L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 22 aprile 2021

Influenza covid - L’unico criterio affidabile, certo, incontrovertibile è quello del profitto

Repubblica farmaceutica



Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dal 26, giorno della Liberazione secondo Draghi, inizia una nuova variante della “pandipocondria”: difatti a gironzolare pigramente tra il pensiero comune che circola nei social pare che abbia il sopravvento la paura nelle due forme contemporanee.

Quella della libertà, cui da molto tempo non siamo più addestrati e sia pure circoscritta a qualche permesso e a qualche libera uscita dallo stato di detenzione che ci farà entrare in rischioso avvicinamento con quegli “essenziali” che sono stati esposti al Gran Male cui si guarda come zombi o sopravvissuti ancora pericolosi, e quella del contagio che incombe anche su vaccinati e guariti, sia pure equipaggiati di lasciapassare, arbitrario se comunque non concede l’autorizzazione a circolare di tutti quelli in lista d’attesa, dei più giovani oggetto di critiche per i loro atteggiamenti trasgressivi, dei lavoratori a contatto col pubblico ancora trascurati nella gerarchia di priorità, cui si dovranno presto aggiungere il target dei vaccinati precoci la cui immunità arriverà a scadenza come lo yogurt e quello di chi non può permettersi di reiterare la spesa dei tamponi, in qualità di convalida dello stato di sana e robusta costituzione, per essere ammessi al ristorante, al museo, in hotel e per una sola visita.

Così ancora una volta andiamo a rimorchio della regione dove le disuguaglianze sono più profonde e le ricchezza privata più abbondante e che è quella nella quali le contraddizioni della gestione economica e politica dello stato sociale si sono palesate in maniera più cruenta.

Il precedente governo ci ha trascinati tutti sulla sua scia di sangue, dolore e morti provocati dalla mancanza di assistenza dalla volontà esplicita di non mettere a punto protocolli terapeutici da affidare alla medicina di base estromessa dalla risposta sanitaria alla patologia, in modo da contrastare la concorrenza “sleale” di altri territori, di altre produzioni e di altre economie, fino a allora secondarie.

L’attuale governo, nel segno della gregaria continuità, risponde anch’esso alle pressioni confindustriali e padronali, localizzate nel pingue Nord delle amministrazioni che esigono più risorse, più libertà d’azione e più autonomia fiscale in odor di secessione, dichiarando passata la tempesta, grazie al nuovo status di cavie di massa, in aperta contraddizione con la voce e i comandi della scienza fino a ieri autorità assoluta, abilitata a dettare misure e decisioni.

Nel clima di emotività passionale, di pietismo governativo e informativo che ha pervaso la cittadinanza e concesso benevolmente da funzioni di carattere bellico, animate da potente decisionismo muscolare, dovremo cominciare a preoccuparci per altre divise messe in naftalina, quei camici bianchi che hanno occupato militarmente la comunicazione istituzionale, l’informazione, lo spettacolo retrocesso alle sceneggiate solo apparentemente rissose dei sacerdoti delle svariate discipline, che come nelle opere dei pupi menavano fendenti di cartone per accreditare l’unica responsabilità a carico dei cittadini e la obbligatorietà di misure repressive di ordine pubblico.

Che non solo Agamben e i cospirazionisti hanno ormai capito che per paura del sovranismo abbiamo accettato che l’unica sovranità che ci è stato permesso di conservare è quella di “dichiarare uno stato d’eccezione” e applicarlo a tempo indefinito, con relativa sospensione dei diritti costituzionali, a cominciare dal voto, dall’istruzione, dal lavoro e dalla libera circolazione. Per non dire di quello alla cura, inaccessibile non solo agli “infetti” – per il quali l’unica forma di assistenza è ridotta alla terapia intensiva nella speranza del salvifico vaccino, impropriamente definito tale mentre pare che possieda solo l’effetto di ridurre gli effetti più cruenti- ma soprattutto per gli affetti da qualsiasi altra patologia diventata molesta e trascurabile.

Eccoli che si dibattono come bestie ferite che temono di essere conferite in un jurassik park, per via dell’eclissi della scienza resasi necessaria prima di tutto per stabilire il primato della farmaceutica, pilastro della rinascita occidentale. Per realizzare poi un progetto più moderno, più consono alla rivoluzione digitale, al fertile sfruttamento del capitale umano, che estenda i valori del rispetto e della dignità a automi, robot e “intelligenti” artificiali che durano di più, sono più coscienziosi e più obbedienti. E per esaltare ruolo e funzioni più rigorosamente manageriali e organizzative, che non cedano a pulsioni passionali ed emotive, alla tentazione del dubbio ed anche della verifica dell’efficacia delle decisioni, in modo da eliminare quelle componenti, poco controllabili e arcaiche, dalla pratica di gestione e di governo della società.

Temono probabilmente che questo accidente, questo incidente nella storia che avrebbero dovuto prevedere, spiegare e affrontare abbia momentaneamente valorizzato la loro influenza nel farci “pensare il mondo”, ma che ora, proprio a causa dei condizionamenti e della pressione che hanno esercitato in forma autoritaria e repressiva, poteri di maggior pesa ne stiano decretando la marginalità.

Per mesi ci hanno detto “diamo ascolto alla Scienza” e alle sue “risposte”, quando suo compito e suo obbligo sono quelli di porre domande pertinenti, come ha avuto modo di ripetere anche recentemente Isabelle Stenghers che da anni si esercita sul tema, sulle quali si devono esercitare le varie discipline in concorso con la politica e tutti gli attori sociali.

Invece di esplorare quello che non si sapeva, per trarre delle conseguenze utili, a cominciare dalle autopsie, o dalla messa a punto di protocolli terapeutici che combinassero i test con le esperienze maturate nel contrasto a sindromi della stessa origine virale, o dalla rilevanza dell’andamento stagionale, o dalla risposta individuale a cure e esposizione al contagio, è diventato obbligatorio imporre quello che si riteneva di sapere, somministrato come certezza indiscutibile a fronte delle smentite, degli insuccessi, della conferma dell’inaffidabilità delle previsioni e dell’arbitrarietà delle scelte che ne derivavano.

Il risultato è una incertezza che aumenta la paura irrazionale e con essa la consegna sfiduciata a chi strilla più forte, o a chi vende speranze di seconda mano o prima dose, o a chi propone riti apotropaici se a più di un anno di distanza dall’inizio dell’apocalisse non si hanno conferme sull’efficacia delle mascherine, sulla misura del distanziamento salvifico, sulle virtù del confinamento, mentre vengono somministrate criptiche ricette e raccomandazioni peregrine sull’incremento del rischio dopo le 22, sul pericolo più attivo in casa o all’aperto.

Quando poi l’unico criterio affidabile, certo, incontrovertibile è quello del profitto che decide della nostra risposta immunitaria, chi può esporsi al contagio, della validità dei vaccini, di come viviamo e di cosa siamo morti, de uno più uno fa due o se vale la regola statistica del pollo, se ci meritiamo il lasciapassare che ai tempi della peste nera era non a caso concesso ai mercanti e ai soldati di ventura perché fossero autorizzati a svolgere i loro affari di soldi o di guerra.

Nessun commento:

Posta un commento