L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 16 aprile 2021

la Russia non ha tardato a rispondere con forza all’arrivo su territorio Ucraino di materiale militare statunitense e alla dichiarazione esplicita, resa pubblica il 24 marzo, del governo di Kiev di avere come obiettivo la “reintegrazione del territorio temporaneamente occupato della Repubblica Autonoma di Crimea e della città di Sebastopoli”

IL “TINTINNAR DI SCIABOLE” NEL DONBASS


14/04/21

La tensione tra Ucraina e Federazione Russa nelle ultime settimane è notevolmente aumentata, rischiando di riaccendere il conflitto in corso sotto traccia tra i due stati sin dagli accordi di Minsk del 2015. Infatti, in linea con le proprie necessità strategiche, la Russia non ha tardato a rispondere con forza all’arrivo su territorio Ucraino di materiale militare statunitense e alla dichiarazione esplicita, resa pubblica il 24 marzo, del governo di Kiev di avere come obiettivo la “reintegrazione del territorio temporaneamente occupato della Repubblica Autonoma di Crimea e della città di Sebastopoli”. A ciò si accompagna una rinnovata operosità da parte del presidente Ucraino Volodymyr Zelensky nel cercare di rendere nuovamente centrale la questione Ucraina nell’agenda internazionale, sia con l’attività diplomatica che con quella mediatica.

Nella prima comunicazione diretta tra il presidente statunitense Biden e il suo corrispettivo ucraino, il 2 aprile, Zelensky ha incassato una dichiarazione di “fermo sostegno degli Stati Uniti alla sovranità e integrità territoriale dell'Ucraina di fronte alla continua aggressione russa nel Donbass e in Crimea” e la rassicurazione che “l'Ucraina non sarà mai lasciata sola contro l'aggressione russa”.

Il 6 aprile, nel corso di una telefonata ufficiale con il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, Zelensky ha ribadito l’obiettivo di adesione all’alleanza in quanto, nelle sue parole, “(…) la NATO è l’unico modo per concludere la guerra nel Donbass” ed ha inoltre auspicato una presenza permanente della NATO nel Mar Nero come “potente deterrente nei confronti della Russia”.


L’8 aprile il presidente si è recato personalmente in vista al fronte nel Donbass, per “supportare lo spirito combattivo” e dimostrare pubblicamente il proprio impegno antirusso ai militari. Infatti, lungo la linea di contatto dall’inizio dell’anno è in corso un aumento dell’attività conflittuale che ha visto sinora cadere una trentina di combattenti per lato.

La risposta di Mosca si è declinata in una convergenza di truppe e materiali militari verso la Crimea e il confine con l’Ucraina di cui non è ancora chiara l’entità complessiva, ma che le fonti concordano nel definire il maggiore accumulo di truppe nel settore dai tempi del conflitto del 2014. Solo dopo la comparsa sui media di video che mostravano convogli di attrezzature militari attraversare il lato ferroviario del ponte di Crimea Vadim Astafyev, capo del servizio stampa del Distretto militare meridionale, ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che il trasferimento era parte di una esercitazione.

Confermata è la presenza della 76esima divisione aviotrasportata, normalmente di stanza a Pskov, che già aveva operato sul fronte Ucraino nel 2014, e della 74esima brigata corrazzata, di stanza a Yurga, ma pare che ulteriori unità siano state mobilitate. In particolare, il quotidiano “Kommersant” ha osservato come i produttori di attrezzature agricole, che in questo periodo fanno largo uso del trasporto ferroviario per consegnare le macchine in tempo per l’avvio della stagione, siano in difficoltà perché parte dell’infrastruttura ferroviaria sarebbe occupata per uso militare; se confermata, la notizia farebbe supporre un dispiegamento di forze da parte del Cremlino ancora più vasto di quanto ipotizzato.

Una simile dimostrazione di forza è funzionale a diversi obiettivi:

- segnala non solo a Kiev, ma anche ai suoi alleati e sponsor, in primis gli Stati Uniti sotto la nuova amministrazione, quanto seriamente la Federazione Russa prenda i suoi interessi nell’area;


- mette sotto pressione l’amministrazione Ucraina, la quale può sì accusare i Russi di provocazioni, ma a livello pratico si trova in una posizione assai delicata, in cui la vicinanza alla NATO è più declaratoria che altro, a differenza delle divisioni russe, tangibilmente vicine;

- consente all’amministrazione di Putin di avere su cosa catalizzare l’attenzione pubblica interna, con una non nuova retorica nazionalista panrussa, in vista delle elezioni legislative che si terranno quest’anno a settembre.

