L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 23 aprile 2021

“l’unica differenza rilevante è l’assenza di obbligo di rendicontazione a Bruxelles e possibilità di scadenze più lunghe rispetto al 2026” se ci finanziamo sul mercato e se questo non è poca cosa che aspetta il medesimo soggetto che evidenzia questa forte discrepanza a NON chiedere il Recovery Fund?

ECONOMIA, PRIMO PIANO
Cosa va (e non va) nel Recovery Plan di Draghi

di Giuseppe Liturri
23 aprile 2021



Troppi vincoli posti dall’Ue e prestiti non proprio convenienti. L’analisi di Giuseppe Liturri

Nel giorno in cui al governo fervono i preparativi per il Consiglio dei ministri che dovrà approvare definitivamente il Recovery Plan da presentare a Bruxelles entro il prossimo 30 aprile, la lettura del documento che andrà in discussione presta il fianco ad alcune domande e riflessioni.
Ai circa 190 miliardi finanziati dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza (RRF, il cuore del Next Generation UE) si aggiungono 30 miliardi finanziati con un fondo nazionale in deficit. Il documento del governo evidenzia che, tra le due modalità di finanziamento, “l’unica differenza rilevante è l’assenza di obbligo di rendicontazione a Bruxelles e possibilità di scadenze più lunghe rispetto al 2026”. A noi questa pare una differenza molto rilevante. Ed apparirà una differenza molto rilevante anche al grande pubblico tra pochi mesi. Infatti, dopo l’anticipo del 13%, le successive erogazioni della Ue avverranno ogni sei mesi, purché siano soddisfatte le condizioni e gli obiettivi intermedi (milestones) fissati dalla Commissione. Sono numerosi gli esperti internazionali che prevedono che questa fase si trasformi in una battaglia campale. Allora forse tutti capiranno il vantaggio di aver finanziato investimenti senza infilarsi nelle pastoie burocratiche di uno strumento che sembra fatto apposta per bloccare la crescita, anziché favorirla. Ma tempo al tempo.
Il ministro dell’Economia, Daniele Franco, in una recente audizione parlamentare, ha affermato che la scelta di finanziare gli investimenti del Pnrr anche con prestiti Ue, oltre che con i sussidi, sarà affidata alla convenienza stabilita osservando i tassi di interesse. Un approccio “pragmatico”, ha detto. Stiamo parlando di circa 120 miliardi di prestiti, che si aggiungono ai circa 70 di sussidi. Questi 120 miliardi di prestiti finanzieranno investimenti aggiuntivi per 70 miliardi e 50 miliardi sostituiranno coperture di progetti già finanziati con il ricorso all’indebitamento sul mercato. Considerato che oggi il Btp a 10 anni mostra un tasso del 0,70%, il ministro ha concluso che oggi “non è il caso” di ricorrere ai Btp, perché i prestiti europei sono più convenienti. Ci permettiamo di dissentire. Il ministro dovrebbe tenere conto di tutte le altre condizioni che rendono gravoso il finanziamento della Commissione, peraltro scritti proprio nel Pnrr. La rendicontazione, l’aggravio burocratico, i contratti di prestito poco trasparenti (ricordate il Sure segretato?), le condizioni macroeconomiche recessive (Patto di stabilità e rispetto delle raccomandazioni Paese). Serve altro? Sarebbe come scegliere un mutuo ipotecario rispetto ad uno chirografario solo perché il tasso è più basso. Non proprio un buon affare. È lo stesso motivo per cui lo stesso Mario Draghi ha detto che il Mes non è una priorità, nonostante i tassi più bassi. Ci sarà pure un motivo se il Portogallo, primo Paese a presentare oggi ufficialmente il Recovery Plan, abbia deciso di sfruttare tutti i 14 miliardi di sussidi e prendere solo 2,3 miliardi di prestiti, pur avendo disponibilità fino a 14 (il 6,8% del Pil pari a circa € 200 miliardi)?
Il Pil è atteso crescere, rispetto allo scenario base senza Pnrr, di 3 punti di Pil cumulati fino al 2026. In altre parole, in quell’anno dovremmo ritrovarci con un Pil più alto di circa 50 miliardi grazie agli investimenti del Pnrr. Numeri che impallidiscono rispetto alla gravità della crisi che si sta affrontando. Basti un solo numero: il Pil 2020 è sceso di circa 150 miliardi. Sempre sicuri che questo Piano diluito in 6 anni serva alla crescita, misurabile con cifre da prefisso telefonico? O serve ad altro?
C’è solo un brevissimo cenno alle riforme. Dimenticanza dovuta alla sintesi del documento? Si parla di pubblica amministrazione e giustizia, ma dove sono fisco e pensioni che la Commissione ci chiede di riformare (ovviamente a modo loro) da anni? In Spagna, percettore di sussidi all’incirca uguali a quelli dell’Italia, il dibattito sulle richieste (parzialmente respinte) della Commissione ha avuto grande eco. Da noi silenzio. Ma non dovremo attendere molto per scoprire cosa abbiamo promesso e, soprattutto quanto la Ue richiede al nostro Paese come contropartita per un piatto di lenticchie.

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