L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 27 aprile 2021

I nostri militari in Mali a difendere gli interessi francesi

TF Takuba: arrivano gli italiani, primi feriti tra le truppe svedesi e il bilancio dei francesi

25 aprile 2021


(articolo aggiornato e rettificato alle ore 10,15 del 26 aprile)

L’impegno militare italiano in Africa è stato recentemente sintetizzato in audizione presso la III Commissione Esteri della Camera dei Deputa dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, all’interno di un immaginario triangolo, dove a sud-ovest c’è il Golfo di Guinea, a sud-est c’è il Corno d’Africa e al vertice nord, sulle sponde del Mediterraneo, c’è la Libia”.

La presenza militare in Libia è stabile ormai da alcuni anni con la missione della Marina nel porto tripolino di Abu Sitta in appoggio alla Guardia Costiera libica.

Quella in Corno d’Africa vede da tempo la presenza di oltre 120 militari italiani a Mogadiscio nell’ambito dell’operazione Ue di addestramento delle forze somale EUTM- Somalia e di una base nazionale interforze a Gibuti oltre alla partecipazione all’operazione navale Ue anti pirateria Atalanta.

Missione simile a quella ricoperta nel Golfo di Guinea da una fregata italiana (attualmente la FREMM Rizzo) che contribuisce alla sicurezza del traffico navale e delle piattaforme petrolifere contro la minaccia dei pirati.


Nel Sahel è in fase di consolidamento la base nazionale nell’aeroporto di Niamey, in Niger dove i nostri militari finora impegnati nell’addestramento delle forze locali dovrebbero presto estendere sia le attività che l’area di operazioni.

Dovrebbero trovarsi già in Mali una trentina dei 200 militari italiani assegnati alla Task Force Takuba, unità multinazionale europea di forze speciali posta sotto il comando dell’operazione francese Barkhane che schiera 5.100 militari di Parigi contro i jihadisti nella regione.

Il contingente italiano dovrebbe essere composto da una aliquota logistica, personale sanitario, tecnici e piloti dell’Aviazione dell’Esercito, fanteria aeromobile del 66° reggimento “Trieste” e 8 elicotteri (4 CH-47F da trasporto in configurazione medevac e 4 A-129D Mangusta da attacco): una forza che dovrebbe raggiungere la piena capacità operativa entro la fine dell’anno.

“Stiamo inoltre incrementando negli ultimi anni la nostra presenza in Sahel – ha detto Guerini- agendo in piena sinergia con i partner occidentali già operanti nell’area nell’ambito delle iniziative di ONU, UE e multilaterali quali la più recente Task Force Takuba. In Niger, poi, rafforzeremo ulteriormente la nostra presenza con la costruzione di un ulteriore hub nazionale proprio nella capitale del Paese, Niamey, che sarà funzionale alle attività della missione bilaterale MISIN e a quelle di Takuba”.


Nei giorni scorsi 3 militari delle forze speciali del contingente svedese (nella foto sopra), che con cechi, estoni e italiani affiancano i francesi nella TF Takuba in Mali, sono rimasti feriti leggermente a seguito di un ordigno esplosivo improvvisato (IED), esploso vicino al mezzo su cui stavano effettuando un pattugliamento.

Benché tra i compiti di Takuba vi sia anche l’assistenza alle forze dei cinque stati del Sahel coinvolti nell’operazione Barkhane (Ciad, Niger, Mali, Mauritania e Burkina Faso – il cosiddetto G5 Sahel) è facile intuire che le missioni di combattimento non mancheranno.

Anche se il compito prioritario assegnato alla componente italiana è l’evacuazione sanitaria, appare evidente che capacità di carico come quelle offerte dagli elicotteri CH-47F (preziosissimi quelli britannici assegnati all’Operazione Barkhane in Mali) e la potenza di fuoco assicurata dai Mangusta, di scorta ai velivoli da trasporto, potranno rivelarsi importanti in quel contesto operativo.


Secondo i dati forniti al parlamento francese dal rapporto appena pubblicato dalle deputate Sereine Mauborgne e Nathalie Serre, nel 2020 solo nell’area più calda, quella nota come “i tre confini” perché situata ai confini di Mali, Niger e Burkina Faso, sono stati neutralizzati 1.028 jihadisti appartenenti allo Stato Islamico nel grande Sahara: 859 uccisi e 169 feriti e catturati. Questi i dati nel rapporto appena pubblicato dalle deputate Sereine Mauborgne e Nathalie Serre.

