L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 27 aprile 2021

Gli euroimbecilli di tutte le razze si autoesaltano per il Recovery Fund/VINCOLO ESTERNO immaginando e facendo credere al prossimo miracolo economico. Se credono in quello che dicono sono stupidi, se non lo credono sono in un delirio per auto convincersi sapendo di essere in cattiva fede

Favole e bugie dei mitomani di governo

Anna Lombroso per il Simplicissimus


Il Fondo di solidarietà dell’Unione europea (FSUE) è nato per rispondere alle grandi calamità naturali ed esprimere la solidarietà europea alle regioni colpite all’interno dell’UE.

Il Fondo, istituito a seguito delle gravi inondazioni che hanno devastato l’Europa centrale nell’estate del 2002, è stato utilizzato ben 80 volte in risposta a diversi tipi di catastrofi, tra cui inondazioni, incendi forestali, terremoti, tempeste e siccità.

L’Italia, maggior beneficiario grazie a risorse che dalla sua creazione hanno raggiunto un totale di 5,2 miliardi di euro, ha fatto ricorso al programma di aiuto in diverse occasioni, tra cui le quattro ondate successive di terremoti che hanno colpito Umbria, Marche, Abruzzo e Lazio, fra il 2016 e il 2017.

Non sto a dire che parte dei finanziamento sono andati in economia, non sto a dire che i crateri dei sismi, il panorama di quelle rovine rappresentano un disonore che dovrebbe spazzare via l’intero ceto dirigente nazionale e locale, voglio però ricordare che quella ingente mole di quattrini fa parte di una dotazione raccolta dai singoli partner, Italia compresa, nella logica di una partita di giro truccata come alla roulette o al gioco delle tre carte, perché il banco condiziona l’erogazione ai vincoli e alle clausole che ha prestabilito in forma assolutista e autoritaria, indicando imperativamente tempi, tegole, priorità.

E’ solo uno degli esempi della solidarietà e della coesione comunitaria che trova la sua forma esemplare e allegorica nel Recovery Fund, atteso come lo strumento della provvidenza, evocato come un miracolo che risanerà il Paese malato, invocato sia dagli europeisti integralisti e fanatici tanto da accogliere con entusiasmo qualsiasi comando del racket, come inderogabile e imprescindibile, austerità, fiscal compact, MES, sia dagli europeisti “dubbiosi”, critici nei confronti del Mes, ma euforici per le promesse altrettanto insidiose del “Next Generation EU”, la macchina messa nelle mani dei padroni del vapore nazionali per condurre al guinzaglio paesi ormai sfibrati dalla crisi sociale, dall’emergenza sanitaria e dal disfacimento delle democrazie nel Grande Reset.

Cito da Repubblica: “Sarà un Draghi poco retorico e molto pragmatico”, necessariamente molto politico per navigare nelle acque incerte della coalizione riottosa, “quello che oggi pomeriggio illustrerà ai parlamentari il Recovery plan italiano prima di inviarlo venerdì alla Commissione di Bruxelles. Perché il presidente del Consiglio dovrà spiegare ai tanti deputati che lo sostengono….la difficile trattativa anticipata che ha dovuto fare con la presidente Ursula von der Leyen per evitare che il piano nazionale finisse subito sotto osservazione speciale”.

Siamo di fronte a un caso tipico di mitomania, quella che affligge chi a forza di raccontare balle se ne convince, e chi ha costruito una immagine di sé fittizia e si persuade di possedere davvero le qualità esibite- in fondo è ormai una forma epidemica diagnosticata e accertata su tutti i sociale.

Così davvero vogliono farci credere che commissario mandato a far ordine in veste di mammasantissima abbia alzato la testa con dignità e orgoglio patrio per tutelare le nostre ragioni davanti alla padroncina resa più isterica e esigente per via del torto subito e che gli aveva concesso di “uscire” il cane a prendere un po’ d’aria in vista della carenza di vaccini, dimostrazione evidente dell’incapacità perfino di svolgere elementari mansioni malaffaristiche.

E vogliono persuaderci che nell’esecutivo e in Parlamento davvero si materializzi un confronto “democratico” tra interessi e convinzioni, alcuni più legittimi di altri, mentre l’unanimismo è quello ormai di una cupola mafiosa allargata in regime di temporanea associazione di imprese criminali.

