L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 29 aprile 2021

“La conquista di Roma, la conquista dell’Italia e dell’Europa, significa che l’Islam tornerà in Europa ancora una volta… La conquista si farà con la guerra? No, non è necessario. C’è una conquista pacifica, prevedo che l’Islam tornerà in Europa senza ricorrere alla spada. La conquista si farà attraverso la predicazione e le idee”.

Il progetto jihadista non è stato debellato
28 aprile 2021


Il terrorismo jihadista è stato debellato oppure gli è stata messa la sordina? La strategia per la ricostituzione del Califfato è stata anemizzata strategicamente e finanziariamente o continua con altre metamorfosi, mimetizzata sotto metodologie soft?

Abbiamo visto su queste pagine come dalla guerriglia afghana – che contrastava l’invasione delle unità sovietiche – abbiano avuto origine le formazioni paramilitari di al-Qaeda poi trasformatasi in organizzazione terroristica.

Siamo stati spettatori della nascita di ISIS da una “costola” di al-Qaeda, tramite il “padre putativo” Abu Musab al-Zarqawi, inizialmente assurto a Stato Islamico e poi a Califfato, proclamato il 29 giugno 2014, da Abu Bakr al-Baghdadi, nella moschea al-Nouri di Mosul.


Tra gli obiettivi geopolitici del Califfato possiamo includere il tentativo di ostacolare la crescita della probabile futura potenza nucleare iraniana che, nel novembre 2013, si stava sdoganando dalle sanzioni.

Infatti – a distanza di circa un anno dalla proclamazione del Califfato – il 14 luglio 2015 venne firmato il “Joint Comprehensive Plan of Action” – “Piano d’azione congiunto globale”, noto con l’acronimo JCPOA – accordo internazionale sullo sviluppo dell’energia nucleare in Iran.

Dalla iniziale convergenza di vedute fra Wahhabismo e Fratellanza Mussulmana – nel corso della guerriglia afghana – si è giunti ad uno scontro senza esclusione di colpi allorquando:
il 5 giugno del 2017 Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Yemen hanno rotto le relazioni diplomatiche con il Qatar, quest’ultimo accusato di sostenere il “terrorismo”. L’evento si colloca appena due settimane dopo la visita a Riad del Presidente degli Stati Uniti, durante la quale Donald Trump aveva esortato i paesi musulmani a mobilitarsi contro l’estremismo religioso

il 4 novembre 2017 l’erede al trono saudita, Mohamed Bin Salman, ha ordinato l’arresto di 11 principi sauditi, di 4 ministri e di 38 ex ministri del suo regno. Fra gli arrestati anche:
Bakr bin Laden, presidente del gruppo Saudi Bin Laden e fratello di Osama bin Laden, il principe Turki bin Abd Allah al-Saud, già a capo della Direzione Generale dell’Intelligence – che aveva gestito Osama bin Laden sia durante la guerriglia afghana sia dopo – avvicendato il 1º settembre 2001, dieci giorni prima degli attentati alle Torri Gemelle,
Khaled al-Tuwayjiri, già comandante della Guardia Reale, accusato di aver adottato un’ideologia estremista terroristica;
il principe multimiliardario saudita Al Waleed Bin Talal, padrone della Kingdom Holding Company, una delle più grandi e potenti holding del mondo. Al Waleed nell’ottobre 2014, nel corso di una intervista rilasciata alla statunitense CNN, aveva dichiarato che l’Arabia Saudita e gli altri paesi del Golfo avevano sostenuto gruppi terroristici e favorito anche la realizzazione dell’ISIS;


il 10 novembre 2020 il Consiglio Superiore degli Ulema – principale organo religioso dell’Arabia Saudita – ha dichiarato che la Fratellanza Musulmana “è un’organizzazione terroristica che non rappresenta i veri valori dell’Islam, ma persegue i propri scopi partigiani che contraddicono la religione autentica e seminano discordia, violenza e terrore”.

Tali eventi sembravano aver ulteriormente contribuito alla disarticolazione di ISIS dopo la sua disfatta sul piano militare nel dicembre del 2017 ed alla disgregazione di al-Qaeda sul piano finanziario, anche se le metastasi dell’uno e dell’altra si erano diffuse dal Sahel all’Indonesia. Inoltre, la morte di Ayman al Zawahiri ed una serie di uccisioni e/o arresti dei leader – sia di Al Qaeda sia di ISIS – sembrava aver degradato l’attività operativa delle due maggiori organizzazioni terroristiche.

