L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 22 maggio 2021

Altro che covid è crisi economica profonda e duratura baby sancita a settembre del 2019 dall'intervento della fed che ha sparato miliardi al giorno per salvare la finanza, il Casinò di Wall Street a cui mancava i contanti e non erano più solvibili e a tutt'oggi dopo la spremuta di malattia a cui ci hanno obbligato a bere non si vede luce alla fine del tunnel

SPY FINANZA/ La vera partita sui mercati nascosta dal tonfo del Bitcoin

Pubblicazione: 21.05.2021 - Mauro Bottarelli

Si parla tanto dell’andamento del Bitcoin e non si colgono quindi dei segnali piuttosto allarmanti: la Fed potrebbe finire spalle al muro rispetto al suo Qe

Jerome Powell (Lapresse)

Tanto rumore per nulla. Quella di Bitcoin è solo una colossale arma di distrazione di massa. Il dito che indica la Luna e monopolizza l’attenzione, mentre dietro le quinte si cerca di tamponare le criticità reali. Una su tutte: come mai alla notizia di un riferimento diretto alla necessità di discutere di un principio di taper già da prossimi meeting contenuta nelle minute della Fed pubblicate mercoledì, Wall Street ha tirato un sospiro di sollievo e chiuso ben al di sopra dei minimi di giornata? Pessimo segnale, figlio legittimo di un effetto domino che va stoppato sul nascere. A costo di ribaltare il tavolo, mentre su quello accanto va in scena il gioco delle tre carte. Come nelle stazioni ferroviarie o nelle piazzole degli autogrill.

Quanto accaduto due giorni fa rispetto alla più famosa delle criptovalute, infatti, non ha rappresentato in realtà nulla di clamoroso o di inedito: compreso l’ultimo tonfo, dal 2016 a oggi Bitcoin ha conosciuto cali superiori al 30% per 11 volte. Ormai, è diventato la versione finanziaria della Corea del Nord. Ogni tanto, salta fuori e fa temere la Terza guerra mondiale. Catalizzando l’interesse e spedendo dietro le quinte tutto il resto. Il problema questa volta – e a differenza del passato – è che le condizioni per una potenziale deflagrazione ci sono tutte. E reali. Ma non legate alle fluttuazioni speculative di qualche cripto-chimera o del tweet a orologeria di Elon Musk, bensì insita nei gangli vitali del sistema finanziario ed economico. In primis, la Real America.

Questo grafico sembra smontare senza bisogno di parole la narrativa dell’economia Usa che scoppia di salute grazie alla campagna vaccinale record e al piano Biden: il Surprise Index, dopo alcuni mesi di lettura in trend positivo da record – grazie alla cura shock di Fed e Tesoro per contrastare la pandemia, clamorosamente mostratasi front-loaded e dal fiato cortissimo – sta per ritornare in contrazione. Proprio ora, quando il mondo intero sembra abbagliato dalla mitologica luce in fondo al tunnel.


Paradossalmente, però, un buon segnale. Almeno, se si guarda a quello che fino a ieri appariva il bicchiere mezzo vuoto e si ragiona in base al mantra del bad news is good news. Ovvero, il timore di un Taper tantrum stile 2013 determinato proprio da una ripresa economica più sostenuta del previsto. E avendo collegato le scelte di politica monetaria al ritorno del tasso di occupazione a livelli pre-pandemici e non più a quello di inflazione, la Fed sembra quindi giustificata a un ulteriore calcio al barattolo. Si prende tempo, scollinando il board del 15-16 giugno senza troppi proclami e ci si prepara all’appuntamento di Jackson Hole di fine agosto. Tutto tempo guadagnato, esercizio vitale in situazioni simili.

Ma mentre tutti gli occhi erano puntati sugli indici e sul rimbalzo intraday di Bitcoin ed Ethereum, la pubblicazione delle minute della Federal Reserve portava in dote la sorpresa. In grado di sbaragliare ogni previsione. Perché questa volta è stata la Luna a palesarsi nitida e non il dito che la indicava. Questo grafico mette la situazione in prospettiva: con i 294 miliardi di reverse repo autorizzati presso 49 entità finanziarie, mercoledì la facility della Fed di New York ha non solo superato il picco del marzo 2020, in piena crisi Covid, ma anche raggiunto il livello massimo dal 2017.


Tradotto, le banche – ormai anche le filiali Usa di quelle estere, stante i controvalori entrati in gioco – non hanno più possibilità di accantonare riserve a bilancio, tanto da essere obbligate a depositarle continuamente presso la stessa Banca centrale. Ottenendo in cambio collaterale, il principio del repo al contrario. Ma anche quest’ultimo sta terminando. Insomma, endgame. Il Qe va giocoforza fermato, pena un crash traumatico. Perché la Fed drena sì titoli di Stato dal mercato attraverso il programma di acquisto, come in passato, ma sta rimettendoli in circolo con il badile attraverso il Rrp, il reverse repo. Quasi una logica da vaso comunicante, la quale spiega sia l’accelerazione della Federal Reserve nel porre sul tavolo la questione del taper attraverso le sue ultime minute, sia la reazione quasi rassicurata di Wall Street alla pubblicazione della notizia.

Ormai, il mercato è arrivato all’accettazione di una logica del male minore. Ma l’asticella del livello di danno connaturato persino all’opzione più favorevole fra cui scegliere è comunque posta sempre più in alto. Qualcuno, insomma, si farà del male durante la discesa. Perché serve l’incidente controllato, l’ennesimo. E proprio per questo, le camere vuote nel tamburo del revolver sono sempre meno. Una roulette russa che comincia a delineare sentenze.

Quest’altro grafico mette ulteriormente in prospettiva il momento, poiché mostra come nelle ultime sette sessioni di trading, le equities abbiano patito tre dei picchi di pressione sulle vendite più ampi di sempre (l’11 maggio il record assoluto, il 12 maggio il 19° della serie storica, mentre l’altro ieri il quarto), sintomo chiaro del livello di nervosismo che alberga sotto il pelo dell’acqua alla prima sagoma che si palesi all’orizzonte.


E, cosa ancora peggiore, stando alla proiezione di Goldman Sachs rispetto ai tempi del tapering e dell’estinzione totale del programma di Qe in atto, un mercato che già oggi esplode di riserve e manda il Rrp alle stelle, dovrebbe fare i conti con circa 1.000 miliardi di dollari ulteriori in circolazione. Insomma, il rischio è che gli indici prendano atto – senza più mediazioni – della disperata partita di giro in corso e che la Fed si trovi così con le spalle al muro, impossibilitata a proseguire con un controvalore di 120 miliardi di acquisti al mese. Non per scelta, bensì per assenza di collaterale. E prezzino, in base al mero e spietato rapporto costi/benefici, quanto danno questa prosecuzione forzata della monetizzazione del debito sotto forma di backdoor funding potrebbe arrecare a rendimenti dei Treasuries e dollaro.

Bitcoin e le sue montagne russe, in confronto, sono bazzecole. Anzi, una densa cortina fumogena. Appunto.

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