Mentre gli stati dell’UE, principalmente Francia e Germania, invitano le parti a ridurre il livello di tensione, gli USA, secondo fonti non ufficiali turche, hanno inviato due unità navali nel Mar Nero. Si tratta in ogni caso di forze utili al monitoraggio e a non lasciare completamente sola Kiev, ma non sufficienti per essere impiegate in caso di conflitto aperto, e dimostrano in un certo senso quale potrebbe essere la posizione degli Stati Uniti sulla questione. Infatti, sebbene nei proclami diplomatici gli americani esprimano pieno supporto al governo Ucraino, è evidente come gli interessi geopolitici in gioco siano su piani differenti. Mentre per gli USA si tratta di un secondario fronte di contenimento della Federazione Russa, tuttalpiù un tentativo di ridurla al rango di potenza regionale, e senza dubbio utile per proiettare verso un nemico classico il proprio malessere interno, per Mosca sono in gioco quelli che considera i propri interessi vitali.

Appare improbabile che gli americani vogliano impantanarsi militarmente in un contesto così sfavorevole, e proprio per questo la loro posizione, e di concerto quella di Kiev, risulta negozialmente debole. L’asimmetria tra una minaccia progressiva di sanzioni economiche o l’espressione di preoccupazione che caratterizzano fino ad ora l’approccio americano, contro la preparazione alla violenza aperta che invece dimostra la Russia, è evidente.


Considerato che non si è trovato un nuovo accordo per il rinnovo del “cessate il fuoco” che scadeva il primo aprile, e che la Russia ha dichiarato apertamente di ritenere un dovere intervenire qualora, a suo giudizio, la vita del più di mezzo milione di cittadini russi nel Donbass dovesse essere in pericolo, e le sue truppe sono schierate e pronte, sembrerebbe solo questione di attendere che il terreno si asciughi dal fango del disgelo (e permetta quindi di impiegare agevolmente i mezzi militari pesanti) per vedere una nuova fase acuta del conflitto.

Va tuttavia tenuto in considerazione come tutte le parti siano consapevoli dei costi che una ripresa delle ostilità comporterebbe; in primo luogo economici ed umani, e quindi a cascata forieri di tensione non solo con le rispettive opinioni pubbliche, ma tra due potenze con capacità nucleare. Ed infatti la Federazione Russa formalmente continua a premere su una pedissequa adesione agli accordi di Minsk, i quali invece all’Ucraina risultano sempre più limitanti.

Il governo di Kiev qualche spazio di manovra lo ha: la Turchia di Erdogan, che controlla con l’accordo di Montreux l’accesso al bacino del Mar Nero, sta cerando di migliorare i rapporti con la potenza americana, ultimamente parecchio tesi, e pur non essendo un alleato in senso proprio risulta un interlocutore importante; la ricerca di indipendenza energetica ha trovato una sponda nel recente accordo con il Qatar, con il quale è stata siglata un’intesa per investire nell'estrazione e raffinazione interna all’Ucraina, il che toglierebbe una delle leve di pressione tradizionali di Mosca; l’avvicinamento ad occidente, pur ancora lontano in termini di adesione all’Alleanza Atlantica (e ancora di più all’UE), permette se non altro di ricevere un appoggio economico non indifferente; infine Kiev controlla le fonti di acqua potabile verso la Crimea, e la loro chiusura comincia a creare non pochi disagi agli abitanti della penisola.

È tuttavia da escludere che il governo Ucraino possa raggiungere il suo obiettivo dichiarato, di riannessione della Crimea, anche dovesse esserci un conflitto su larga scala. Al contrario la Federazione Russa non esiterà a cogliere l’occasione, qualora Kiev dovesse commettere l’errore di sentirsi protetta dagli Stati Uniti e fare il passo più lungo della gamba per tentare di costringere con la forza l’Ucraina ad accettare perlomeno lo status quo attuale.

Gli USA a loro volta dovranno valutare attentamente come muoversi nel contesto, considerato da un lato la perdita di credibilità che una risposta troppo blanda comporterebbe, dall’altro quanto effettivamente possano permettersi di passare ad una ostilità aperta con i Russi, i quali hanno segnalato inequivocabilmente quanta importanza diano al dossier Donbass.

Bruno Santorio (Centro di Studi di Geopolitica e Strategia Marittima)

Foto: MoD Fed. russa / NATO / MoD Ucraina

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