L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 10 aprile 2021

Cina - La Strategia della doppia circolazione poggia sulle gambe solide della Innovazione&Ricerca

Cina: meno export, più consumi interni

8 Aprile 2021, di Massimiliano Volpe

L’articolo fa parte di un lungo dossier sulla Cina pubblicato sul numero di marzo del magazine Wall Street Italia.

Le tensioni commerciali con gli Stati Uniti e lo shock provocato dalla pandemia hanno spinto la Cina a imboccare una nuova strada per sostenere la crescita della sua economia.
Dopo il periodo orientato all’export, ora Pechino punta alla crescita del consumo domestico della propria classe media e all’innovazione tecnologica. Con la nuova strategia la Cina non vuole convertirsi all’autarchia, bensì ribilanciare la propria economia puntando a ridurre la vulnerabilità causata da possibili shock finanziari esterni e dal processo di deglobalizzazione in atto a seguito delle tensioni con l’amministrazione Usa (che assorbe il 20% dell’export cinese) e agli effetti della pandemia che stanno portando a un accorciamento delle filiere produttive in tutto il mondo.

Il nuovo modello di crescita denominato Dual circulation strategy è una delle colonne portanti del 14° Piano quinquennale valido per il periodo 2021-2025 reso noto dal consiglio del Partito comunista centrale a marzo. Quando il presidente Xi Jinping ha presentato questo concetto ha parlato di una Cina che per il suo sviluppo futuro farà affidamento principalmente sulla circolazione interna, da intendere come ciclo locale di produzione e consumo, grazie a un continuo processo di innovazione tecnologica.
La circolazione interna avrà da ora in avanti la priorità mentre quella internazionale basata sull’export sarà complementare alla prima. D’altronde il peso dei consumi privati sul Pil della Cina è inferiore alla media mondiale, circa il 40% rispetto al 58%, con punte del 68% negli Stati Uniti.
Tradotta in numeri questa nuova strategia dovrebbe consentire al Paese di garantire per i prossimi 5 anni una crescita del Pil nell’ordine del 4-5% all’anno.
Un progresso meno impetuoso di quanto abbiamo visto negli ultimi venti anni ma che dovrebbe portare la Cina a diventare la più grande economia del mondo nel 2028, superando gli Stati Uniti secondo quanto stimato dagli economisti del Centre for Economics and Business Research (Cebr).
Cina, la strategia del nuovo piano

Per mettere in pratica la nuova strategia della doppia circolazione il governo di Pechino lavorerà su due binari: favorire la domanda interna e aumentare lo sviluppo tecnologico per essere meno dipendente dagli altri paesi. Secondo quanto chiarito su LaVoce.info da Alessia Amighini, professore di politica economica all’università del Piemonte Orientale, affinché ciò avvenga, Pechino dovrà aumentare i redditi dei suoi cittadini e ottimizzare la distribuzione del reddito in modo che i cinesi possano essere più propensi al consumo e un po’ meno al risparmio.
La differenza del nuovo piano rispetto al precedente è che i 10 milioni di nuovi posti di lavoro che saranno creati ogni anno, necessari a garantire un reddito che sostenga i consumi (per un totale di 50 milioni sull’intero orizzonte del piano) saranno creati nei nuovi settori dell’economia digitale, nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, dei big data e del 5G, che dovrà diventare il motore principale della crescita e dell’innovazione. Ciò consentirà di conseguire l’autosufficienza nel campo della scienza e della tecnologia.
L’innovazione tecnologica a sua volta guiderà tutta l’industria manifatturiera cinese e la spingerà verso l’alto nella catena del valore globale con prodotti di maggiore qualità rispetto al passato, assicurando contemporaneamente l’approvvigionamento interno.

Un altro aspetto essenziale della dual circolation è lo sviluppo di una catena di approvvigionamento del Paese, così da evitare la dipendenza dalle importazioni. Le preoccupazioni riguardo al futuro della supply chain cinese interessano oltre al settore tecnologico, quello energetico e l’alimentare. Basti pensare che nel 2019 la Cina ha importato quasi l’85% del petrolio consumato e oltre il 40% di gas.
Per essere meno dipendente dall’import la Cina ha deciso di puntare sulle energie rinnovabili, oltre alla diversificazione delle relazioni internazionali per quanto riguarda il settore energetico.
Un focus particolare è rivolto poi al comparto alimentare, poiché si prevede che nei prossimi anni la Cina possa subire un deficit di produzione di cereali a seguito della progressiva migrazione di lavoratori dalle campagne alle industrie presenti nelle principali città.
Infine, per aumentare i consumi interni la Cina si è impegnata anche a favorire una maggiore circolazione di capitali, anche di quelli provenienti dall’estero, per favorire nuovi investimenti. Al momento infatti, gli investitori internazionali detengono solo il 3% delle azioni quotate sui listini cinesi.

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