L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 13 aprile 2021

Italia Turchia, il danno è reciproco e basta che le nostre navi militari e di Euroimbecilandia impediscono a quelle turche di attraccare nei porti libici e questo paese viene messo all'angolo. Per il momento basta fermarne solo una il messaggio sarebbe chiaro ed inequivocabile, direbbe la Magli simbolico


12 APRILE 2021

La vendetta è un piatto che va servito freddo, racconta l’adagio. Ma forse questo non vale per un uomo come Recep Tayyip Erdogan, che si è costruito nel tempo l’immagine di un giocatore d’azzardo in grado di compiere mosse spregiudicate al solo scopo di ottenere il massimo da una situazione che rappresenta potenzialmente un grave pericolo. Ed è proprio questo ora che temono alla Farnesina e in altri uffici del governo: la contromossa della Turchia dopo le parole di Mario Draghi e la sensazione di isolamento che imperversa ad Ankara.

Il segnale di Palazzo Chigi è stato chiarissimo. Il premier, definendo Erdogan un “dittatore necessario”, non ha compiuto una semplice gaffe, ma ha mandato un messaggio molto preciso sia nei confronti della Turchia che nei confronti dell’Occidente. Che per Draghi sono soprattutto gli Stati Uniti. Il presidente del Consiglio non è persona che si lancia in frasi senza calibrarne il peso. Basti ricordare che il suo “whatever it takes” alla Bce è stato praticamente il volano di un cambio di passo generale per tutta l’Eurozona. E questo aiuta a comprendere anche il peso specifico che il premier assegna alle parole che utilizza in conferenza stampa, specialmente se poi riguardano un campo come quello delicatissimo della politica estera. Draghi era appena tornato da Tripoli, capitale libica sostanzialmente in mano turca, aveva incontrato il rivale per eccellenza di Ankara, il greco Kyriakos Mitsotakis, e poco prima i ministri di Italia, Francia e Germania si erano recati sempre in Libia per discutere di transizione politica nel Paese ormai sotto controllo di russi e turchi. È quindi evidente che dietro quella frase vi fosse anche la piena consapevolezza della situazione della Tripolitania, territorio che rappresenta la base di ogni politica estera di Roma nel Mediterraneo.

La frase è servita a Draghi per tracciare una sorta di linea rossa. Da una parte l’Italia dall’altra la Turchia. Da una parte l’Italia che punta a Occidente e a essere considerata dagli Stati Uniti il principale referente per il Mediterraneo e per la Libia e dall’altra parte una Turchia che prova a gestire la de-escalation con l’Europa, i rapporti con la nuova amministrazione americana e che ancora controlla gran parte della Libia. Ma il peso della frase non è stato recepito ad Ankara solo come un’offesa verso il presidente, ma anche come l’inizio di uno scontro con l’Italia per la partita libica e mediterranea. Scontro che Erdogan ora prova a giocarsi su diversi fronti, muovendo i fili di diverse rappresaglie diplomatiche.

Il primo fronte è sicuramente la Libia. E l’avvertimento da parte di Ankara è stato praticamente immediato. Oggi è previsto l’arrivo in Turchia di una delegazione libica foltissima e di alto livello composta dal premier Abdelhamid Dbeibeh, 14 ministri e altri importanti notabili del Paese nordafricano, tra cui spiccano il capo di stato maggiore e il presidente della banca centrale. Uno sbarco in massa che conferma l’asse tra Ankara e Tripoli anche con il nuovo governo e in un momento in cui Erdogan appare più desideroso di passare all’incasso che di investire ulteriormente nel conflitto. La Turchia vorrebbe avviare le pratiche del ritiro per evitare di gravare ulteriormente sulle già debilitate casse statali. Ma per farlo vuole garanzie che il suo impegno militare contro Haftar non vada in fumo. Dbeibeh in questo senso è già una garanzia visti i suoi legami privati con la Turchia.

Avere la Libia dalla propria parte implica per Erdogan un primo grande fronte con cui “vendicarsi” della mossa di Draghi. Ankara controlla la guardia costiera libica, che è l’unico fragile freno alle partenze dei migranti verso l’Italia; controlla basi in tutta la Tripolitania di cui una, quella di Misurata, si è espansa proprio a scapito dell’impegno italiano; gestisce una rete di alleanza militari e paramilitari sul territorio che rende impossibile muoversi senza che il placet di una forza legata alla Turchia. E tutto questo ora può tramutarsi in un altro potere turco sulla Libia: quello imprenditoriale. Un sistema che taglierebbe fuori proprio l’Italia, che ha in Tripolitania i suoi maggiori avamposti economici.

Oltre al dossier Libia, per l’Italia si apre poi un ulteriore problema, e cioè quello economico. Italia e Turchia intrattengono importanti relazioni commerciali. L’interscambio nel 2020 si è attestato sui 15 miliardi di euro e, come riportato dal Sole 24 Ore, la Turchia è al dodicesimo poto nella graduatoria mondiale dell’interscambio con l’Italia e si prevede un aumento delle esportazioni per i prossimi anni. Attualmente sono 1500 le aziende italiane impegnate in Turchia (fra tutte si ricorda in particolare la Ferrero). E un peso importante in questo rapporto lo hanno le commesse militari: basti pensare il 20% dell’export di armi italiane nel 2019 era diretto in Turchia. Un dato particolarmente significativo soprattutto se si pensa che, come scritto da Repubblica, dopo le parole di Draghi il governo turco ha fatto sapere di aver sospeso per il momento l’accordo sull’acquisto di dieci elicotteri d’addestramento AW169. Uno stop che per Leonardo vuol dire molto, visto che in ballo ci sono 150 milioni di euro. E questo rischio lo percepiscono tutte le aziende italiane che lavorano nel Paese anatolico, che ora potrebbero essere scavalcate da altri competitor europei, a partire da quelli tedeschi.

Il pericolo di rappresaglie coinvolge inevitabilmente anche altri settori strategici. Sul fronte del gas, non va dimenticato il ruolo della Turchia non solo nello sfruttamento dei giacimenti mediterranei, ma anche come corridoio terrestre per il passaggio delle rotte del gas verso l’Italia. E a questo problema si deve poi aggiungere tutta la rete di alleanze e di partnership della Turchia nelle aree dove si proietta anche l’azione italiana, a partire dal Corno d’Africa fino al Sahel ai Balcani. Regioni in cui la Mezzaluna opera da tempo e che potrebbero essere oggetto di ulteriori mosse da parte turca proprio per colpire gli interessi dell’Italia.

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