L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 29 aprile 2021

Bisogna ragionare con la morte, capire se quello che stiamo facendo vale la pena di farlo


Gratteri si racconta: ''Rimasto in Calabria per cambiare il destino di questa terra'

'Aaron Pettinari 28 Aprile 2021

Intervista con Arcangelo Badolati, "non ha senso vivere da vigliacchi"

Un magistrato scomodo e con la schiena dritta, che non teme mai di dire quello che pensa. E' il profilo del Procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, che ad Arcangelo Badolati, giornalista della Gazzetta del Sud, si è raccontato in un'intervista più personale, svelando alcuni aspetti della propria vita anche rispetto al rapporto che ha con la morte, con la paura, con la fede e la religione. O ancora l'apprezzamento per Sciascia, Corrado Alvaro (scrittore calabrese, ndr) o Nelson Mandela.
Una scelta di vita, la sua, che lo ha portato a rimanere per tanti anni in Calabria, la sua terra. Il motivo è semplice, nel momento in cui ha sempre "pensato e sognato, con il sostegno di tutte le persone perbene, di poter cambiare il destino di questa terra". "Nel mio piccolo - ha spiegato - ho sempre sognato di poter contribuire a fare il possibile perché un giorno si possa finalmente dire che la priorità in Calabria non è la ‘ndrangheta che toglie la libertà, controlla il battito cardiaco e soffoca la regione".
Per il magistrato "la paura va addomesticata. Bisogna allenarsi a non lasciarsi andare. Bisogna ragionare con la morte, capire se quello che stiamo facendo vale la pena di farlo. Non ha senso vivere da vigliacchi, io sono perfettamente cosciente del rischio e della sovraesposizione soprattutto in certi momenti, specialmente come quello di ora. Però io non riuscirei a vivere in un altro posto sapendo che sono andato via per codardia. La paura ce l’hai quando noti un movimento strano, una macchina che non dovrebbe trovarsi lì... Ecco ci sono momenti in cui sento forte il timore e la lingua, per reazione, mi diventa amara. Ma non mollo, penso a tutto quello che bisogna fare e vado avanti". Rispondendo alle domande del giornalista ha dunque spiegato il proprio rapporto con la fede: "Ciascuno è credente a modo proprio e si modella un credo. Tutti sperano che ci sia un aldilà e che quanto vissuto nella esistenza terrena non finisca per sempre. Durante la tua vita terrena pensi perciò di fare tutto quello che è possibile per fare stare bene gli altri, la comunità in cui vivi. Pensi di pareggiare i conti con il peccato e di autoassolverti considerando proprio che dai un pezzo della tua vita agli altri. Pensare che ci sia un aldilà ci dà la forza di affrontare le difficoltà del presente".
E poi ancora svela il suo impegno anche nella preghiera: "Prego non come si prega in modo rituale. Io vorrei che tutte le persone che stanno male, stessero meglio di me, avessero più soldi di me, non avessero malattie. Penso a quelli che vanno in vacanza nei grandi resort bellissimi ed esotici e non si rendono conto, per esempio, che il costo d’un caffè sorbito al mattino corrisponde alla paga di una settimana di quelli che magari lavorano fuori dal resort tagliando tutto il giorno canna da zucchero. Io non riesco a vedere la sofferenza degli altri, io vorrei che tutti stessero meglio di me. E allora spero, prego, sogno... e cerco di aiutare tutte le persone che posso aiutare. Perché possano avere una vita migliore con meno sofferenze. E’ questo il centro della mia vita e del mio lavoro".
Nel proseguo dell'intervista Gratteri ha anche spiegato la forza che lo muove nel vivere costantemente sotto scorta. Una forza che viene da una libertà mentale. "La gente - ha raccontato - mi dice: ma lei non va al mare, non va al cinema... Certo, ma questo è necessario se credi in un obiettivo, in un progetto. Sei capace di stare anche dieci anni sotto una pietra. L’importante è che tu sia convinto che ciò che fai serva veramente. Si, mi piacerebbe andare in bicicletta, andare in motocicletta, mi manca molto però... bisogna pensare ad un obiettivo molto più alto: riuscire a risolvere il dramma di un commerciante usurato; riuscire a risolvere i problemi di una persona che ogni mattina subisce le vessazioni e lo sfottò d’un capomafia; riuscire a risolvere il problema dell’imprenditore agricolo che ogni anno subisce taglieggiamenti; o il problema della povera vedova del monte Poro o della Sila che subisce le prepotenze del mafiosetto del paese... non ha prezzo. Val la pena rinunciare alla libertà fisica per ottenere questi risultati. Che m’importa di non poter andare al mare, di non poter frequentare il lido, di non andare in vacanza... non è niente rispetto alla gratificazione e all’importanza di risolvere il dramma di quella vecchietta e delle persone di cui ho parlato".

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