Purtroppo dobbiamo tornare ad osservare la galassia jihadista a causa di ulteriori episodi terroristici e/o criminali che hanno ridestato l’attenzione sulla sua asserita disarticolazione – sia sul piano operativo sia sul piano ideologico – smentita da:


assassinii, rapimenti e attentati in alcune aree dell’Iraq ove funzionari, capi villaggio e tribù sono stati sequestrati o uccisi. Inoltre, infrastrutture elettriche e petrolifere sono state fatte saltare in aria. Le molteplici violenze, infine, sono culminate con:
due kamikaze che si sono fatti esplodere nel centro di Baghdad il 21 gennaio c. a., provocando almeno 35 morti e 80 feriti. Episodi avvenuti nel territorio scarsamente popolato delle province di Diyala, Kirkuk e Salahuddin, definito il triangolo della morte, ove l’ISIS ancora sopravvive;
14 persone ferite in un attentato avvenuto il 28 marzo u.s. in una chiesa cattolica di Makassar, nella regione indonesiana del Sulawesi Meridionale, durante la messa della Domenica delle Palme;
costituzione di wilayat nel Sahel e soprattutto nell’area centroafricana della Repubblica del Congo ad opera di cellule dell’ISIS. In tale area sono sorte le wilayat di: ISCAP (Islamic State Central Africa Province); ASWJ (Ahlu Sunnah wa-l-Jama’ah), indicato anche come Stato Islamico nel Mozambico; ISGS (Islamic State in the Greater Sahara); ISWAP (Islamic State in West Africa), fazione secessionista di Boko Haram. Tale proliferazione è verosimilmente finalizzata a creare una saldatura fra i jihadisti operanti nell’Africa nord occidentale e sub sahariana con quelli dell’area est africana operanti in Somalia, Mozambico, Kenya, Tanzania, ecc.

Ma nelle intricate ed arcane relazioni che intercorrono fra i vari gruppi jihadisti ed i loro sponsor se ne inseriscono altre che destano ancor più angosciosi interrogativi, a cominciare da:
la mattina del 5 gennaio 2021 è giunto ad al-Ula – Arabia Saudita nord-occidentale – lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, emiro del Qatar. A riceverlo c’era il principe reggente saudita, Mohammed bin Salman. “MbS” sembra aver siglato importanti accordi con cui ha posto fine all’embargo del Qatar nonostante alleato con i Fratelli Musulmani;
il 04 febbraio 2021 il presidente statunitense Joe Biden ha annunciato il ritiro del sostegno americano all’offensiva militare della coalizione a guida saudita in Yemen, annunciando anche lo stop alla vendita di armi ai sauditi. Nella circostanza ha sostenuto altresì di voler “ricalibrare” i rapporti con Riad;
il 26 febbraio 2021 c’è stato un attacco aereo USA in Siria contro le milizie sciite finanziate dall’Iran. Nello stesso giorno il Presidente Biden ha chiamato telefonicamente l’alleato saudita per tranquillizzarlo sulla volontà di non lasciarlo solo perché il nemico comune è l’Iran anche se la sua amministrazione sembra intenzionata a far rientrare gli Stati Uniti nell’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa);
il 01 marzo 2021 Joe Biden, il neo presidente americano, ha accusato il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, di essere il mandante dell’assassinio di Khashoggi. Il caso era stato chiuso da Trump ma è stato riaperto da Biden, peraltro senza alcun provvedimento nei riguardi di “MbS”.

A quanto pare non ci saranno sovvertimenti nei rapporti fra Usa e Arabia Saudita, né fra Mohammed bin Salman – inamovibile dal suo ruolo egemone in tutto il Golfo – ed il Qatar con i suoi amici Fratelli Mussulmani. Per quale motivo?

I motivi sono tanti, ma quelli che riteniamo più probabili sono principalmente due:
Mohammad bin Salman al-Saud da quando ha assunto il potere si è inserito nella competizione geopolitica internazionale con la parola d’ordine “diversificare e modernizzare” il paese. Egli intende aprirlo ad un Islam moderato, abbandonando la rigida tradizione wahhabita, perché anche se il petrolio c’è non è infinito. In previsione dell’esaurimento delle risorse si è fatto promotore di:
un poderoso progetto, “Vision 2030”, che punta alla indipendenza dal petrolio investendo migliaia di miliardi di dollari in un’economia saudita basata su hi-tech, industria, servizi e turismo. In particolare il programma prevede anche 2mila miliardi di dollari destinati al progetto di una città di lusso nel nord-ovest del paese e trasformazione delle isole del Mar Rosso in centri balneari per turisti spendaccioni;
“Accordi di Abramo”, altro progetto che punta a creare una enorme area di mercato e un nuovo potente soggetto geopolitico basato sulla stretta alleanza – politica ed economica – tra Israele e i Paesi arabi.

