L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 23 maggio 2021

Anche l'impero russo investe nel cuore dell'Africa


21 MAGGIO 2021

Una parte cospicua delle immense ricchezze naturali contenute nel sottosuolo dell’Africa ha una locazione precisa: l’area centrale del continente. Dal Ciad alle estremità meridionali della Repubblica democratica del Congo, nel tormentato cuore del continente nero si trovano effusi a macchia d’olio depositi di metalli preziosi e risorse minerarie di altissimo valore, dai diamanti alle terre rare.

Non è un caso che l’Africa centrale, alla luce delle preziosità che custodisce gelosamente, sia anche la più storicamente instabile, in quanto afflitta in maniera cronica e capillare da guerre civili, colpi di Stato, violenze interetniche e terrorismo. Qui, ex dominio di belgi, francesi e portoghesi, si sta scrivendo uno dei capitoli più importanti (e sanguinolenti) della corsa all’Africa 2.0, complici la presenza della Cina, l’espansione della Turchia, l’intensificazione delle attività dell’internazionale jihadista e l’arrivo della Russia.

Dal Ciad al Congo: sfruttare l’instabilità

L’Africa centrale è avvolta dalla piaga dell’instabilità sin dall’epoca della transizione all’indipendenza. Il sangue scorre a fiumi lungo le strade che portano da N’Djamena a Luanda, nessuna esclusa, e il Cremlino sta cercando di trarre vantaggio dal clima di perenne insorgenza – dovuto ad una mescolanza di fattori politici, sociali, religiosi, etnici ed energetici – a mezzo di una strategia collaudata con successo nel resto del continente: armi, combattenti, addestratori, non interferenza, cultura e aiuti umanitari.

Le nazioni in cui l’approccio russo all’Africa sta producendo risultati tangibili e di spessore sono molteplici:
L’Angola, uno dei principali acquirenti di armi di fabbricazione russa, negli ultimi due anni ha acquistato una squadra di otto Sukhoi Su-30 e siglato degli accordi in materia di coooperazione nelle tecomunicazioni e nel prossimo futuro, economia permettendo, vorrebbe procedere all’acquisto del sistema S400. Qui più che altrove è palese e appariscente la presenza del Cremlino, dato che il gigante russo Alrosa possiede il 32,8% il deposito diamantifero di Catoca – quarto al mondo per dimensioni – e che è stata segnalata la presenza del Gruppo Wagner.
Il Gabon, che nel 2019 ha ricevuto il primo carico di armamenti di provenienza russa della sua storia, lo scorso febbraio è divenuto il quarto Paese africano ad approvare per l’utilizzo lo Sputnik V.
La Repubblica Democratica del Congo, il cui interscambio commerciale con la Russia è quasi raddoppiato dal 2017 al 2018 – da 18,5 milioni di dollari a 33,5 milioni di dollari –, è uno dei teatri d’azione storicamente più importanti per il Cremlino. Qui i giganti russi sono stati ufficialmente invitati a partecipare alla costruzione delle faraoniche dighe Inga, la cui materializzazione darebbe vita alla “più grande centrale idroelettrica del mondo”, e sono interessati allo sfruttamento dei giacimenti di cobalto, oro e diamanti e all’ammodernamento della rete ferroviaria nazionale – in ballo, a quest’ultimo proposito, v’è un memorandum d’intesa da 500 milioni di dollari siglato in occasione del vertice Russia-Africa. Minerario e infrastrutture a parte, l’impronta russa nel Congo democratico è particolarmente marcata anche negli ambiti dell’istruzione (44 borse di studio offerte a universitari congolesi nel solo anno accademico 2018-19), dell’assistenza umanitaria (dal contrasto alle crisi alimentari alla lotta contro le epidemie, specie di ebola) e dell’addestramento di forze dell’ordine e forze armate.
La Repubblica del Congo, (ri)entrata nel mirino del Cremlino nel 2012, anno di una visita ufficiale a Mosca dell’allora presidente Denis Sassou-Nguesso, è legata alla Russia da accordi di cooperazione nel nucleare civile, negli idrocarburi, nelle telecomunicazioni, nell’agricoltura e nell’assistenza tecnico-militare. Qui Mosca ha inviato consulenti militari e ha ottenuto di essere coinvolta nella costruzione del paragrafo congolese dell’oleodotto (ancora su carta) Pointe-Noire–Brazzaville–Oyo–Ouesso.

La Russia e la Repubblica Centrafricana

Nella giornata del 17 maggio, mentre Sergej Lavrov si trovava in Sierra Leone, nella pivotale ma tormentata Repubblica centrafricana atterrava un carico di armamenti proveniente dalla Russia. Totalmente gratuito, ovvero regalato, il carico era comprensivo di munizioni, proiettili e granate e di cinquemila pezzi, fra pistole, fucili d’assalto, mitragliatrici, fucili di precisione e lanciagranate portatili anticarro.

Non è la prima donazione di questo genere che Mosca decide di inviare a Bangui: nel 2019 furono regalate centinaia di armi da fuoco di vario tipo, destinate a forze dell’ordine e forze armate, e l’anno scorso furono dati gratuitamente dieci autoblindi BRDM-2 all’esercito centrafricano. A fare da sfondo e complemento ai rifornimenti di armi a Bangui, bisognosa di aiuto perché avvolta da una virulenta guerra civile da quasi un decennio, la presenza di combattenti, addestratori e consulenti del Gruppo Wagner, l’esercito privato del Cremlino.

Perché la Russia stia supportando concretamente e significativamente il legittimo governo centrafricano può essere esplicato a mezzo di una breve descrizione dei possedimenti minerari della nazione: presenza sistematica di ingenti depositi diamantiferi – dai quali dipende quasi un terzo del pil –, nonché di oro, rame, uranio e terre rare. Investire sulla pacificazione di Bangui, che mai ha potuto mappare completamente il proprio sottosuolo né accelerare i ritmi estrattivi a causa di una storia postcoloniale molto turbolenta, equivale ad investire sul futuro.

E se una parte del futuro dell’Africa si sta giocando a Bangui, Mosca, il cui mirino geopolitico è sempre più puntato sul continente nero, non ha intenzione di fare da spettatore, ma di fare lo spettacolo. Questo è il motivo per cui, oltre al supporto rilevante dato alla campagna governativa di riconquista territoriale e stabilizzazione etno-sociale, il Cremlino è pronto ad investire fino a undici miliardi di dollari nella ricostruzione postbellica, mettendo la propria firma su strade, autostrade, ferrovie e città, e sigillando in tale maniera il proprio “posto al Sole”.

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