L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 7 marzo 2021

Scelta a livello strategico: Piano contro Mercato. Tatticamente Fronte del Rifiuto dello stregone maledetto che ha il compito di far evolvere Euroimbecilandia. Il Partito è lo strumento per far viaggiare queste proposte. Unire le masse diseredate continuamente alimentate dal precariato e dal fallimento delle partite Iva

CHI SARÀ SPAZZATO VIA? 

di Moreno Pasquinelli
MAR 05, 2021di SOLLEVAZIONEin POLITICA


Il due febbraio, nelle stesse ore in cui Mattarella consegnava al Presidente della Camera Fico il “mandato esplorativo”, immaginando l’arrivo di Draghi scrivevo:

«Che sia un governo del Presidente, di unità nazionale, d’emergenza, poco cambia, è sicuro che dovrà essere un governo politico forte, non quindi una riedizione di quello di Monti. Affinché la trama vada a buon fine, affinché nasca una maggioranza ampia e trasversale, occorre scompaginare il quadro politico e disarticolare i diversi partiti — possibilmente senza passare per le urne. Per questo lorsignori dovranno far entrare in scena un grande timoniere che traghetti il Paese all’agognato approdo. Egli sarà intronizzato come il grande redentore — in verità sarà un Caronte che condurrà il Paese verso l’Inferno».


Le clamorose dimissioni di Zingaretti sono l’icastica manifestazione della prevista disarticolazione dei diversi partiti, quindi lo scompaginamento del quadro politico che inevitabilmente risulterà dalla più grave crisi sociale dopo la seconda guerra mondiale. Con Draghi la “Terza Repubblica” è in marcia, e avanzerà distruggendo senza pietà i corpi politici di ciò che resta della Seconda. Il mostro nascente ha iniziato a divorare LeU, poi ha sconquassato i Cinque Stelle, ed ora tocca al Pd. E’ la prova che la distruzione creativa è già iniziata, ma è cominciata sul terreno politico. Non poteva essere altrimenti. I dominanti non possono realizzare l’ambizioso piano di ristrutturazione economica e sociale del Paese — conditio sine qua non per mettere in salvo l’Unione europea e non essere spazzati via dal Grande Reset — senza darsi una nuova direzione politica, senza ricostruire una cabina di regia. Draghi non è dunque solo un escamotage tecnico e tattico per tirare a campare; è invece l’incarnazione di un insidioso disegno politico strategico: sottoporre l’Italia ad un regime di custodia o protettorato così da far avanzare il progetto di un’Europa ad assetto federale.

Sbaglia chi pensa che questa distruzione creativa del quadro politico tocchi soltanto le compagini di centro-sinistra che hanno sorretto il Conte2. Essa riguarderà anche il centro-destra, disgregando anzitutto ciò che resta di Forza Italia, per poi coinvolgere Lega e Fratelli d’Italia — l’addomesticamento della Lega “sovranista” è solo la prima tappa.

Di più. Il combinato disposto causato dalla grande crisi, da dodici mesi di pandemia e dall’arrivo di Draghi, travolgerà l’arcipelago delle minoranze oppositive, il campo dove sono oggi confinate le forze del patriottismo sovranista e costituzionale. Se ne vedono già i primi segni — vedi la scissione di Vox Italia e la falcidia in atto dei diversi tentativi soggettivi comparsi e scomparsi nell’ultimo anno.

Nell’agosto del 2019 noi proponemmo un “PARTITO DELL’ITALEXIT”, immaginando che fosse necessario dare vita, mutatis mutandis, ad un partito sullo stile di quello di Farage nel Regno Unito. Il profondo mutamento del quadro sociale e politico ci dicono che quella ipotesi è oramai derubricata, esclusa; ci dicono che, pur restando la riconquista della sovranità nazionale e democratica il punto d’arrivo, non solo va ridefinita la rotta, va ripensata la nave che serve per prendere il largo così da poter attraversare il mare in tempesta. La qual cosa implica un equipaggio che sia all’altezza. Serve insomma un partito a tutto campo, attrezzato a far fronte alle prove durissime che abbiamo innanzi.

Questo partito non si costruisce in quattro e quattr’otto, non lo si edifica a tavolino assemblando pezzi alla rinfusa. Lo si costruisce a due condizioni. Primo: se si apre un processo costituente che ponga a tema questioni strategiche ineludibili che vanno al di là dell’uscita dall’Unione — il fine, ovvero definire il modello economico e sociale del Paese che vogliamo (e la sua collocazione geopolitica); i mezzi per realizzare questo fine, anzitutto su quale blocco sociale fare leva per vincere. Secondo: se saremo in grado, non solo di stare dentro i movimenti di resistenza sociale, ma di agire per superare la loro attuale frammentazione, essendo quindi il lievito di quello che abbiamo chiamato IL FRONTE DEL RIFIUTO CONTRO DRAGHI.

Questa è la sfida. Chi indugerà, chi non si adatterà, verrà spazzato via.

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