L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 marzo 2021

Se si vuole ripartire, bisogna farlo con il mattone, il calcestruzzo, l’acciaio, la chiave inglese e il sudore della fronte. Non si non essere d'accordo con Sapelli e anche indirettamente sull'assunzione di almeno un milione di giovani nella pubblica amministrazione, investimento strutturale. Lo si fa vedere con sprazzi tipo, dopo anni di politiche di contenimento delle risorse umane,riqualificare il servizio sanitario nazionale, sbloccando i concorsi pubblici e puntando sui medici di base, sui servizi territoriali e sulla medicina preventiva. Un ultimo appunto i 30 miliardi l'anno del Recovery Fund, il VINCOLO ESTERNO, lo si può raccogliere tranquillamente sul mercato, soprattutto quello interno, e spendere i soldi senza restrizioni MA questo il nostro euroimbecille non lo può e vuole dire


Sapelli: la verità sul Pnrr e Mario Draghi, al di là dei luoghi comuni

di Marco de' Francesco ♦︎ 

Investimenti a capitale fisso per creare servizi per aziende e persone, completare l’Alta Velocità e il porto di Gioia Tauro. È da qui che deve partire Draghi per revisionare il Pnrr. Provvedimenti che creano occupazione e rimettono in moto l’industria. La forza di Draghi è politica più che tecnica, anche per l'appoggio americano. E su McKinsey...

11 Marzo 2021

Mario Draghi, presidente del Consiglio dei Ministri

Digitale, intelligenza artificiale, machine learning? Macché! Se si vuole ripartire, bisogna farlo con il mattone, il calcestruzzo, l’acciaio, la chiave inglese e il sudore della fronte. Esordisce con questa battuta al limite della provocazione Giulio Sapelli, economista, storico e accademico torinese e anticonformista autentico. Il Paese si salverà solo se gli investimenti effettuati grazie al Pnrr (il Piano nazionale di ripresa e resilienza che l’Italia deve inoltrare alla Commissione Europea nell’ambito di Next Generation Eu) avranno un ritorno: e ciò accadrà solo costruendo infrastrutture “materiali” utili ad aziende e persone. «Grandi opere, che mettano in moto una pluralità di settori industriali. Così, il Roi è sicuro».

Si fa l’esempio del porto di Gioia Tauro (Reggio Calabria). I mercantili che attraversano il Mediterraneo non ci sbarcano «manco per sbaglio», a causa di carenze nel trasporto intermodale. Eppure potrebbe essere una freccia formidabile nella faretra dell’economia italiana. Bene gli investimenti per la riqualificazione (anche energetica) degli edifici: mettono in moto le micro-imprese, che con difficoltà potrebbero essere coinvolte nelle grandi opere. E il digitale? Basterebbe una piattaforma di servizi per aziende e cittadini. Un’idea semplice che non si riesce né a pensare né a tradurre in realtà.

Così Sapelli riscriverebbe il Pnrr. Ma non spetta a lui. Ora, al lavoro c’è la squadra del premier Mario Draghi, chiamata a dare un senso a quella lettera di intenti che era l’ultima versione del Pnrr, redatta mesi fa dal governo Conte II. Ai benchmark ci penserà la multinazionale della consulenza strategica McKinsey, chiamata a colmare le lacune dei nostri ministeri. Alla fine, benché Draghi abbia a disposizione poco più di un mese, sarà chiamato a riscrivere il documento, più che a completarlo. Perché il piano di Conte era il nulla. Draghi è qui per questo, pensa Sapelli. E parte avvantaggiato: dalla sua, il fatto di essere un elemento di equilibrio tra poteri finanziari forti a livello intercontinentale. Così la pensa Sapelli, che abbiamo intervistato.

D: Nell’ultima versione del Pnrr si conferisce una grande enfasi a priorità trasversali come la parità di genere e il riequilibrio territoriale. Argomenti nobili, naturalmente; ma è questo il documento giusto per affrontarli?

Giulio Sapelli, economista e accademico

R: «Io stesso non ne sono sicuro. Va detto che argomenti di questo genere sono presenti anche nella documentazione della Commissione Europea cui il Pnrr dovrebbe ispirarsi; poi, anche quest’ultima mi sembra molto confusa, mi pare immersa nel nulla. Così, non sono chiari né gli obiettivi dell’Unione Europea, né quelli del piano di ripresa e resilienza definiti dal precedente governo. Inoltre, questa vicenda ha mostrato la debolezza della nostra burocrazia».

D: Perché pensa che la burocrazia abbia fornito un contributo insufficiente?

R: «Non poteva che finire così, dopo anni di politiche di contenimento delle risorse umane: quelle più consapevoli passano da un ufficio all’altro dei ministeri, e in questo frangente non possono fornire un grande aiuto».

