L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 15 aprile 2021

La schizofrenia regna negli Stati Uniti, da una parte si propone un vertice per normalizzare i rapporti dall'altra si vuol "punire" la Russia anche con sanzioni che sono veri e propri atti di guerra

15/04/2021 16:04 CEST | Aggiornato 1 ora fa

Sanzioni ed espulsioni, Biden reagisce al cyberattacco russo
Misure anche sul debito sovrano russo. Mosca convoca l'ambasciatore Usa: "Nostra reazione inevitabile"


GETTY IMAGESJoe Biden - Vladimir Putin

Sanzioni ed espulsioni per 10 diplomatici russi, misure contro il debito sovrano russo. Joe Biden reagisce così agli attacchi informatici ai danni delle agenzie federali e ai vari tentativi di intromissione elettorale per condizionare il voto che imputa alla Russia. Washington dà concretezza alle proteste delle ultime settimane. Sanzioni nei confronti di sei compagnie tecnologiche russe che avrebbero svolto un ruolo centrale nell’azione di spionaggio. Immediata espulsione di dieci diplomatici, tra i quali figurano “rappresentanti dei servizi di intelligence russi”, con sanzioni per altri 32. Mosca risponde convocando l’ambasciatore e promettendo che “seguirà una ritorsione significativa”.

È la prima azione di rappresaglia formale a quella che è stata denominata SolarWinds, una serie di attacchi cybernetici da parte degli hacker russi nei confronti dell’azienda texana. Da quanto riferito dall’intelligence americana, sarebbero nove le agenzie federali vittime di una più vasta operazione voluta da Mosca per entrare in possesso di dati sensibili e segreti di Stato. Per la prima volta Washington ha collegato esplicitamente l’attacco a un servizio di intelligence russo. Per di più, dopo che il capo del Cremlino è stato accusato di aver dato il suo assenso alle operazioni di interferenza nel voto americano, in modo tale da favorire il candidato repubblicano Donald Trump e influenzarne l’esito. Tentativi non andati a buon fine, a quanto pare, non solo per la vittoria di Joe Biden ma anche perché, in virtù delle pubbliche dichiarazioni dell’ex presidente riguardo la “più grande frode” della storia americana, quelle del novembre scorso sono state considerate “le più sicure” a detta del governo federale.

Un’idea di quello che poi è diventato realtà si era già costruita martedì scorso, quando i due presidenti si sono sentiti al telefono. Durante la chiamata, Joe Biden avrebbe invitato Vladimir Putin a incontrarsi nei prossimi mesi “in un Paese terzo”, per discutere dei temi più urgenti, a cominciare dall’estensione del Trattato Nuovo Start, “un dialogo strategico su temi quali il controllo degli armamenti e gli emergenti problemi di sicurezza”. Biden aveva anche colto l’occasione per ricordare come “gli Stati Uniti agiranno fermamente in difesa dei loro interessi nazionali e in risposta ad azioni della Russia come gli attacchi informatici e le ingerenze elettorali”, sottolineando il “fermo impegno” del suo Paese “verso la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina”. A Washington, infatti, spaventa “l’improvviso incremento rafforzamento delle posizioni militari russe nella Crimea occupata e al confine”, la più numerosa dallo scoppio della guerra secondo la Casa Bianca, e per questo ha iniziato a muoversi militarmente per trovarsi pronta nel momento in cui la situazione degenerasse.

Dall’altro lato del filo del telefono, però, Vladimir Putin, che pure aveva aperto a un incontro tra i due presidente dopo che quello americano lo aveva definito un “killer”, avverte come le sanzioni non possono che allontanarne l’ipotesi. “Le probabili sanzioni in discussione in nessun modo aiuteranno un tale incontro. Su questo non c’è dubbio”, ha affermato il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov, che lascia ai due leader l’onere della scelta: se le sanzioni “ostacoleranno o meno il vertice, sarà una decisione dei presidenti”. La posizione del Cremlino era quella di attendere l’ufficialità delle sanzioni, perché “non c’è fumo senza arrosto”, aveva commentato Peskov.

Secondo la stampa americana la decisione della Casa Bianca di dare un segnale forte e deciso non solo era imminente, ma includerebbe anche una serie di questioni su cui non transige. Per le istituzioni finanziarie statunitensi sarà vietato acquistare titoli dalla Banca centrale, dal Fondo nazionale di previdenza o dal ministero delle Finanze della Federazione Russa a partire dal 14 giugno prossimo. Allo stesso tempo, sarà vietata la concessione di fondi alle stesse istituzioni. Tutto confermato nel decreto firmato da Biden, in cui si è lasciato la possibilità di punire nuovamente la Russia con “conseguenze strategiche ed economiche”, nel caso in cui scelga una politica di “escalation delle sue azioni di destabilizzazione internazionale”.