Per quanto riguarda il Gruppo di Sostegno per l’Islam e i musulmani, legato ad al-Qaeda], ha perso molti dei suoi dirigenti nel 2020, tra cui Abdelmalek Droukdel, emiro di al-Qaeda nel Maghreb. Islamico e Bag Ag Moussa, il suo capo militare. Il rapporto non specifica il numero di perdite subite da questa organizzazione terroristica ma, come riporta il sito specializzato francese Zone Militaire, se ci affidiamo alle dichiarazioni di Christian Cambon, presidente della Commissione Affari Esteri e Forze Armate del Senato, possiamo valutarle tra 170 e 470 jihadisti “neutralizzati” per un totale di 1.200/1.500 miliziani jihadisti messi fuori combattimento l’anno scorso nel settore in cui opereranno presto anche le forze italiane.


Il generale François Lecointre, capo di stato maggiore delle forze armate [CEMA] ha ribadito recentemente che “l’indicatore del successo non è il numero di jihadisti uccisi” ma piuttosto gli effetti ottenuti da Barkhane, come la capacità di privarli della loro libertà di movimento, l’ascesa delle capacità delle forze locali o il ritorno delle istituzioni statali nei territori di cui avevano perso il controllo.

Il ritmo operativo resta alto, con un’azione di combattimento effettuata ogni tre giorni (128 nel 2020) e sia gli uomini che i materiali sono molto impegnati in un ambiente difficile”.

Il rapporto delle parlamentari Mauborgne e Serre evidenzia infatti che “la disponibilità di attrezzature terrestri come gli elicotteri è appena sufficiente per condurre le operazioni. ”

E questo è vincolato da un “carico di lavoro elevato, dovuto alla diversità dei materiali supportati e all’usura imposta dalle condizioni ambientali del terreno operativo che aumenta il degrado e il carico di manutenzioni” con “allungamenti significativi, che richiedono di combinare flussi di approvvigionamento regolari con l’aumento delle capacità di manutenzione locale.


Quanto agli elicotteri, che sono in numero appena sufficiente, quelli più recenti “soffrono di più”. Infatti, spiegano le due parlamentari, “le forze stanno ancora risentendo dei difetti giovanili di alcuni dispositivi di nuova generazione e di noti malfunzionamenti su alcuni componenti meccanici degli aerei non ancora risolti dal costruttore, che comportano un consumo eccessivo di pezzi di ricambio abbinati ai lunghi tempi necessari per riceverli.”

Nel loro rapporto sugli elicotteri dell’Armèe, consegnato nel luglio 2020, i deputati Jean-Jacques Ferrara e Jean-Pierre Curbertafon avevano stimato che due punti meritassero una “particolare attenzione”: le pale “per il quale [era] in fase di test l’installazione di un rivestimento protettivo aggiuntivo” e i parabrezza “che tendono a rompersi, e per i quali è stata progettata una pellicola protettiva”.


Il secondo punto riguarda principalmente gli elicotteri da combattimento Tigre, già schierati in Malì dal contingente di caschi blu tedeschi che registrò notevoli difficoltà manutentive. Il generale Jean-Pierre Bosser, all’epoca Capo di Stato Maggiore dell’Esercito (CEMAT) disse nel 2019 che “non mi sembra possibile accettare che un Tigre non sia disponibile per 15 giorni a causa dell’assenza di un parabrezza.

Credo che la gestione dei pezzi di ricambio per elicotteri dovrebbe essere il più vicino possibile a quella dei pezzi di ricambio per automobili. Su questo punto, i progressi sono ancora troppo lenti”.

In questo contesto di estrema necessità ed usura degli elicotteri le 8 macchine schierate dagli italiani avranno un ruolo di rilievo nell’alleggerire la pressione sui velivoli francesi.


Il recente rapporto parlamentare valuta anche l’impatto dell’Operazione Barkhane sui piloti da combattimento dell’Armèe de l’Air et de l’Espace (AAE, l’Aeronautica) che operano in missioni di ricognizione e attacco al suolo in un ambiente permissivo e in un contesto asimmetrico, privo di minacce antiaeree e di velivoli avversari

I piloti avrebbero bisogno di mantenere lo standard di capacità anche combattimento aereo e in generale per un conflitto ad alta intensità (peraltro considerato una priorità dalla Difesa francese), obiettivo reso difficile dalla ridotta disponibilità di aerei Mirage 2000 C/D in Francia.

Il generale Philippe Morales, vicecapo di stato maggiore dell’AAE, citato nel rapporto presentato al parlamento, ricorda che i piloti devono completare 180 ore di volo all’anno per essere pienamente operativi ma riescono a effettuarne solo 152 di cui con solo 100 di addestramento contro le 130 previste (il 75% delle ore programmate).

Foto Op. Barkhane – Ministero della Difesa Francese

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