Ci hanno talmente presi per i fondelli, che tanto per alimentare il simulacro della partecipazione critica, qualcuno imputa a Draghi di aver fotocopiato pari pari il piano nazionale di attuazione del Recovery da quello prodotto da Conte sulla base dei leggendari lucidi presentati al parterre di Villa Pamphili dove peraltro non erano presenti i rappresentati eletti – si fa per dire – dal popolo, qualcuno riconosce che allora era meglio l’avvocato del popolo se il commissario non aggiunge nulla al già assecondato e vidimato della Commissione, qualcuno obietta che il Presidente in carica sta compiendo un atto di forza aggirando il Parlamento chiamato a apporre un timbro sul già deciso che verrà trasmesso “in alto” venerdì.

Come se, eppure quel giudice non sta solo a Berlino, fosse destino fatale e incontrovertibile riempire le caselle del format già approvato preventivamente e a scatola chiusa in cerchie ristrette con i nostri decisori ginocchioni a ripetere l’atto di fede, come se le regole democratiche non fossero già state vilipese prima e in questo anno grazie al ricorso a disposizioni speciali, ai dpcm e all’investitura di autorità eccezionali, come se ammesso che quei quattrini arrivino, come non fosse già evidente che se le riforme del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza finanziate con il denaro del Next Generation EU sono nel solco della prassi degli ultimi 40 anni, quella che esalta il ruolo dello Stato in funzione assistenziale per il mercato”, i loro effetti sul sistema economico italiano, inteso come PIL, livelli occupazionali, sistema sociale, saranno irrilevanti per una crescita e un benessere generalizzato e diffuso e controproducenti per il contrasto a disuguaglianze di classe e territoriali.

Dei 196 miliardi di euro previsti dal Recovery, 127 dei quali arriveranno come prestiti da “restituire”, il 40% infatti va a finanziare progetti già esistenti, sostituendo prestiti “italiani” con prestiti “europei”, mentre il rimanente 60%, da utilizzare su progetti “nuovi”, e quindi effettivamente capaci di generare crescita aggiuntiva, secondo le condizioni dell’Europa, si potrà mobilitare solo dal 2024 al 2026. Quanto agli incentivi statali, quelli che dovrebbero produrre un effetto moltiplicativo, secondo lo slang bocconiano, sulla produzione e l’occupazione assai più favorevole e durevole”, coprono solo una quota del 70% degli investimento pubblici, come imposto dal format europea perché le politiche di sviluppo nazionale siano in linea con le priorità e i regolamenti comunitari.

Candidamente Conte prima e ora Draghi rivendicano l’uniformità delle loro politiche al paradigma imposto dall’Europa, grazie allo sviluppo di un piano strategico («un intervento epocale», lo hanno definito ieri e confermano oggi a Palazzo Chigi) che punta su digitalizzazione e sviluppo sostenibile, «combinando immaginazione e creatività con capacità progettuale e concretezza… per un Paese più moderno, all’interno di un’Europa più forte e solida».

Moriremo e a quanto pare, democristiani, che ogni preambolo e ogni slogan sembrano usciti dalla penna di Rumor, Fanfani, e ogni progetto sembra in evidente concorso d’interessi con Lupi, Cirino Pomicino, Prandini,Bernini. E difatti nel solco della tradizione il piano nazionale che ci farebbe meritare la carità pelosa degli strozzini, si intitola Italia domani, a rievocare il miracolo economico, il Boom, il sorpasso in controtendenza grazie al tocco del grande demiurgo con l’andamento di un Paese fragile “indietro rispetto al livello di crescita degli altri: tra il 1999 e il 2019 — secondo un dato che ripete come una prefica a ogni piè sospinto – in Italia il Pil è aumentato in totale del 7,9 per cento mentre nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna la crescita è stata rispettivamente del 30,2, del 32,4 e del 43,6 per cento”.

E vai con tutta la paccottiglia da comprare a buffo in memoria del Piano Marshall: “ridurre le diseguaglianze anche territoriali (Nord-Sud), accrescere il tasso di occupazione tra le giovani generazioni così come la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, ….incentivare la natalità e provare a scongiurare il declino demografico”, in modo da incrementare il capitale al servizio delle grandi concentrazioni che devono valorizzare il grande, appagare le sue bulimie e sgombrare il mercato e la società dal piccolo, parassitario, arcaico, così primitivamente umano.

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