L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 18 aprile 2021

Il Sistema mafioso massonico politico istituzionalizzato messo sotto tensione dai Gratteri mostra le crepe e dissonanze e più queste vengono messe in luce e più crescono in quantità e profondità

Grande Aracri, primi tentativi di delegittimare la collaborazione del superboss crotonese

C’è già chi vede nella scelta di parlare con i magistrati solo una strategia. La decisione di pentirsi riporta sotto i riflettori differenze e affinità delle mafie italiane

di Danilo Colacino
17 aprile 202 12:40

Il boss Nicola Grande Aracri

Non si è ancora spenta l’eco nell’opinione pubblica - e del resto come potrebbe essere altrimenti - sul pentimento del superboss Nicola Grande Aracri, decisione di sicuro foriera di molte conseguenze - potenzialmente dirompenti - per l’intero tessuto socioeconomico calabrese. Intanto, però, bisogna capire il perché della sua intenzione di collaborare con la Giustizia, che segna un momento storico per l’organizzazione mafiosa denominata ‘ndrangheta mentre qualcuno già insinua e lancia sospetti.
Ma quando la paura è tanta... Partiamo, tuttavia, da lontano per capire il motivo dell’allarme rosso scattato dentro e fuori la mafia calabrese alla luce di tale notizia.

La struttura della 'Ndrangheta

La struttura della ‘Ndrangheta è divisa in cellule, autonome e indipendenti, resa granitica anche grazie ai tanti matrimoni fra consanguinei o comunque parenti alla lontana che hanno creato veri e propri ‘casati’ da cui soltanto dissociarsi (nemmeno compiendo il successivo passo del ‘tradimento’) per gli appartenenti diventa quasi impossibile dovendosi staccare dagli affetti più cari.

La mafia più potente del mondo

Ecco, in estrema sintesi, la descrizione più comune e ancora invalsa fra i non addetti ai lavori del fenomeno ‘ndrangheta ovvero la ‘società criminale’ divenuta nel giro di qualche decennio la più potente e ricca del mondo. Seppur vedremo come le cose, riguardo alla struttura interna, siano profondamente mutate e tale descrizione vada aggiornata. Sulla base della vecchia formula, però, l’unicità della medesima consorteria malavitosa veniva data per assodata, rimarcandone la differenza dalla Camorra (sì priva di una cupola legittimata a sovrintendere tutto, però tendente a formare cartelli fra vari clan, soprattutto nella città di Napoli ma non solo, e con un’assai minore connotazione familistica fra i suoi membri) oltreché la diversità - in particolare - da Cosa Nostra siciliana. Un Piovra, quella sicula, con una chiara matrice unitaria e verticistica testimoniata dall’esistenza di un capo supremo, qualche vice a fianco a lui, e un organismo in grado di dettare legge su ogni mandamento e cosca, quantomeno su temi quali grandi affari e omicidi eccellenti. Senza dimenticare il ferreo criterio della competenza territoriale, tuttavia superabile in caso di esigenze superiori appunto determinate dal vertice dall’organizzazione.

‘Ndrangheta in continua mutazione

La vulgata di una ‘ndrangheta ad ‘alveare’ e come premesso cellulare, per così dire, avvalorata anche da tanti studi ma soprattutto dalle prime grosse operazioni di contrasto e dai maxiprocedimenti viene smentita (o quantomeno aggiornata) nei primi anni del Terzo millennio, quando passata la prima decade del nuovo secolo si apprende come un certo assetto piramidale abbia preso corpo cambiando radicalmente il volto dell’associazione. Basti pensare a “Mamma ‘ndrangheta” di San Luca, con l’abituale summit di Polsi, e a realtà quali la Provincia a cui rispondono i vari Locali. C’è insomma una ‘regia unica’, che opera tante scelte anche varcando gli oceani e dettando regole alle ‘ndrine americane, australiane e dislocate nei più disparati angoli del mondo. Fine, dunque, dell’anarchia assoluta tra i capobastone e delle conseguenti lotte intestine.

I pentiti

La vicenda dei collaboratori di giustizia di ‘ndrangheta o pentiti, secondo la vecchia dizione, è davvero lunga e complessa e anche qui differisce da quella inerente alle altre mafie Cosa Nostra e Camorra. Ci troviamo infatti di fronte a un sodalizio simile a una pigna molto chiusa, che difficilmente perde… i suoi pinoli. A meno che qualcuno non provi con forza ad aprirla dall’esterno (leggasi inquirenti e magistrati coraggiosi). Malgrado ciò, la missione resta improba. Altra affermazione non del tutto esatta, considerata la carrellata di pentiti di un certo rilievo a cui si sono unite delle eroine (che in molti casi hanno pagato con il sangue la scelta di prendere le distanze dalle famiglie di appartenenza, pur non avendo alcun ruolo operativo all’interno delle stesse. Anzi, semmai, venendone persino vessate). Il riferimento tanto per fare gli esempi più eclatanti è, relativamente a queste ultime, alle sfortunate Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo e Giuseppina Pesce, con l’unica ‘colpa’ di nascere nel posto sbagliato. Accanto a loro solo qualche iconico nome (termine usato naturalmente in senso figurato) di chi ha voltato le spalle “all’onorata società” anche in tempi in cui farlo sembrava impossibile. Parliamo di Pino Scriva, Franco Pino, Luigi Bonaventura e – molto più di recente - Cosimo Virgiglio ed Emanuele Mancuso. L’elenco completo sarebbe interminabile, però. Preferiamo dunque fermarci qui.

Se parla, svolta epocale

Le propalazioni di Grande Aracri, perché arrivano adesso e soprattutto cosa possono determinare? Sulla collaborazione di un elemento del calibro di Grande Aracri, che rappresenta una svolta epocale per via della caratura criminale del soggetto superiore di gran lunga a quasi tutti quelli da cui è stato preceduto sulla ‘via del pentimento’, si è subito sollevata una ridda di voci e ipotesi.

I tentativi di delegittimazione

C’è persino chi ha tentato di delegittimarlo ancor prima che si sappia il contenuto delle sue conversazioni con il procuratore Nicola Gratteri. Come? Semplice: facendo passare l’idea che si tratti di un’abile strategia difensiva studiata a tavolino in vista dell’abolizione dell’ergastolo ostativo favorita da una recentissima sentenza della Corte Costituzionale, però presagita da lungo tempo, in modo da poter ottenere i benefici di legge necessari a lasciare il carcere (nel suo caso quello cosiddetto duro del regime imposto dal 41bis) un giorno non lontano. Ma anche una ghiotta occasione per ‘punire’ qualche vecchio amico, reo di non aver rispettato certi patti. Chiacchiere, illazioni e ipotesi, tutte sullo sfondo di un timore montante in vari ambienti della regione - anche quelli più insospettabili e in apparenza prestigiosi - sugli inconfessabili segreti che potrebbero uscire dalla bocca del boss cutrese. Il quale, a prescindere da cosa sia in realtà spinto a “vuotare il sacco”, di fatti turpi da raccontare ne ha. Eccome, se ne ha. A bizzeffe.

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