma possono divenire opportunità, spiragli per la modifica dello status quo. È un concetto che sembra essere ben introiettato e messo in pratica dagli apparati russi, i quali si presentano al mondo ancora in piena pandemia da Covid 19 con una leva di soft power dal sicuro impatto tattico, e senza dubbio un potenziale strategico: il vaccino.

Si è assistito in questi mesi, infatti, ad un'accelerazione nelle esportazioni del vaccino russo a beneficio non solo dei partners storici, come la Bielorussia (in realtà quantitativamente nemmeno favorita), o delle zone in cui sia necessario supportare un'immagine positiva, ma anche e soprattutto verso paesi geopoliticamente gravitanti in altre sfere di influenza, particolarmente quella statunitense, o direttamente verso Paesi occidentali.

La Russia non è certamente l'unica potenza ad adoperare questo tipo di approccio: la Cina, a sua volta, sta compiendo un'operazione per molti aspetti simile, come pure l'India, e anche Israele, forte di una campagna vaccinale condotta con grande efficienza, comincia a guardare agli Stati con cui vorrebbe migliorare o rafforzare i rapporti.

In quella che ormai viene chiamata "vaccine diplomacy" ci sono molti giocatori in campo, ognuno con i propri obiettivi e motivazioni; in questo contesto la Russia assume una particolare rilevanza per gli europei, in quanto è una potenza geograficamente vicina, che si è sempre percepita come europea e che ha sempre visto in questo continente lo sbocco naturale di gran parte della propria strategia e propensione geopolitica.


Ma non è solo il quadro europeo a interessare i russi: lo Sputnik V è stato dato in milioni di dosi a Paesi del Vicino Oriente, come Iran ed Egitto, e anche a Stati dell'America Latina, come Argentina, Venezuela, Brasile e Messico.

Gli obiettivi sono molteplici. Vi è innanzitutto un'importante operazione di rinnovo dell'immagine pubblica allo scopo di renderla più positiva: la Russia si offre come benefattrice in una situazione oggettivamente molto difficile e complessa, e ogni titolo di agenzia di stampa che parli di donazioni di dosi di Sputnik V è un titolo in meno che parla di attacchi hacker, di Navalny o del conflitto ucraino. Per una potenza regionale, ma ancora in grado virtualmente di ragionare da potenza globale, sono importanti anche la narrazione e la percezione di sé che è in grado di trasmettere, e i russi ne sono pienamente consapevoli. In secondo luogo, vi è l'appoggio alle Nazioni contrapposte alla potenza egemone statunitense, come l'Iran o il Venezuela che, in reazione all'isolamento politico subito dalla Russia, diventano interlocutori e alleati naturali. In terzo luogo, si è offerto il vaccino a nazioni geograficamente molto vicine agli Stati Uniti, in un'ottica di lungo periodo: è improbabile che la Russia (ma anche la Cina) chieda una compensazione immediata per la sua ostentata generosità, ma si tratta comunque di conquistare le simpatie di Stati che poi difficilmente potranno dire di no qualora un piccolo favore sia richiesto in futuro.

Tale politica appare quindi come un tentativo di rafforzare la propria posizione a livello globale, strappando microsfere di influenza a quella che è la potenza egemone nell'area. Infine, ferme restando tutte le motivazioni sopra citate, con la consueta lucidità che caratterizza da diversi anni i decisori russi, lo Sputnik V sta diventando uno strumento con cui tentare di aggirare l'isolamento imposto a Mosca dagli Stati Uniti e dai Paesi occidentali dopo l'annessione della Crimea nel 2014 e, se possibile, favorire divisioni nel blocco europeo e nell'Alleanza Atlantica.