L’Amministrazione Biden ha salutato con pieno favore entrambe le iniziative che avranno enormi ricadute economiche sulle multinazionali statunitensi, ma anche e certamente sull’Unione Europea;
I Fratelli Mussulmani si sono anch’essi abilmente inseriti in uno scontro geopolitico – ma regionale – fra Iran ed Arabia Saudita, imponendo il campo religioso come una competizione politica legittima per la ricostituzione del califfato. La manipolazione è stata compiuta con un approccio rigido ed oscurantista, con un collage di citazioni utili e utilitaristiche estrapolate secondo convenienza da versetti coranici e soprattutto hadith – breve narrazione relativa a detti o fatti del Profeta, tratti dalla sunna – che si prestano molto bene alla manipolazione politico-religiosa. In tale contesto un ruolo importante è stato ed è tuttora rivestito da Hizb al-Tahrir (Partito della Liberazione).


È l’organizzazione politica internazionale dei Fratelli Mussulmani con il dichiarato proposito di:
ricostituire il Califfato ed unire la comunità musulmana (ummah), applicando la Shariah (legge islamica) ed includendovi anche i paesi non musulmani (legasi Euroimbecilandia, da qui la lettera formale dei generali francesi);
penetrare ambienti politici, dirigenziali, universitari, centri di studio, media, organizzazioni non governative e sindacati da infiltrare e porre al servizio della causa islamista. Specie quelli progressisti per avvicinarli o conquistarli alla sua ideologia e conseguire la formazione di alleanze con le varie anime del mondo progressista, peraltro oggetto di recenti polemiche per contatti nell’area.

L’ideologia califfale dei Fratelli Mussulmani – nata e sostenuta da Abdullah Azzam, che ha già islamizzato il Pakistan di Zia Ul Hak Abul con i suoi consiglieri politico/religiosi Abul Ala Maududi e Said Ramadan (genero di Al Banna) – persegue perennemente la ricostruzione del califfato universale attraverso un doppio binario:
costituire wilayat regionali, tant’è che i nuovi leader di Al Qaeda e ISIS al momento sono in stand by, l’uno nelle mani di Teheran (Saif al-Adl) [?!?!], l’altro latitante in Iraq nonostante sia stata annunciata la sua cattura (Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi o Haji Abdallah);
narcotizzare l’Europa con una penetrazione economica, politica e sociale seguendo le direttrici già tracciate da tempo sui teleschermi di Al Jazeera nel 2007 da Al Qaradawi, leader dei Fratelli Mussulmani (già Decano del Dipartimento Islamico nelle Facoltà di Shari’a e della Educazione nel Qatar): “La conquista di Roma, la conquista dell’Italia e dell’Europa, significa che l’Islam tornerà in Europa ancora una volta… La conquista si farà con la guerra? No, non è necessario. C’è una conquista pacifica, prevedo che l’Islam tornerà in Europa senza ricorrere alla spada. La conquista si farà attraverso la predicazione e le idee”.
Conquista, peraltro, ampiamente ben descritta dal francese Bresson nel 2005 (“La conquete de l’Occidente – Le projet secret des islamist” di Sylvain Besson,Èditions du Sauil 27, rue Jacob Paris VI° -octobre 2005).

Progettualità occultamente sostenuta dal Qatar tramite la penetrazione economica attuata in tutta la UE con la ONG “Qatar Charity Foundation” operante già dal 1992.

Mentre l’idea califfale dirama abilmente le sue radici a livello globale, nella politica estera della UE, continuano a prevalere i nazionalismi con la Germania proiettata verso est (realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 lungo i 1.200 km) e la Francia impegnata a tutelare l’Africa francofona in preda a sconvolgimenti jihadisti per salvaguardare il franco delle Colonie francesi d’Africa (CFA) ed a sostegno del G5 Sahel, per arginare ed estirpare la violenza jihadista.


La UE è congelata da questa dicotomia e dalla incapacità di produrre una strategia di politica estera seria, chiara, univoca ed unitaria, per arginare questa penetrazione soft in atto da decenni.

Tali evidenze nell’era della guerra ibrida – o come la definiscono i cinesi “guerra senza limiti” sembrano però convergere verso una dimensione califfale che ben si adatta allo scontro geopolitico globale in atto che non deve necessariamente essere militare. Basta immaginare la rilevanza geopolitica di un califfato – comprensivo della UE – come sia idoneo per contenere sia l’espansione della Russia sia ancor più quella cinese.

È per questo che il terzo attore in campo nel contenzioso sciiti-sunniti – gli Stati Uniti – oscilla sempre come un pendolo, un po’ di qua e un po’ di là? Forse intende indurli a trovare la via della conciliazione per realizzare un simile baluardo? Joe Biden sarà il domatore delle “due tigri islamiche”?

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