D: Adesso il Pnrr dovrà essere definito al dettaglio o forse riscritto, prima di essere presentato alla Commissione Europea. Come bisogna fare perché sia sicuramente accettato da Bruxelles?

R: «Mi sembra abbastanza chiaro che l’accettazione del Pnrr da parte della Commissione guidata da Ursula Von Der Leyen non è una questione tecnica: a questo non crede più nessuno. È una vicenda politica. Draghi è qui per questo: i tedeschi lo temono, per via dei suoi buoni rapporti con l’establishment nordamericano. Quanto al premier, ha fatto quello che doveva fare: vista la debolezza dei ministeri italiani, ha affidato la definizione del Pnrr a McKinsey, che è la società migliore del mondo quando si tratta di razionalizzare e consolidare anche le materie più articolate».

D: Dunque, con Draghi l’Italia ha una carta in più da giocarsi. Il suo ruolo è così determinante?

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea

R: «Indubbiamente, Draghi è ben inserito in contesti che contano e che possono fare la differenza. E poi, grazie al suo avvento, il Paese e l’industria italiana si sono finalmente liberati di Giuseppe Conte e del suo governo, che confondevano il debito buono, quello che porta alla crescita, e quello cattivo. Draghi, invece, sul punto ha le idee chiare. Anzi, è stato proprio lui a sottolineare quale strada debba imboccare l’Italia».

D: Però, sempre nell’ultima versione del Pnrr, si menzionano le riforme che dovrebbero accompagnare l’Italia sul sentiero della ripresa: quelle della giustizia, del fisco e del mercato del lavoro. Era l’Europa a chiedercele. Lei pensa che si faranno mai? Non c’è il rischio che la mancata attuazione di queste possa incidere sul giudizio della Commissione Europea?

R: «Ma andiamo! Ma di cosa stiamo parlando? È ovvio che in tempi brevi queste riforme non saranno mai realizzate. Si pensi solo a quella della Giustizia: lì ci sarebbe da fare la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti; non si è riusciti a compiere un passo in avanti negli ultimi venti anni, nonostante se ne sia parlato spesso; non penso che si possano fare progressi in qualche mese. In realtà, tutte queste cose non sono state neanche iniziate; e Draghi è un alto burocrate, non è mica un mago. Ma non si deve pensare che questo possa incidere sul fatto che il Pnrr sia giudicato in un modo o nell’altro dalla Commissione Europea: appunto perché il placet dipende da un accordo politico tra alcuni grandi poteri continentali e ciò che resta dell’Italia».

D: Senta, ma se dovesse essere Lei a redigere il Pnrr, su cosa punterebbe? A cosa destinerebbe i soldi europei?

R: «Punterei tutto sulle cose solide, materiali: altro che online e transizione digitale».

D: Ad esempio? Che genere di interventi promuoverebbe?

R: «Mi riferisco anzitutto agli investimenti a capitale fisso per creare infrastrutture di servizio per le aziende e per le persone. Ad esempio, sul completamento dell’Alta Velocità ferroviaria, sull’aeroporto a Verona e soprattutto sul porto di Gioia Tauro, che dovrebbe essere un fattore cruciale per l’economia italiana, e che invece non lo è. Attualmente le merci che transitano via nave sul canale di Suez, attraversano lo stretto di Sicilia, si dirigono a Gibilterra, per poi andare dritte a Rotterdam, nei Paesi Bassi, o ad Amburgo, in Germania. Fanno un giro lungo, incredibile e costoso piuttosto che sbarcare in Italia. E noi non siamo in grado di intercettarle, con tutto ciò che comporta, sia a livello di entrate per lo Stato che di sviluppo per il territorio. Alla fine, basterebbe riorganizzare e ampliare il porto e creare quelle reti ferroviarie per il trasferimento a Nord di tutti questi beni. Potrebbe essere il motore di un grande avanzamento economico, per noi».

 

Sono 6 le missioni del Pnrr, che a loro volta raggruppano 16 componenti funzionali a realizzare gli obiettivi economico-sociali definiti nella strategia del Governo. Le componenti si articolano in 47 linee di intervento per progetti omogenei e coerenti. I singoli progetti di investimento sono stati selezionati secondo criteri volti a concentrare gli interventi su quelli trasformativi, a maggiore impatto sull’economia e sul lavoro

D: E perché punterebbe su questo genere di infrastrutture? Quali vantaggi porterebbero?

R: «Perché a medio termine creano occupazione e reddito, mettendo in moto diversi settori industriali. È tutto ciò che serve in questo momento all’Italia. Ci salviamo solo se il tasso di crescita supera quello di indebitamento, e queste sono le due leve che rimettono in moto l’economia».

