L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 7 aprile 2021

Gli effetti della cooptazione della Meloni nell'Aspen e il prossimo viaggio negli Stati Uniti si riverberano nel partito che hanno le idee chiare su come essere i meglio succubi degli statunitensi

Spie, Ucraina, gas, basta con l’influenza russa. La sveglia di Delmastro (FdI)

Di Francesco Bechis | 07/04/2021 - Esteri


Il deputato di Fratelli d’Italia in Commissione Esteri. Russia? Noi abbiamo le idee chiare. L’Europa e l’Italia in colpevole silenzio sulle manovre al confine ucraino. La spy story a Roma gravissima, può e forse deve impattare i rapporti. North Stream II? Noi abbiamo un piano B. Copasir? Grave sgarbo istituzionale

“Siamo sempre in prima fila a vedere ogni partita. Ma dalla panchina”. Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia in Commissione Esteri, non parla di calcio ma di diplomazia. E si riferisce in particolare alla postura del governo italiano nei confronti della Russia. Dai tamburi di guerra al confine ucraino alle spie russe nel cuore di Roma, “servirebbe più coraggio”.

Delmastro, Russia e Ucraina sembrano a un passo da una nuova guerra. L’Italia dovrebbe dire una parola in più?

Certo. Ancora una volta, purtroppo, il governo italiano è completamente fuori dalla partita internazionale. La tensione fra Kiev e Mosca è alle stelle e l’America si è già schierata a fianco degli ucraini. L’Italia, come al solito, non si è ancora espressa, senza riuscire a balbettare una parola su quanto sta accadendo. L’atlantismo di Draghi si mette alla prova anche su questo.

Draghi non è atlantista?

Lo è senza dubbio. Ma come ogni pizzaiolo deve fare la pizza con la farina che ha a disposizione. E si ritrova una maggioranza balcanizzata su tutti i più rilevanti dossier di politica estera, dalla sicurezza internazionale all’approvvigionamento energetico. Sui rapporti con la Russia la dualità è evidente.

La vostra posizione qual è?

Riteniamo che l’Italia avrebbe potuto coltivare un’ambizione superiore alle curve da stadio. Putin ha realizzato che la Russia rischia di diventare la retrovia della Via della Seta cinese. Potevamo usare i nostri buoni uffici per strappare Mosca all’abbraccio con Pechino e costruire un diverso rapporto, sulla scia di quanto indicato dal Dipartimento di Stato dell’amministrazione Trump.

I rapporti fra Europa e Russia sono ai minimi. E scopriamo che le spie russe cercano di acquistare segreti Nato, nel cuore di Roma.

Un episodio gravissimo che ci fa tornare indietro di trent’anni. Sappiamo la vastità e la magnitudine dello spionaggio russo, ma in questo caso non riguarda solo l’Italia.

Fratelli d’Italia è sembrata un po’ defilata sulla vicenda…

Si sbaglia. Abbiamo chiamato noi in Parlamento Draghi e Di Maio a riferire. Siamo stati noi a spiegare che il fatto è di una gravità assoluta e la modestia della cifra in ballo non c’entra niente. Potevano anche essere 50 euro, la realtà non cambia: c’è una potenza straniera che sul territorio italiano raccoglie informazioni sulla Nato.

Il governo ha fatto abbastanza?

L’espulsione dei funzionari era il minimo. Mi ha lasciato sconcertato sentire Di Maio augurarsi di continuo che l’arresto non comprometta le relazioni bilaterali. Un atto ostile come questo deve avere un impatto sui rapporti. Anzi, forse è proprio giusto che lo abbia.

Si dovrebbe esprimere il Copasir, ma rimane bloccato. Cosa pensa della lettera di Fico e Casellati?

Uno sgarbo istituzionale e un precedente pericolosissimo. Una non decisione in linea con una maggioranza che non decide alcunché e ritrova compattezza solo nell’occupazione manu militare di qualsiasi posto.

Intanto gli Stati Uniti mettono sotto sanzioni il gasdotto russo North Stream II diretto in Germania. Al progetto lavorano anche alcune aziende italiane. Come se ne esce?

È una vicenda che ci riguarda da vicino. Sulla geopolitica energetica come su quanto accaduto fra Azerbajan e Armenia siamo sempre distanti dall’interesse nazionale e strategico europeo. Quanto all’approvvigionamento di gas, credo che sia un’altra la partita che l’Italia deve giocare.

Quale?

Il gasdotto tunisino-libico, che potrebbe fare dell’Italia un hub europeo. Guarda caso Erdogan è riuscito a disegnare una Zee fra Libia e Turchia che pregiudica il passaggio del gasdotto, tutto nel silenzio del governo italiano. Anche qui, siamo osservatori privilegiati di una partita di politica estera. Dalla panchina.

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