L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 17 aprile 2021

La guerra che gli ebrei sionisti stanno facendo all'Iran è sempre più palese

Il sabotaggio di Natanz e l’escalation della guerra segreta tra Israele e Iran

16 aprile 2021


La battaglia segreta tra lo Stato di Israele e l’Iran non è più così segreta: dietro il misterioso incidente che ha colpito la rete di distribuzione elettrica della centrale nucleare di Natanz ci sarebbe ancora una volta la Unit 8200 (Yehida shmonae -Matayim), l’unità dell’Intelligence militare dello Stato ebraico (Aman) responsabile delle attività di spionaggio SIGINT, ELINT, OSINT, e della cyber warfare.

Dopo varie smentite e l’annuncio di un incidente dovuto ad un malfunzionamento, Teheran ha ammesso che il guasto è stato causato da un attacco israeliano alla rete elettrica dell’impianto di arricchimento di Shahid-Ahmadi-Rochan (Natanz) ed ha identificato come responsabile materiale del sabotaggio una persona che lavorava nella centrale. Secondo il New York Times, che cita fonti dell’intelligence americana, i danni causati dall’esplosione potrebbero costringere l’impianto ad interrompere le attività per almeno nove mesi.

La struttura “attaccata” domenica mattina è la stessa che lo scorso luglio subì gravi danni a causa di un’esplosione che devastò il padiglione per l’assemblaggio delle centrifughe nucleari. Quell’incidente, che da una prima analisi avrebbe dovuto interrompere le operazioni dell’impianto per un lungo periodo, fu il più rilevante di quella serie di attacchi coordinati che nell’arco di una settimana colpirono il deposito di gas a Parchin, una fabbrica di missili a Khojir, le centrali elettriche di Ahvaz e Shiraz, il polo petrolchimico di Karoun e la fabbrica di ossigeno di Baghershahr.


L’incidente di Natanz arriva, invece, a meno di una settimana dal caso del cargo iraniano attaccato nel Mar Rosso, il mercantile MV Saviz, ultimo atto di una serie di operazioni via mare che negli ultimi mesi hanno centrato, a fasi alterne, navi mercantili di proprietà israeliana e iraniana. Secondo il New York Times, prima di attaccare il cargo MV Saviz, Israele avrebbe allertato gli Stati Uniti prima con una telefonata fatta per consentire alle unità della US Navy presenti nell’area di allontanarsi.

Ora sorge spontanea una domanda: e se anche per l’attacco a Shahid-Ahmadi-Rochan fosse stato utilizzato lo stesso protocollo? Certamente, la risposta a questo quesito direbbe molto sullo stato dei rapporti che intercorrono tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’amministrazione del nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Due per ora i fatti: domenica, a poche ore dall’attacco, arriva in Israele il nuovo segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin; entro fine aprile il capo dell’IDF, Aviv Kochavi, e il capo del Mossad, Yossi Cohen, dovrebbero visitare Washington. In cima all’agenda il dossier sul nucleare iraniano.

La scorsa settimana, durante le celebrazioni per il Giorno della Memoria dell’Olocausto, Netanyahu si era pronunciato ancora una volta contro un ritorno degli Stati Uniti all’accordo sul nucleare e l’esplosione a Natanz è avvenuta il giorno dopo la Giornata nazionale della tecnologia nucleare iraniana, occasione sfruttata dal presidente Hassan Rohani per ricordare gli ulteriori progressi registrati dal Paese nel programma nucleare, progetto che il regime insiste a definire come destinato esclusivamente a scopi civili.

La Giornata nazionale della tecnologia nucleare iraniana è stata anche l’occasione per celebrare il potenziamento della capacità di arricchimento dell’uranio, un aumento ottenuto mediante le 30 nuove centrifughe IR-5 installate a Natanz che secondo il presidente Rohani hanno accelerato il processo industriale di almeno dieci volte. L’ennesima violazione dell’accordo nucleare, quindi, una delle tante che l’Iran sta accumulando e che potrebbe utilizzare come merce di scambio in previsione del proseguimento dei colloqui a Vienna, ma che Gerusalemme sembra aver stroncato sul nascere.

Washington ha già fatto sapere che l’amministrazione Biden non rimuoverà tutte le sanzioni economiche imposte da Donald Trump, ma, eventualmente, solo quelle che non sono in linea con il protocollo l’intesa raggiunto nel 2015. Una decisione che il Generale Mohammad Hossein Bagheri, capo di stato maggiore delle Forze armate iraniane, ha definito “un pugno di ferro dentro un guanto di velluto”, un fatto che non cambierà la linea politica strategica dell’Iran, e cioè, “una piena rimozione delle sanzioni”.

Per Israele il fascicolo Natanz rimane comunque aperto: dopo una pausa di due mesi, Benyamin Netanyahu ha convocato per domenica prossima il Consiglio di Difesa; Gerusalemme vuole esaminare le crescenti tensioni con l’Iran e lo sviluppo di possibili scenari, una sorta di dichiarazione di “guerra” che i premier potrebbe aver riassunto in poche semplici parole: “La situazione come esiste oggi non è detto che esista necessariamente anche domani”. (IT Log Defence)

Foto IranWatch.org e Business Standard

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