L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 19 maggio 2021

Le stronz.te sul Recovry Fund 1) “non adeguato alle esigenza di ricostruzione e ripresa”. 2) “processo di implementazione molto lungo e complesso, il che toglie efficacia al piano”. 3) la superiorità della politica di bilancio degli Stati, che “sono i soli a poter fare la differenza” 4) Patto di Stabilità, ”errore clamoroso” del periodo 2012-2013, quando quelle regole ci costrinsero a politiche di bilancio restrittive e ci fecero ripiombare in recessione. 5) Il cambiamento delle regole è possibile 6) stucchevole distinzione tra debito pubblico buono e cattivo

Come e perché il prof. De Grauwe folgora l’euforia su Next Generation Eu

18 maggio 2021


Che cosa ha detto al Sole 24 Ore su Next Generation Eu l’economista di fama De Grauwe, titolare della cattedra di Politica economica europea alla London School of Economics

A proposito del Recovery fund, prosegue il processo di allontanamento dal sogno e l’avvicinamento alla realtà.

Oggi è toccato al professor Paul De Grauwe, economista belga di indubbia fama e titolare della cattedra di Politica economica europea alla London School of Economics che, intervistato dal Sole 24 Ore distilla poche e fondamentali valutazioni che riducono in macerie gli ultimi dodici mesi di propaganda.

Questi i passaggi fondamentali:

1) Promuove il piano del presidente Usa, Joe Biden, allontanando il rischio di pressioni inflazionistiche e giudica “impietoso” il confronto con il Next Generation Eu “non adeguato alle esigenza di ricostruzione e ripresa”. La irrilevanza macroeconomica del NGEU è conclamata. Altro che “ripresa e resilienza”.

2) Il NGEU si caratterizza per un “processo di implementazione molto lungo e complesso, il che toglie efficacia al piano”. Il mostro burocratico messo in piedi dalla Commissione rischia di costituire il muro su cui si infrangeranno tutte le successive richieste di pagamento degli Stati.

3) Afferma la superiorità della politica di bilancio degli Stati, che “sono i soli a poter fare la differenza”. È la strada maestra indicata da tempo da chi non è imbevuto di ideologia europeista. È scontato che ci sia una Banca Centrale degna di questo nome a sostenere il mercato del debito nazionale.

4) Ricostruisce la estrema dannosità del Patto di Stabilità, parlando dell’”errore clamoroso” del periodo 2012-2013, quando quelle regole ci costrinsero a politiche di bilancio restrittive e ci fecero ripiombare in recessione. Sono regole “che non funzionano e che hanno portato a decisioni sbagliate ed a effetti indesiderati” e che devono “essere radicalmente cambiate”.

5) Il cambiamento delle regole è possibile, secondo De Grauwe, che cita l’emissione di debito comune come evento fino a poco tempo fa impensabile. Secondo lui si tratta di “veri e propri eurobond”, ma ci permettiamo di fargli rilevare che una delle caratteristiche fondamentali di un debito comune è la responsabilità separata e solidale di tutti gli Stati membri. Il debito emesso dalla Commissione è invece garantito dagli Stati in modo singolo e specifico, ognuno risponde per un importo proporzionale al proprio Reddito Nazionale Lordo. Non c’è solidarietà.

6) Infine, sgombra il campo dalla stucchevole distinzione tra debito pubblico buono e cattivo. Sicuramente esistono investimenti ad elevato moltiplicatore e particolare impatto positivo sulla produttività. Ma, a questi livelli di tassi così bassi, anche investimenti privi di queste caratteristiche non sono “debito poi così cattivo…”. Con buona pace di chi continua a voler comprimere l’azione della politica di bilancio pubblico, vero motore della crescita quando l’iniziativa privata è reduce da uno shock senza precedenti.

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