L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 15 aprile 2021

NoTav - 1000 uomini delle forze dell'ordine per imporre pesanti recinzioni in cemento armato e acciaio insieme a camion e ruspe per un ulteriore cantiere, tutto di notte come malfattori, altri 49 milioni buttati al vento altri 70.000 metri quadrati di cemento. Trent'anni di opposizione del territorio per un'opera inutile costosa e dannosa. Torino-Lione esiste già e passa per il Frejus

Tav, forze dell’ordine e ruspe in Val di Susa. Rivolta dei sindaci: “Nemmeno avvisati”

Avviato il cantiere del nuovo autoporto, mille uomini mobilitati per scortare i camion. Gli amministratori attaccano: militarizzazione inaccettabile

 

FRANCESCO FALCONEPUBBLICATO IL14 Aprile 2021 ULTIMA MODIFICA14 Aprile 20219:04

SAN DIDERO (TORINO). Facendo leva su oltre mille uomini delle forze dell’ordine di scorta, a ruspe e camion carichi delle pesanti recinzioni in cemento armato e acciaio, nella notte tra lunedì e ieri, al confine tra San Didero e Bruzolo, si sono mossi i primi passi del cantiere del nuovo autoporto a servizio dell’autostrada del Fréjus: un’opera da 49 milioni di euro legata a filo doppio al progetto della linea ad alta velocità Torino-Lione.

Con la presa di possesso dei 70 mila metri quadri di terreno in cui verrà ricollocata l’area di sosta oggi esistente a Susa-Traduerivi, e l’avvio dello sgombero del presidio attrezzato al suo interno nei mesi scorsi dal movimento No-Tav, si è aperto, di fatto, un secondo fronte di lotta nel cuore della Val di Susa: un nuovo campo di battaglia che vede contrapposti il popolo che si oppone da trent’anni a questa grande opera e Telt, soggetto promotore del collegamento ferroviario Italia-Francia.

Dopo gli scontri della notte - con lanci di pietre, lacrimogeni e feriti da ambo le parti - la piana di San Didero rischia di trasformarsi nelle prossime settimane in una nuova Chiomonte. Di vivere, insomma, come il paese che poco distante è da tempo alle prese con periodiche proteste, manifestazioni e scene di guerriglia a margine dei cantieri per lo scavo del primo tratto del tunnel di base della ferrovia ad alta velocità.

Il bilancio di giornata parla di barricate date alle fiamme da parte dei manifestanti per non far avvicinare la polizia: alcuni si sono arrampicati sul tetto del vecchio edificio nella zona del cantiere, da tempo presidiato. Alla fine tre poliziotti e un operaio Telt feriti; anche i No Tav dichiarano che alcuni sono stati colpiti.

Immediata la polemica politica. I partiti del centrodestra condannano le violenze e chiedono che i lavori procedano spediti e non vengano più ostacolati dai No Tav; il Movimento 5 Stelle in Regione torna a chiedere di utilizzare i fondi pubblici per opere più strategiche, a cominciare dalla sanità.

Tra gli amministratori della valle il clima è teso. «A 16 anni dallo sgombero di Venaus, qui a San Didero abbiamo assistito a un altro blitz notturno per imporre con la forza l’avvio di un cantiere: si è tornati a una gestione dei rapporti con il territorio interessato dall’opera inconciliabile con ogni sistema democratico», stigmatizzano - poche ore dopo l’arrivo delle ruspe di Telt - i sindaci della Valle e il presidente dell’Unione montana, Pacifico Banchieri.

Gli amministratori locali, che nel pomeriggio si sono riuniti di fronte all’area degli scontri per portare solidarietà a Sergio Lampo, primo cittadino di San Didero, e Mario Larotonda, vice facente funzioni di sindaco a Bruzolo, proprio non ci stanno: «Ancora più inaccettabile è che questa militarizzazione sia avvenuta tenendo all’oscuro fino all’ultimo perfino i primi cittadini dei Comuni coinvolti».

La nascita dell’area di servizio autostradale a margine dell’A32 per liberare la piana di Susa in vista dei futuri cantieri Tav sta già alimentando nuove tensioni, anche perché si tratta del terzo autoporto - dopo quelli di Susa e Bussoleno - in pochi chilometri.

«Sono altri i metodi con cui lo Stato deve muoversi per dare avvio a un’opera», insiste Banchieri nelle stesse ore in cui i tecnici di Telt lavorano a spron battuto «per recintare, e rendere inespugnabile, l’intera area entro un paio di giorni».

Dal canto suo pure il movimento No Tav non intende cedere. Perso il controllo dell’edificio occupato mesi fa al centro dell’area ormai accerchiata dalle forze dell’ordine, con il presidio difeso da una decina di attivisti arroccati sul tetto da oltre 24 ore, il popolo contrario alla Torino-Lione medita già diverse azioni in risposta allo sgombero: gli attivisti ieri sera si sono ritrovati a Bruzolo per riorganizzarsi e muovere poi verso il futuro cantiere, dove dar vita ad azioni di disturbo destinate a proseguire nei prossimi giorni. –

Nessun commento:

Posta un commento