L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 19 aprile 2021

Il vaccino salva tutti ma solo per qualche mese, forse

L’imposizione della vaccinazione obbligatoria non ha fondamento giuridico (e neppure logico)

-19 Aprile 2021


L’articolo 4 del Decreto Legge n. 44/2021 prevede la vaccinazione obbligatoria per il COVID per il personale sanitario, estesa anche ad operatori sociali, secondo l’interpretazione estensiva di alcune Regioni.
Individuare chi non si vaccina e sanzionarlo

Si tratta di una disposizione che prevede un articolato meccanismo di trasmissione di informazioni (che coinvolge Ordini professionali, datori di lavoro, Regione e Aziende Sanitarie), finalizzato all’identificazione dei soggetti sottoposti all’obbligo vaccinale, quindi ad un percorso che può prevedere, in caso di mancata accettazione di sottoporsi al vaccino, a sanzioni di particolare gravità, dal demansionamento alla sospensione del rapporto di lavoro.

Tale disposto, anche se sembra incontrare il favore dell’opinione pubblica – o forse è questa solo l’impressione riportata dai media, molti dei quali apertamente schierati – pone seri interrogativi dal punto di vista della legittimità costituzionale, ma (soprattutto, a mio modo di vedere) della logica.
Il punto cruciale della questione

Il presupposto logico-giuridico dell’imposizione di una vaccinazione obbligatoria è che questa sia indispensabile per il perseguimento di un interesse pubblico.

Nella fattispecie, si concretizza nel concetto che il personale socio-sanitario debba essere vaccinato per evitare che rischi di veicolare il contagio del virus ai pazienti (ma anche agli utenti, nel caso di professioni chiamate in causa, come l’Assistente Sociale: dal che non si comprende perché tale obbligo non sia esteso da chiunque lavori a contatto col pubblico, visto che gli assistenti Sociali non hanno a che fare necessariamente con soggetti fragili dal punto di vista sanitario).

Tale presupposto deve necessariamente basarsi su una chiara evidenza scientifica della circostanza che i soggetti vaccinati non siano capaci di trasmettere la malattia. E qui sorge il primo problema, peraltro già affrontato dalle colonne di questo giornale:

L’assenza di un presupposto scientifico

L’assenza di un presupposto scientifico inficia il valore giuridico della norma: non c’è infatti evidenza del fatto che il vaccino impedisca alla persona di contagiare a sua volta (neppure di riammalarsi, peraltro): anzi, sia l’Agenzia Italiana del Farmaco che il Ministero della Sanità, raccomandano esplicitamente di continuare ad osservare tutte le norme di sicurezza

Ciò significa che il Decreto impone una vaccinazione obbligatoria nonostante la mancanza di una certezza scientifica della mancata trasmissione del virus da parte dei vaccinati faccia venire meno il presupposto della difesa di un interesse collettivo.

D’altronde ogni giorno la cronaca riporta notizie di questo genere:


Ancor più grave il fatto che venga imposto un trattamento sanitario obbligatorio attraverso la somministrazione di un farmaco ancora in fase di studi. Non si comprende quale sia la base non solo giuridica (ma anche logica) che possa giustificare l’imposizione di tale obbligo.

Senza dimenticare, in subordine, che il dato relativo alla vaccinazione, come ogni altro sanitario, è coperto da privacy (che verrebbe violata in caso di sanzione).
I limiti della politica

Il tema diviene quindi generale: è possibile, all’interno di un ordinamento democratico, disporre un trattamento sanitario non sulla base di evidenze scientifiche ma solo su una valutazione discrezionale relativa ai possibili benefici per l’interesse pubblico?

Ancor di più, attraverso l’utilizzo di un farmaco per il quale si stanno verificando in corso di somministrazione i possibili effetti avversi (soprattutto di lungo periodo, di cui non si parla mai)?

È lecito chiedersi, infine, quale sia il confine tra ciò che il potere politico può o non può fare e sulla base di quali evidenze scientifiche.

La questione va oltre l’opportunità (e la sicurezza) del vaccinarsi, e investe quella più generale della democrazia e dei diritti soggettivi.
Anche l’Europa dice no

“Gli Stati non devono rendere la vaccinazione contro il Covid obbligatoria per nessuno e almeno per il momento non devono utilizzare i certificati di vaccinazione come passaporti”: così si è espresso il Consiglio d’Europa con il rapporto “Vaccini Covid-19: questioni etiche, legali e pratiche” votato a larghissima maggioranza.


La risoluzione precisa inoltre che “deve essere garantito che tutti i Paesi abbiano potuto vaccinare il personale medico e i gruppi vulnerabili prima di estendere la vaccinazione ai gruppi non a rischio”.
Scenari possibili

L’auspicio è che una soluzione politica corregga in corso d’opera questo orientamento, prima che lo faccia attraverso un ricorso che si preannuncia scontato quanto giustificato.

Il calo di vittime osservato in Inghilterra è dato non dalla vaccinazione di massa, ma unicamente dalla messa in sicurezza delle persone più fragili, traguardo che l’Italia è ben lontana dal raggiungere.

L’Italia che, a fronte della mancanza di vaccini per over 80 e soggetti vulnerabili, non trova di meglio da fare che ampliare l’obiettivo della campagna vaccinale a coloro che, statistiche alla mano, non sono a rischio.
Una inopportuna pressione, non solo mediatica

L’esperienza della pandemia, com’era prevedibile, non ci sta rendendo migliori. Non è cresciuta la solidarietà, ma la diffidenza. Così come la pulsione dell’opinione pubblica a sostenere una strategia che si sta rivelando piena di contraddizioni.

Chi non si vuole vaccinare subisce pressioni, come se (contrariamente ad ogni evidenza) contribuisse a diffondere e perpetuare il virus. Il decreto del governo che minaccia di penalizzarlo e persino discriminarlo agli occhi dei colleghi di lavoro, rafforza questo pregiudizio.

Recentemente il TAR del Lazio ha imposto alla presidenza di riesaminare le misure che, sulla base del Dpcm del 2 marzo, comportano l’automatica chiusura di tutte le scuole di ogni ordine e grado nelle zone rosse, poiché “…non esistono evidenze scientifiche solide e incontrovertibili circa il fatto che il contagio avvenuto in classe influisca sull’andamento generale del contagio…”


Non stiamo parlando più di vaccini e restrizioni, ma dell’uso legittimo del potere politico nel rispetto delle libertà garantite dalla Costituzione. E, nuovamente mi si permetta, dalla logica.

Si vaccini chi vuole (sempre possa farlo: chiedetelo ai milioni di persone fragili ancora in attesa), così come ognuno, nel disinteresse dello Stato fuma, consuma alcool, mangia in eccesso, conduce uno stile di vita non salutare i cui costi, oltre che su di lui, ricadono sulla collettività.

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