Vale la pena sottolineare come questa "diplomazia dei vaccini" venga ritenuta così importante dagli apparati russi da essere disposti a sacrificare parte della campagna vaccinale interna, arrivata a coprire appena il 5% circa della popolazione, pur di garantire le decine di milioni di dosi promesse, o distribuite, ai vari Paesi nel mondo. Nel contesto europeo troviamo già all'opera un esempio molto concreto di questa forma di influenza, con la somministrazione del vaccino agli abitanti della regione contesa del Donbass, dove le autoproclamatesi Repubbliche indipendenti di Doneck e Lugansk hanno ricevuto ampio sostegno da parte della Russia, che ha inviato sia dosi di vaccino che personale sanitario. Tale azione è stata poi accompagnata da una duplice offensiva mediatica in chiave anti-Ucraina: da un lato, infatti, è stata data grandissima risonanza alla disparità tra l'Ucraina stessa, ancora molto arretrata nella messa in opera della sua campagna vaccinale, e le Repubbliche del Donbass, dove invece le vaccinazioni procedono molto rapidamente; dall'altra, i media, soprattutto i social media, filorussi, hanno continuato a screditare i vaccini provenienti da altri Paesi; e non senza esiti: il 60% degli ucraini non vuole vaccinarsi, per scarsa fiducia nella qualità del vaccino (l'AstraZeneca prodotto su licenza in India), o per paura di effetti collaterali.

All'interno dell'Unione Europea, la Russia ha iniziato col proporre lo Sputnik V ai Paesi dell'ex-sfera d'influenza sovietica già considerati euroscettici, cioè il gruppo di Visegrad, con l'Ungheria che è stata la prima ad accettare l'offerta (non a caso dei quattro il Paese più ostracizzato dai partners europei), e adottare nella propria campagna vaccinale il prodotto russo.

La Slovacchia ha accettato due milioni di dosi, ma la polemica interna sull'uso dello Sputnik V e la crisi di governo conseguente ne hanno, per il momento, bloccato l'utilizzo.


La Polonia, invece, del gruppo quella storicamente più avversa alla Russia, ha scelto di utilizzare solo i vaccini negoziati dall'Unione Europea, e quindi di origine occidentale.

Nella Repubblica Ceca le due sfere politiche di influenza, quella pro-russa (tra cui lo stesso Presidente della repubblica) e quella più eurocentrica, hanno stentato a raggiungere un accordo, ma infine il vaccino russo entrerà nel Paese entro la fine di marzo. Va ricordato che l'EMA, l'Agenzia europea per i medicinali, non ha ancora approvato l'utilizzo dello Sputnik V, quindi i singoli Stati appartenenti all'U.E. che hanno deciso di farne uso hanno di fatto scavalcato l'ente europeo, in genere ricorrendo ad agenzie complementari nazionali.

In Europa la Francia sembrerebbe in procinto di concludere a sua volta un accordo, simile a quello italiano, per la produzione dello Sputnik V sul proprio suolo, in contrasto con quanto indicato da Charles Michel - presidente del Consiglio europeo - che ha messo in guardia sulla generosità russa in quanto foriera di concessioni future relativamente alle sanzioni e all’attivismo russo nel Mediterraneo e nel Mar Nero.

In questi giorni il vaccino russo è arrivato anche in Italia, non (ancora) come dosi da inoculare, ma sotto forma di un accordo siglato sotto l'egida della Camera di Commercio italo-russa tra la casa farmaceutica italo-svizzera ADIENNE Pharma & Biotech e la partecipata statale russa RDIF, per la produzione dello Sputnik V sul territorio italiano, causando un certo allarme a livello europeo, tanto che la presidente dell'EMA ha invitato tutti i Paesi dell'Unione a non utilizzare o produrre medicinali non approvati, paragonando queste attività al "giocare alla roulette russa".


Sembra tuttavia assai probabile che, nonostante la scarsa aderenza all'ortodossia farmaceutica in fase di sviluppo - in particolare in termini di test - lo Sputnik V sia un prodotto valido, e già a febbraio sono comparse le prime attestazioni su riviste specializzate occidentali. Non deve stupire, quindi un caso particolare verificatosi nel continente europeo, cioè quello della Serbia: qui ha prevalso un atteggiamento molto pragmatico, le autorità hanno ritenuto opportuno procurarsi vaccini da qualsiasi offerente, indipendentemente dalla provenienza, ma valutandone solo l'efficacia. Ciò ha permesso alla Serbia di essere seconda solo al Regno Unito, in Europa, in termini di vaccinati in proporzione alla popolazione, e dunque di avviare a sua volta una sorta di “diplomazia dei vaccini di sponda”, donando dosi di Sputnik V al Montenegro e alla Macedonia del Nord, rifiutandole invece alla Bosnia e al Kosovo.

Non va mai dimenticato che una campagna vaccinale efficace ha una valenza strategica in quanto premessa alla ripresa economica: tutte le Nazioni, infatti, sono state colpite nei propri sistemi di produzione e, chi per primo riuscirà a limitare i danni e a ritornare a condizioni di vita normali, per primo riaprirà i propri mercati guadagnando così un vantaggio strategico su tutti coloro ancora alle prese con la gestione della crisi.

