L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 30 aprile 2021

Basta liberalizzare i brevetti sui vaccini e l'ipocrisia mondiale cadrebbe

Esteri Attualita' Estera
Crisi sanitaria in India: un problema globale
By Irene Gianola
-29 Aprile 2021



Con oltre 200mila vittime per il coronavirus e picchi di 3mila al giorno, la crisi sanitaria in India sta mettendo in ginocchio l’intero subcontinente indiano. Tuttavia un articolo dell’Atlantic ricorda come gli effetti di questa ondata vadano ben oltre i confini nazionali. Dalla diffusione del virus, alla pericolosità delle varianti e l’assenza di solidarietà sulla gestione dei vaccini tutto il mondo è ormai coinvolto nella crisi indiana

Crisi sanitaria in India: quali sono i dati del bollettino?

Da settimane il bollettino sanitario in India è diventato drammatico. Le vittime per il coronavirus hanno superato le 200mila, con picchi di oltre 3mila nell’arco di 24 ore. Solo nel mese di aprile il numero di nuovi casi ha raggiunto i sei milioni, con un nuovo record di contagi giornalieri: oltre 345mila. Sempre secondo i numeri ufficiali, l’India sembrava in una fase di miglioramento fino a poche settimane fa, con i contagi in diminuzione e la condizione degli ospedali in alleggerimento. Oggi è l’epicentro globale del coronavirus.

Un problema globale

Tuttavia gli effetti di questa nuova ondata vanno ben oltre il subcontinente indiano: è un grande problema anche per il resto del mondo. Il problema principale sta a livello sanitario. Infatti la variante indiana del virus preponderante nel Paese, è già stata identificata in almeno altre 10 nazioni. Inoltre una questione delicata riguarda i vaccini, dal momento che oltre novanta nazioni in via di sviluppo si affidano all’India per le proprie dosi.

Come è arrivata l’India a questa crisi sanitaria?

Per capire come l’India sia arrivata a questo punto bisogna tenere insieme tutti i fattori che possono aver contribuito a creare una situazione tanto compromessa. Dalle nuove varianti, all’assenza totale di misure di prevenzione come il distanziamento sociale o le mascherine, al flusso continuo di comizi politici e raduni religiosi senza alcuna restrizione. Inoltre un ruolo decisivo l’ha giocato l’atteggiamento del governo di Narendra Modi con il susseguirsi di manifestazioni politiche e dell’insabbiamento del numero di morti e contagi. La conseguenza di tutto ciò sta negli elevati numeri di morti. “Il mese prossimo si potrebbe salire fino a 4.500 morti giornaliere, o addirittura fino a 5.500“, scrive l’Atlantic sottolineando che il peggio, forse, deve ancora venire.

Le speranze di una situazione migliore

La speranza di poter uscire da questa situazione risiede ovviamente in un duplice sforzo, a livello di politica interna. Da un lato il rispetto di nuove e più stringenti limitazioni, per contenere l’aumento dei contagi, dall’altro l’accelerazione della campagna vaccinale. Tuttavia il problema di questo ultimo punto sta nel fatto che “Quella che una volta era considerata la farmacia del mondo, ora è costretta a importare dosi di vaccino“. Si legge sull’Atlantic. Il Paese ha la capacità di produrre 70 milioni di dosi al mese, ma pur immaginando di dirottare tutte quelle dosi al suo fabbisogno interno non basterebbero a soddisfare la domanda di vaccini.

E il resto del mondo?

Il problema principale sta nel fatto che il resto del mondo non ha ancora messo in campo uno spirito di solidarietà tale da impegnarsi a fondo per aiutare i Paesi più in difficoltà, come l’India o il Brasile. Questo perché la maggior parte di coloro che hanno vaccini non ne hanno abbastanza e quelli con un immenso surplus, come gli Stati Uniti, non sono ancora abbastanza sicuri della loro fornitura per separarsi dalle scorte in eccesso. Ma questi Paesi potrebbero aiutare in molti altri modi. Per esempio abolendo i limiti alle esportazioni di materie prime utilizzate per produrre vaccini o donando macchinari per le terapie intensive. Sebbene la vaccinazione di massa abbia fornito una via di fuga dalla pandemia, c’è una lunga strada da percorrere. Il mondo è sulla buona strada per registrare più morti per Covid-19 quest’anno rispetto al 2020.

Nessun commento:

Posta un commento