Non è la prima volta che gli Stati Uniti decidono di prendere questa strada con Mosca: già Barack Obama, cinque anni fa, si era mosso in questo senso quando le interferenze elettorali riguardarono Hilary Clinton e, solo un mese fa, sette ufficiali russi - alcuni molto vicini a Putin - furono sanzionati in risposta alla complicità del governo di Mosca nell’avvelenamento di Alexei Navalny. Ma, mentre quelle per l’oppositore russo erano coordinate anche con i paesi europei, questa volta l’America fa da sola, pur ricevendo pieno sostegno da Nato, Ue e Gran Bretagna. Come scrive il New York Times, lo scopo è quello di andare a colpire il debito sovrano del Paese con costi significativi - come dimostrano gli obblighi che da metà giugno dovranno seguire le istituzioni finanziarie a stelle e strisce. Soprattutto, per Mosca sarà molto più complesso raccogliere denaro nei mercati finanziari internazionali.

“Non si tratterà semplicemente di sanzioni, ma di un mix di strumenti visibili e invisibili”, ha dichiarato Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale di Biden. Quando era ancora presidente, Donald Trump ha ricevuto un rapporto della CIA secondo cui la Russia avrebbe segretamente offerto una ricompensa economica ai talebani per uccidere quanti più soldati americani possibili. Non seguì alcuna azione, neanche quando i documenti divennero pubblici. Ma Joe Biden, da candidato, promise di affrontare la questione e, una volta eletto, ha dato ordine di trovare materiale che testimoniasse l’azione dei russi contro gli americani. L’indagine ha poi portato ai fatti di cronaca, con il protagonismo russo nell’influenza l’opinione pubblica americana in vista del voto del 3 novembre. Sulla questione delle taglie messe sui militari americani, la Casa Bianca ha dichiarato che ”data la delicatezza della questione, che coinvolge la sicurezza ed il benessere delle nostre forze, stiamo gestendo la cosa attraverso canali diplomatici, militari e di intelligence”.

Quindi, le sanzioni, sostenute dagli “alleati della Nato, solidali con gli Stati Uniti dopo l’annuncio odierno”. In una nota, l’Alleanza Atlantica ha precisato come stia “intraprendendo azione individualmente e collettivamente per migliorare la sicurezza dell’Alleanza”. Ma, anche un po’ a sorpresa, le ritorsioni non riguarderanno il gasdotto North Stream 2, che collega direttamente la Russia alla Germania passando per il Mar Baltico. Secondo quando riportato da Politico, il Dipartimento di Giustizia ha approvato il mese scorso almeno due pacchetti di sanzioni contro la società responsabile della pianificazione, costruzione e della futura gestione del gasdotto, la Nord Stream 2 Ag, e contro il suo CEO Matthias Warnig, salvo poi essere cancellata. E, adesso, l’amministrazione Biden non è così convinta di muoversi in modo aggressivo: non tanto nei confronti della Russia, quanto piuttosto della Germania, con la quale proprio due giorni fa è stato rinsaldato l’asse militare, dopo l’incontro tra il segretario della Difesa Lloyd Austin con quello tedesco Annegret Kramp-Karrenbauer, inviando altri 500 soldati americani nel paese europeo.

La contro-reazione russa non tarderà ad arrivare e sarà “inevitabile”. L’ambasciatore americano a Mosca, John Sullivan, è stato immediatamente convocato al ministero degli Esteri, dove lo attende “una discussione dura”, come sostenuto dal portavoce Maria Zakharova. “Nella telefonata con il
presidente russo, Joe Biden ha dichiarato l’interesse alla normalizzazione delle relazioni con la Russia. Tuttavia le attività della sua amministrazione manifestano il contrario. Gli Stati Uniti” ha attaccato “non sono pronti a venire a patti con quella realtà oggettiva per cui esiste un mondo multipolare che esclude l’egemonia americana”. Da Mosca grandinano critiche sul logoramento delle relazioni bilaterali, di cui Washington ”è pienamente responsabile”. Dalla capitale americana, alle minacce seguono sempre più fatti concreti. E pensare che si prospettava un appuntamento solo due giorni fa.

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