L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 14 aprile 2021

Se va avanti il Progetto Criminale dell'Euro ad Euroimbecilandia non rimane altra strada che implodere

Ecco come la Francia azzopperà i vincoli europei

13 aprile 2021

L’analisi di Giuseppe Liturri

Sono venti giorni molto importanti, forse decisivi, quelle che ci separano dal 30 aprile. Il governo di Mario Draghi è chiamato a scelte su due fronti, molti vicini tra loro: il nuovo scostamento di bilancio pubblico da portare all’approvazione del Parlamento e la presentazione del Documento di Economia e Finanza (DEF) contenente le linee guida della politica economica per il prossimo triennio.

Ieri su queste colonne con Fabio Dragoni abbiamo lanciato la proposta di uno scostamento di 100 miliardi, interamente dedicato a veri indennizzi alle imprese costrette a rallentare o chiudere a causa delle misure di contenimento della pandemia. Le ultime indiscrezioni parlano di un braccio di ferro in corso tra Palazzo Chigi e Mef intorno alla soglia di 35 miliardi. Non sappiamo come finirà.

Sappiamo invece che oltralpe c’è un alleato importante che ha le idee chiare a questo proposito. Ieri il ministro delle finanze Bruno Le Maire ha annunciato che un deficit/Pil inferiore al 3%, la soglia di Maastricht, sarà conseguito solo nel 2027. Sì, tra 6 anni, non è un errore di stampa. Dopo un 2020 e 2021 in cui ci si attesterà intorno al 9%, non è nemmeno immaginabile una discesa rapida verso il 3%, sostiene Le Maire. Anzi, il conseguimento del 3% entro il 2027 avverrà solo grazie all’adozione di una regola ferrea di crescita della spesa pubblica, che non dovrà superare lo 0,7% annuo. In questo modo sarà possibile evitare aumenti di tasse. Altrimenti addio obiettivo.

Una traiettoria di rientro più rapida è socialmente insostenibile. Ed allora Le Maire prevede di limitare il deficit al 5,3% nel 2022, 4,4% nel 2023, 3,9% nel 2024, 3,5% nel 2025, 3,2% nel 2026 e solo nel 2027 scendere sotto la fatidica soglia. Se Macron l’anno prossimo fosse riconfermato alla Presidenza della République, si tratta praticamente del programma del suo prossimo quinquennio.

In altre parole, Le Maire ha detto ai Commissari Paolo Gentiloni e Valdis Dombrovskis che la Francia va per conto suo e che loro possono pure continuare con lo sterile esercizio burocratico del semestre europeo.

Ciò è frutto del mutato scenario in cui la Bce guidata dalla francese Christine Lagarde promette ad ogni piè sospinto di comprare titoli pubblici con la massima flessibilità, visto che nelle ultime tre settimane ha eseguito mediamente acquisti, nell’ambito dei due programmi PEPP ed APP, per 23 miliardi (con una punta di 29 miliardi nella terza settimana di marzo) contro i 18 della media delle settimane precedenti a partire da inizio gennaio.

Si apre così una straordinaria finestra di opportunità per il nostro governo. Lungo questa linea non è nemmeno da sottovalutare la posizione della Spagna, pur sempre la quarta economia della Ue, la cui economia è stata la più falcidiata dalla crisi a causa della forte esposizione al settore turistico. Tre delle quattro maggiori economie in questo momento hanno interessi convergenti. Un allineamento astrale difficilmente replicabile.

È finalmente possibile costruire delle alleanze che riescano a contrastare efficacemente la politica di austerità da sempre perseguita dalla Germania e dai suoi satelliti. Non siamo più nella condizione in cui Merkel e Sarkozy si scambiavano sorrisetti parlando dell’Italia o nel sostanziale accerchiamento subito dai precedenti ministri. Fabrizio Saccomanni, Pier Carlo Padoan, Giovanni Tria e Roberto Gualtieri in sede di Eurogruppo o di Consiglio Ecofin non hanno mai potuto toccare palla, ammesso e non concesso che ne avessero avuto voglia.

Stando così le cose risulta davvero un vuoto ed anacronistico esercizio la rituale bozza (in circolazione da ieri) di raccomandazioni sulla politica economica della zona euro, che il Consiglio, previo passaggio in Consiglio Europeo, si appresta come ogni anno ad adottare a cavallo tra primavera ed estate.

Sembra un documento preistorico. A Bruxelles sanno solo ripetere che “quando le condizioni sanitarie ed economiche lo consentiranno, un riorientamento delle politiche di bilancio verso il conseguimento di posizioni di bilancio a medio termine prudenti, anche eliminando gradualmente le misure di emergenza, contribuirà a garantire la sostenibilità di bilancio a medio termine”. Oppure, consapevoli che il bilancio UE richiederà nei prossimi anni entrate aggiuntive per rimborsare i debiti del Next Generation Ue, si affrettano a sottolineare che è necessario “lo spostamento dell’onere fiscale verso basi imponibili meno dannose per l’offerta e la domanda di lavoro”.

Speriamo non sia un giro di parole per eseguire prelievi fiscali su immobili ed attività finanziarie, meglio noto come “patrimoniale”. Sul fronte delle “sfide fiscali discendenti dall’economia digitale” nella Ue sono pronti a procedere “anche in assenza di consenso internazionale entro la metà del 2021” e spingono verso “un maggiore ricorso alla tassazione ambientale e/o ad altre forme di tariffazione delle esternalità”.

Quando questo documento sarà adottato dal Consiglio, forse sarà il momento in cui Le Maire spiegherà a Dombrovskis e Gentiloni che la Francia è… la Francia e loro dovrebbero vedere il film “Il marchese del Grillo”.

(Versione ampliata e aggiornata dell’articolo pubblicato su La Verità)

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