L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 18 aprile 2021

Ci permettiamo di dire con forza e a voce alta che l'influenza covid la si vince con le cure domiciliari fin dai primi sintomi e con le medicine che già abbiamo in campionario a cominciare dalla semplice aspirina e serve obbligare i medici di famiglia che non vogliono fare visita a casa ai malati a farle è loro dovere sociale, morale ed economico, devono smetterla di fare solo i burocrati chiaramente le eccezioni sono tante e numerose

Tutte le vere novità del governo Draghi sulle riaperture

17 aprile 2021


Le novità annunciate dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, commentate da Federico Punzi, direttore editoriale di Atlantico Quotidiano

Ritorno alla casella di partenza, cioè al sistema a zone colorate compresa quella gialla, che era stata cancellata da metà marzo con provvedimento del Governo Draghi. Quindi, sostanzialmente, dal 26 aprile si torna al regime anti-Covid in cui ci trovavamo con il Governo Conte (già oggi, con i criteri validi fino ad un mese fa, ben 11 Regioni sarebbero gialle). Non una grande rivoluzione dunque. È questo il succo delle decisioni della Cabina di regia annunciate nella conferenza stampa di ieri dal presidente Draghi e dal ministro della salute Speranza.

Con qualche timida concessione, a dire la verità, ovviamente importante per gli interessati: l’apertura di bar e ristoranti in zona gialla sia per il pranzo che per la cena, o meglio per l’“apericena”, considerando la conferma del coprifuoco alle 22. Ma solo all’aperto. Rispetto alla situazione pre-15 marzo, i ristoratori in zona gialla “riconquistano” la cena, ma perdono, pare di capire, la facoltà di servire il pranzo al chiuso. Tanto che il direttore di Fipe-Confcommercio ha evidenziato la disparità di trattamento che viene introdotta tra chi ha spazi esterni e chi no, e ha auspicato che duri solo un paio di settimane.

Tutta da verificare nei fatti la linea “aperturista” che riguarda le scuole. In teoria, è la seconda nota positiva rispetto ai mesi scorsi: in presenza le scuole di ogni ordine e grado in zona gialla e arancione. In presenza fino alla terza media e al 50 per cento le superiori in zona rossa. Ma in pratica, bisogna capire se le Regioni potranno o meno emettere ordinanze più restrittive come è accaduto fino ad oggi. Permessi gli spostamenti tra Regioni gialle, ma anche arancioni e rosse, sebbene sia da verificare cosa significhi esattamente il pass evocato dal premier.

Il calendario di riaperture abbozzato dal ministro Speranza, speriamo ancora da definire, è invece ampiamente insoddisfacente. Dal 26 aprile “apericene” e scuole, come detto, mentre per tutte le altre attività se ne riparla a maggio, se non a giugno/luglio. Dal 15 maggio “l’idea è che possano riaprire le piscine all’aperto”, dal 15 giugno le palestre, a luglio le fiere. Troppo poco, troppo tardi, troppo lentamente.

Un segnale politico però è innegabile. Si è invertita la tendenza, si comincia a parlare di riaperture, anche se sarebbe esagerato definirlo un cambio di passo. Con una campagna vaccinale ancora in forte ritardo ma il numero dei vaccinati destinato fatalmente ad aumentare, una curva epidemiologica che si stava già appiattendo nei giorni della stretta e oggi è in discesa, la bella stagione (e gli Europei 2021) alle porte, di coraggio se ne vede davvero poco. E i motivi, di nuovo, sono tutti politici. Riaperture più estese, per esempio la fine dell’assurdo coprifuoco, sarebbero apparse una sconfitta per chi nel governo ha difeso la linea chiusurista, e al contrario una vittoria troppo netta per la Lega, minando così gli equilibri interni alla maggioranza.

L’esempio è il caso Speranza. Draghi ha voluto ribadire la sua fiducia nel ministro della salute, sempre più al centro delle polemiche, anche per l’inchiesta della Procura di Bergamo che lambisce il Ministero, chiarendo di aver ritenuto “fin dall’inizio” le critiche nei suoi confronti “né fondate né giustificate”. “Mi secca un po’ dirlo in sua presenza, ma lo stimo e l’ho voluto io nel governo”, ha ribadito.

Se Speranza non si tocca, è solo per non alterare gli equilibri politici del governo, sostanzialmente per non regalare una vittoria politica alla Lega, ma il ministro è di fatto commissariato, non è più il dominus – con i suoi consiglieri – del regime di restrizioni. È evidente che il premier Draghi ha imposto di dare per lo meno un segnale, che fosse delineato per lo meno un cronoprogramma, che si accendesse una luce in fondo al tunnel, per rispondere al disagio crescente degli operatori economici più colpiti ma anche alla generale insofferenza dell’opinione pubblica, alle pressioni dei governatori e della Lega. E il ministro non ha potuto far altro che piegarsi.

Resta, anche se sfumata dai toni più rispettosi del premier Draghi, rispetto a Conte, la spiacevole sensazione che la responsabilità di chiusure e aperture sia scaricata interamente sui cittadini. Sebbene graduali, le aperture saranno irreversibili? Ecco come ha risposto: “Quando ho detto che è stato un ‘rischio ragionato’, la risposta è questa: sulla campagna vaccinale non ho dubbi che sarà sempre meglio; se i comportamenti saranno osservati la probabilità che si debba tornare indietro è molto bassa”.

Dunque, in sostanza no, non sono definitive. Il “rischio ragionato” di cui ha parlato il premier se lo accollano, in realtà, i cittadini, non il governo: se bisognerà tornare indietro, la colpa sarà di clienti ed esercenti che non avranno rispettato i protocolli, e delle forze dell’ordine che non avranno ben vigilato, anche se ovviamente, come in passato, la percentuale delle sanzioni sul totale dei controlli dirà il contrario. Se non vi comportate bene, richiudiamo, è il messaggio. Ma questo è esattamente lo scaricabarile che denunciavamo ai tempi del Governo Conte.

Cosa sta facendo e cosa farà il governo per far sì che non si debba richiudere? Draghi si è detto certo che la campagna vaccinale andrà sempre meglio. Noi ci permettiamo di nutrire qualche dubbio: l’obiettivo delle 500 mila dosi giornaliere somministrate entro il 15-20 aprile è già mancato. A che punto siamo con le cure domiciliari? E il potenziamento dei trasporti pubblici? Il tracciamento?

Insomma, per i nostri premier e ministri aperture e chiusure sembrano non dipendere mai dal “comportamento” e dall’efficienza del governo, ma sempre dal comportamento dei cittadini.

(estratto di un articolo pubblicato su Atlantico Quotidiano)

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