All’offerta del proprio vaccino da parte dei russi, corrisponde dall’altra parte una chiusura di Cina e degli stessi USA, intenti forse a guadagnare una posizione di vantaggio. Se ciò fosse vero, il sacrificio determinatosi dalla perdita di sfere di influenza da parte statunitense (soprattutto in Europa) potrebbe non essere compensato dai vantaggi sul fronte interno. Rimane comunque evidente che la debolezza e dipendenza europea sul fronte della ricerca e nella produzione di farmaci e vaccini crea grosse difficoltà di consenso interno, causato soprattutto dall’acclarata priorità con cui gli USA e gli UK hanno privilegiato i loro interessi.


Tutto ciò si riverbera anche nelle attività internazionali svolte dalle Forze Armate che vedono tradizionalmente fianco a fianco statunitensi ed europei. Tali operazioni hanno subito un sensibile rallentamento e una maggiore complessità gestionale, agevolando così la superiorità locale delle forze di opposizione. In tale contesto si sovrappongono le campagne di disinformazione e di cyber-warfare nei confronti dei Paesi europei allo scopo di creare scontento verso le leadership politiche.

A questi aspetti negativi si affianca l’esperienza positiva legata a un nuovo ruolo affidato ai militari che da braccio operativo, in caso di emergenza, hanno assunto responsabilità organizzative e logistiche senza precedenti, rivedendo il rapporto di competenze tra protezione e difesa civile.

Resta quindi evidente che all’apparente generosità russa, e il consenso derivante, si oppone il protezionismo nazionale USA con effetti che non è possibile prevedere in quanto non si conoscono le conseguenze di una perdita di influenza statunitense. Tutto ciò è ulteriormente aggravato dal pericolo rappresentato dallo spettro delle mutazioni del virus che, in mancanza di una efficace e tempestiva campagna vaccinale planetaria, rischia di aggravare la situazione sanitaria in Africa, Latino America e Asia, rendendo così inutile tutti gli sforzi sino ad ora effettuati.

Non si comprende il ritardo accumulato nell'espandere la produzione mondiale di vaccini anti Covid, cosa che avrebbe potuto essere evitate riconvertendo esistenti filiere, creandone altre, offrendo partnership internazionali e royalties sui brevetti vantaggiosi rispetto ai competitors.

In gioco, infatti, non ci sono solo la tutela della salute e la sicurezza delle comunità, ma anche il ruolo internazionale e il vantaggio economico conseguente alla risoluzione del problema.

La storia ci insegna che potrebbero essere necessari molti anni prima di ritornare a una prospettiva di stabile prosperità e non tutte le Nazioni godono dei presupposti politici, organizzativi, industriali, economici, sociali, culturali, indispensabili alla ripresa, nonché delle risorse necessarie.


L'Italia, purtroppo appare svantaggiata rispetto ai partners occidentali, pericolosamente esposta a essere confinata a un ruolo subalterno, con evidenti conseguenze per il nostre aspettative sociali.

Un aggravamento dell’attuale crisi potrebbe influenzare elettori e governo ridisegnando le scelte geo-politiche e geo-economiche del nostro Paese. In un contesto di possibile degrado sarebbe auspicabile il mantenimento di una più stabile e incisiva collaborazione in ambito europeo e atlantico.

Nel concludere questa disamina si desidera sottolineare come la situazione sia fluida e le esigenze a cui far fronte, anche e solo nel produrre un vaccino offerto da un altro stato, presupponga un’attenta analisi di vantaggi e vulnerabilità.

La Russia si è dimostrata disponibile a colmare un vuoto che l’Europa e gli USA hanno lasciato libero a causa della loro impreparazione (Europa) e opportunismo (USA).

L’indipendenza strategica nazionale si è dimostrata a rischio e ciò deve far riflettere sulle future scelte.

Tra le notizie buone quella di un generale in un ruolo apicale nella gestione dell’emergenza, in linea con i compiti concorsuali della Difesa che riguardano sia la sicurezza della comunità sia la risposta alle crisi.

Cesare Fanton, Bruno Santorio (Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima – CeSMar)

Foto: mos.ru / Mehr News Agency / argentina.gob.ar / ministero della Difesa

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