D: Ma non si dice sempre che il futuro dell’industria e che la resilienza delle filiere sono strettamente collegati al digitale? Alla fine, anche nell’ultima versione del Pnrr si destinano 26 miliardi al capitolo “Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo”. Non doveva essere questo il punto focale della partita? 

R: «A mio avviso, la cosa più importante da fare in materia è quella di realizzare una piattaforma di servizi digitali per le piccole imprese e per le famiglie, anche in accordo con le società di telecomunicazioni. Non capisco perché sul tema non sia mai stata formulata una proposta chiara. D’altra parte, noi italiani siamo speciali, quando si tratta di complicarci la vita. Si pensi a quello che è successo per la rete unica: prima doveva essere realizzata da Tim, poi da Open Fiber e Tim, poi da AccessCo, che metterebbe insieme FiberCop (che assocerebbe a sua volta Tim, Fastwab e il fondo americano Kkr) e Open Fiber, con l’aiuto della Cassa Depositi e Prestiti. Un bel po’ di confusione, che ovviamente comporta ritardi».

D: Tornando agli interventi “materiali”, il Pnrr destinava quasi 28 miliardi per l’efficienza energetica e la riqualificazione degli edifici. Non sono un po’ troppi? Siamo sicuri che ci sia un ritorno in questa partita?

R: «Va benissimo così, e il ritorno sarà quasi immediato, grazie all’indotto, al coinvolgimento di medie, piccole e anche micro aziende. D’altra parte, si pensi al boom dell’ecobonus. In realtà, queste sono le cose da fare subito; sono complementari alle grandi opere, e si realizzano con grande facilità. Questo mi piace: avanti con le pitture delle facciate, con i cappotti isolanti, con i nuovi tetti e con le nuove finestre».


Si chiama 3Egeco (3 Elettra – Energy – Efficiency GEneral COntractor), la newco che si occuperà del mercato nascente sugli incentivi previsti dal Decreto Rilancio. E l’offerta si rivolge sia alle ditte edili, sia ai professionisti, sia al beneficiario finale: la promessa è la realizzazione di interventi chiavi in mano – compresi gli aspetti legali e tecnici – con il finanziamento del 100% del loro costo

D: A proposito di aziende, l’ultima versione del Pnrr destinava 11 miliardi al capitolo “dalla ricerca all’impresa”. Secondo Lei sono tanti o pochi? Non si era detto che il trasferimento tecnologico era la chiave di volta per l’industria italiana?

R: «Il capitolo sul trasferimento tecnologico andava studiato con attenzione, per definire chi deve fare che cosa. E invece, grazie ai governi Conte, non abbiamo niente in mano. Abbiamo perso un anno e mezzo di tempo, e non ci restano che vuote parole. Eppure, sarebbe bastato aprire i cassetti dei ministeri per trovare qualche progetto già bello che pronto, ma non è andata così».

D: Il capitolo sulla Salute nel Pnrr vale 18 miliardi. Premesso che è un tema di straordinario rilievo per la società, quanto è strategico per la ripresa del Paese?

R: «Non so se sia strategico per la ripresa, ma è senz'altro cruciale per il Paese, per il suo stesso funzionamento. Per quanto mi riguarda, penso che sia necessario riqualificare il servizio sanitario nazionale, sbloccando i concorsi pubblici e puntando sui medici di base, sui servizi territoriali e sulla medicina preventiva. La Sanità in mano ai privati – lo si è sperimentato con il Covid – non va per niente bene per le situazioni di emergenza come le pandemie, anche per questioni di ritorno economico».

 
Risorse del dispositivo Next Generation EU per missione

D: Molti dubbi, nella lettura dell’ultima versione del Pnrr, emergono a proposito della valutazione di impatto del Piano: non si dice nulla. C’è un riferimento ad una teoria (dello Svimez), quella dell’interdipendenza economica tra le due aree del Paese, Nord e Sud. Le sembra una base tecnica bastevole per spiegare il ritorno degli investimenti?

R: «Per fortuna non si dice nulla».

D: Per fortuna?

R: «Per fortuna, sì: il rischio era quello di coprirsi di ridicolo. I calcoli sull’impatto economico sono di per sé molto complicati, e quasi mai ci si avvicina alla realtà dei fatti. Figurarsi dove si poteva arrivare, dati i citati problemi di organico della pubblica amministrazione. C’è però una certa e interessante casistica sugli investimenti fissi nelle infrastrutture materiali, che sono appunto quelle che io sostengo che si debbano fare. Quanto al riferimento allo Svimez, è una buona cosa, perché l’associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno dispone di ottime competenze, a cominciare dal presidente Adriano Giannola. Anzi, si potrebbe delegare la valutazione dell’impatto allo Svimez: sono sicuro che farebbe un ottimo lavoro».

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