L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 28 aprile 2021

Le idiosincrasie di Erdogan sono sempre di più

Il senno nascosto del Gran Turco



Anna Pulizzi per il Simplicissimus

Si capirà a breve se la rottura tra la Turchia e la Nato è davvero prossima e inevitabile, oppure se si tratta solo di una sceneggiata che ha come obiettivo il riconoscimento anche da parte americana di una posizione autonoma e di primo piano rivendicata dal paese anatolico. Per il momento non si può nemmeno essere del tutto sicuri che le ambizioni in salsa neo-ottomana di Erdogan rispecchino davvero il tentativo di ritagliarsi un ruolo egemonico in una vasta area che ormai sfugge ai vecchi blocchi geopolitici, o non sia piuttosto lo strumento attraverso cui l’Akp, partito di governo ormai da vent’anni, mantiene intatto il consenso interno. Non sarebbe infatti la prima volta che il nazionalismo con le sue ricadute espansionistiche viene utilizzato per consolidare l’ascendente di un regime. Se le reali intenzioni di Ankara non sono così evidenti, le dichiarazioni di Biden somigliano invece abbastanza chiaramente a qualcosa che può entrare di buon diritto nella sua ormai ingombrante collezione di asinerie diplomatiche. Il genocidio armeno – uso questo termine perché deportare una popolazione uccidendo un milione e mezzo di persone non è una somma di episodi accidentali – è vissuto dai turchi come una vicenda da rimuovere e il parlarne è per loro rivelatore di ostilità nei confronti del proprio paese. Il presidente americano ha toccato un brutto tasto, di quelli che sono da evitare se si ha intenzione di recuperare un rapporto un po’ in crisi.

Insomma con la cancelliera Merkel non mi metto a parlare dell’Olocausto, non vado a Washington a discutere del genocidio dei nativi americani, né mi rivolgo alle autorità giapponesi ricordando i 18 milioni di civili cinesi che hanno fatto fuori mentre occupavano parte del paese. E così via. Se Biden fosse un uomo accorto, avrebbe punzecchiato il turco parlando per bocca di uno dei suoi palafrenieri (Draghi, ad esempio), invece di scavallarsi in prima persona. Sempre che l’amicizia con la Turchia rivesta qualche importanza nella nevrastenica concezione del mondo coltivata dalle parti della Casa Bianca. E dovrebbe, se laggiù avessero dimestichezza con le carte geografiche. Ora i militari Usa hanno quindici giorni di tempo per lasciare le basi turche di Kurecik e di Incirlik, decisione per la verità già minacciata a più riprese da Erdogan negli ultimi due anni. Per inciso, nessun governo italiano oserebbe mai nulla di simile, nemmeno con Marco Rizzo premier. Se ciò prelude ad un’uscita della Turchia dalla Nato o meno lo diranno le prossime settimane, ma anche questo non è affatto sicuro, visto che la politica estera guascona di Erdogan è stata resa finora possibile proprio dalla permanenza all’interno dell’alleanza atlantica.

Mettersi in proprio senza il patronato di una grande potenza e per giunta essendo dei piantagrane che nessuno vorrebbe come vicini di casa, può facilmente compromettere ogni disegno espansionista. L’unico elemento che in teoria consentirebbe alla Turchia di continuare a coltivare con successo ambizioni a livello regionale sarebbe il possesso di un proprio deterrente nucleare. Ma non si vede proprio chi possa fornirglielo ed anche la progettata centrale nucleare di Akkuyu sul Mediterraneo, finanziata in maggioranza da gruppi russi, sarebbe difficilmente convertibile in fucina di materiale fissile senza provocare reazioni paragonabili a quelle già riservate all’Iran. Inoltre la Turchia dipenderebbe da altri paesi anche per ciò che riguarda i vettori missilistici e tutta la tecnologia necessaria a far funzionare una credibile ‘force de frappe’. Ciò infine innescherebbe una corsa alle armi atomiche in altri paesi, a cominciare da Arabia ed Egitto, e si può star certi che Israele non ne sarebbe molto felice.

Difficile quindi pensare che tutto ciò che vediamo accadere risponda ad una genuina evoluzione degli assetti geopolitici. Non sembra logico ritenere che gli Usa vogliano perdersi per strada un paese strategicamente importante come la Turchia; non sembra molto logico che ad Ankara si illudano di farsi largo a gomitate litigando con chiunque, né sembra logico per una serie di ragioni tra cui ultimamente perfino l’appoggio militare turco all’Ucraina, ritenere che Ankara possa entrare nell’orbita russa dopo essere uscita da quella occidentale. Tutto ciò che sta accadendo appare assai poco ragionevole, perciò è probabile che l’abbaglio stia negli occhi di chi osserva anziché nelle scelte degli attori politici, la cui incongruenza sarebbe per tutti la spiegazione meno auspicabile.

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