L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 22 aprile 2021

La banca, le banche cadono sempre in piedi diversamente dai risparmiatori. Come ci si fa a fidarsi di un sistema che non ha mai pagato MA fatto pagare ad altri?

Cento miliardi di dollari bloccati nelle banche: così viene strangolato il Libano


di Sibylle Ritzk
21 aprile 2021

Nell’ottobre del 2019, mentre il Libano metteva in atto una mobilitazione senza precedenti contro il potere, le banche chiudevano i battenti. La decisione, giustificata con motivi di sicurezza, era dovuta in realtà alla crisi di liquidità e di solvibilità degli stessi istituti. Il settore si trova virtualmente sull’orlo di un fallimento (benché ancora oggi si rifiuti di ammetterlo) e si avvale della complicità di una banca centrale che ostacola i tentativi di revisione dei propri conti dove avrebbe accumulato perdite per oltre quaranta miliardi di dollari.

© Fornito da La Repubblica Scontri a Beirut

Per capire la complessità e la gravità della situazione bisognerebbe essere esperti di economia e di finanza, ma per i correntisti libanesi tutto si riduce a un semplice dato di fatto: l’impossibilità di accedere ai conti in dollari che avevano depositato presso le banche libanesi. Depositi il cui valore complessivo dovrebbe superare i cento miliardi di dollari: una cifra pari al doppio dell’economia libanese di prima della crisi.

La dollarizzazione, che era uno dei tratti caratteristici del modello libanese oggi collassato, nata per far fronte al fatto che il Paese consuma a livello globale molto più di quanto non produca, è stata resa possibile da una politica di deliberata sopravvalutazione della moneta nazionale, durata più di venti anni.

Da quando le banche hanno riaperto, un anno e mezzo fa, i poteri pubblici non hanno ancora adottato una legge sul controllo dei capitali, come prevederebbero invece le più elementari norme di gestione delle crisi finanziarie, e ai correntisti vengono applicate regole discrezionali.

Chi tra loro poteva contare su delle conoscenze nei posti giusti è riuscito a ritirare tutti o in parte i propri risparmi, malgrado le restrizioni che sono state imposte a partire dall’autunno del 2019. Si tratta di una palese violazione del principio di pari trattamento, dal momento che la stragrande maggioranza dei correntisti non può più accedere liberamente al proprio denaro, nemmeno – ad esempio – per finanziare gli studi all’estero dei figli, a dispetto di quanto previsto da un’apposita legge approvata dal Parlamento.

Nella migliore delle ipotesi, è concesso prelevare parte dei depositi in dollari (con un plafond mensile che varia a seconda degli istituti) a condizione di convertire il denaro così ottenuto in lire libanesi, a un tasso che la Banca centrale ha fissato arbitrariamente. In questo modo i correntisti subiscono a ogni prelievo una perdita del settanta percento rispetto al valore effettivo del biglietto verde.

Una situazione di immobilismo

Che le perdite accumulate dal sistema vengano addossate ai correntisti è inevitabile. Tali addebiti dovrebbero però essere imputati prima di tutto agli azionisti, ed essere regolati da leggi che ne calibrino la portata. Questo era quanto prevedeva il piano adottato dal governo di Hassan Diab, che avrebbe dovuto intrattenere negoziati con il Fondo monetario internazionale (Fmi) all’indomani della dichiarazione di default di marzo 2020, con cui il Libano ha sospeso il pagamento dei propri debiti. Il piano aveva stimato che le perdite superassero gli ottanta miliardi di dollari: una cifra record, pari quasi al doppio dell’economia libanese.

Le autorità si sono però rivelate ben presto incapaci di attuare la benché minima decisione, e i leader politici comunitari, il settore bancario e la banca centrale si rifiutano di assumersi qualsiasi responsabilità. Dopo le dimissioni del suo governo, avvenute all’indomani dell’esplosione del porto di Beirut del 4 agosto 2020, Hassan Diab è stato incaricato di espedire le questioni di ordinaria amministrazione prima di passare il testimone a Saad Hariri, che sei mesi fa ha nuovamente ottenuto l’incarico di primo ministro. Ma il nuovo gabinetto non vedrà la luce molto presto.

Paga l'intera società

A pagare per la situazione attuale non sono solo i piccoli correntisti, ai quali il conto viene presentato prima ancora che a gli stessi azionisti, ma la società intera, che subisce una svalutazione della lira libanese che ha già superato il novanta per cento.“La svalutazione e il default disordinato rappresentano il peggiore tra gli scenari che avevamo ipotizzato più di un anno e mezzo fa”, afferma l’economista Alia Moubayed. “Il lassismo ha prevalso sulla necessità di attuare un piano complessivo di salvataggio, che mirasse a una equa distribuzione delle perdite e a un rilancio sostenuto nel tempo”.

La scelta, quindi, è ricaduta implicitamente sulla soluzione che numerosi economisti considerano la più iniqua che si potesse immaginare, che tutela gli interessi immediati degli azionisti delle banche e di alcune cerchie del potere. Anziché risanare il settore, la banca centrale sembra mirare a ricapitalizzare le banche con i depositi bloccati all’interno di esse. “Sino a quando le risorse necessarie saranno insufficienti o il loro ammontare, così come fissato dalla banca centrale, è molto inferiore al livello reale delle perdite, non vi sarà alcuna iniezione di liquidità”, spiega Jean Riachi, amministratore delegato della FFA Private Bank.

Il fatto è che il sessanta per cento dei capitali in valuta estera si trovavano depositati presso la Banca del Libano, che in gran parte li ha spesi. A questo è dovuta la forte resistenza che il governatore della banca oppone alle richieste del governo, che chiede di compiere revisioni all’interno dell’istituto.

“Al primo ministro che gli chiedeva di poter accedere ai bilanci, Riad Salamé ha fatto avere una semplice cifra, scritta a mano”, ricorda un testimone, ancora incredulo. L’azienda Alvarez & Marsal, incaricata a luglio del 2020 di compiere la revisione contabile della Banca del Libano, non ha sempre ricevuto i dati necessari a procedere. Il dipartimento di Stato americano ha espresso la “preoccupazione” di Washington di fronte all’aggravarsi della situazione sociale e politica del Paese, e inviato a Beirut David Hale, il numero tre della diplomazia Usa.

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