L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 22 maggio 2021

C'è una pericolosa biforcazione tra prezzi degli immobili e reddito medio disponibile dal crollo Lehman in poi, di fatto l’inizio dell’era di emergenzialità permanente. C'é bolla immobiliare in piena regola già in atto in Germania.

Economia e Finanza>Approfondimenti
Se la Bundesbank minimizza l’inflazione, è il caso di preoccuparsi. E rileggere Sun Tzu

Mauro Bottarelli
22 Maggio 2021 - 13:00

Nel suo ultimo report, la Banca centrale tedesca definisce «temporanea e di impatto limitato» la dinamica dei prezzi, ora attesa al 4% per fine anno e al massimo di sempre nel dato alla produzione del PMI. Sindrome di Weimar finalmente superata? Più facilmente, dissimulazione. Perché la price action del Bund e i trend del suo free float parlano la lingua di un Qe che ha cancellato il premio di rischio. E gonfiato la bolla immobiliare


Quando sei vicino, fingi di essere lontano. Quando sei lontano, fingi di essere vicino. A detta di Sun Tzu, lo stratega militare cinese autore de L’arte della guerra, le operazioni militari seguono un Tao di stratagemmi. Non a caso, citandolo, Gordon Gekko amava ripetere come tutta il business si basi sull’inganno. E leggendo l’ultimo report mensile della Bundesbank, il dubbio che Jens Weidmann abbia fatto strategicamente ricorso alla saggezza bellica orientale sorge spontaneo.

Nel sottolineare come il tasso di crescita tedesco potrebbe superare il livello pre-Covid già in autunno, in caso la campagna vaccinale prosegua spedita e garantisca riaperture più rapide e strutturali, la Banca centrale tedesca prende infatti atto dell’aumento dei prezzi alla produzione ma, oltre a definirlo temporaneo e frutto del surriscaldamento dei trend nelle commodities, si premura di rassicurare il pubblico: l’eventuale passaggio lungo la filiera di consumo avverrà con ritardo. E con limitato impatto. Di fatto, quasi il ciclostile di un bollettino della Bce.

Il quale, però, fa a pugni con la realtà rappresentata in questo grafico

Fonte: Bloomberg

e con l’ultima proiezione contenuta nel medesimo report: quest’anno, il tasso di inflazione in Germania raggiungerà temporaneamente il 4%. Il tutto, alla luce di prezzi alla produzione saliti al picco massimo da quando vengono tracciate le serie storiche. Prendendo anche per definitivamente metabolizzato il trauma di Weimar, il fatto che la Bundesbank adotti un simile approccio di ridimensionamento delle dinamiche in atto appare però decisamente poco rassicurante. Soprattutto, se si guarda alla price action parallela del Bund.

Il quale non solo il 20 maggio era arrivato pericolosamente vicino al ritorno in positivo con il rendimento sulla scadenza decennale ma, soprattutto, sconta sul lungo termine prospettive come quelle mostrate in questi grafici,

Fonte: Bce
Fonte: Bce

quasi un quadretto di famiglia che si potrebbe riassumere con la formula Bce vs Bundesbank redux: con il free float del bene rifugio europeo per antonomasia in caduta libera, sintomo di un crescente disamore del settore privato per l’ultra-rigorista carta tedesca, quanto davvero la Germania può permettere che salga quel rendimento? Ma, soprattutto, quelle due figure dicono altro. Quantomeno, a un personaggio come Jens Weidmann e alla luce della sua impostazione culturale: mesi e mesi di Qe paiono aver reso ormai palese quale sia l’unica, reale forza che governa il mercato. E, soprattutto, quanto ormai il prezzo di un bond sovrano sia totalmente inutile a livello di percezione reale del rischio.

E se togliamo quel premio insito nella disciplina di bilancio al concetto stesso di titolo di Stato, come di fatto ottenuto dalla soppressione artificiale innescata dallo scudo dell’Eurotower sugli spread, la Germania rischia di perdere molto più che qualche investitore giapponese o americano in ciclica ricerca di certezze. Tanto più che questi altri due grafici

Fonte: Bce
Fonte: Bloomberg

mostrano plasticamente un’altra perversa dinamica innescata dall’attività onnivora della Bce, esplosa in maniera parossistica nell’ultimo anno di Pepp ma, di fatto, connaturata all’idea stessa di Pspp, il programma espansivo lanciato ormai un decennio fa da Mario Draghi. Se infatti l’ultimo Financial Stability Review (FSR) dell’Eurotower ha mostrato la pericolosa biforcazione tra prezzi degli immobili e reddito medio disponibile dal crollo Lehman in poi, di fatto l’inizio dell’era di emergenzialità permanente, il secondo incornicia una prospettiva di bolla immobiliare in piena regola già in atto in Germania.

E che una percezione di crisi inflattiva come quella attuale potrebbe solo esacerbare, spingendo cittadini carichi di risparmi bancari da pandemia a investire in anticipazione di un aumento delle valutazioni, spesso auto-alimentante e per sfuggire ai tassi sui depositi dormienti. Con il balzo dello 0,9% registrato ad aprile, oggi l’indice dei prezzi immobiliari tedesco ha raggiunto il +5% da inizio anno: il tutto, in perfetto tandem con l’aumento record del bilancio della Bce. Diretta conseguenza del Qe. A fronte di tutto questo, come si spiega la minimizzazione del trend dei prezzi sposata dalla Bundesbank nell’ultimo report mensile prima del board Bce del 10 giugno, quello chiamato proprio all’annuncio di un possibile, graduale principio di normalizzazione delle politiche?

Strategia. Perché questo altro grafico

Fonte: Bce

mostra come in base ai criteri storici di politica monetaria, l’attuale pressione dei prezzi in seno all’indice PMI equivarrebbe a una risposta immediata da parte dell’Eurotower che si sostanzierebbe in 50 punti base di aumento dei tassi. Dalla sera alla mattina. Ovviamente, nessuno - nemmeno Jens Weidmann - può credere all’ipotesi di una scelta simile, visto che innescherebbe immediatamente una reazione a catena su tutti i debiti pubblici dell’eurozona. Se infatti i tedeschi scontano lo spettro di Weimar, il Club Med si fa ancora forte della deterrenza rappresentata dall’azzardo di Jean-Claude Trichet prima del crollo Lehman.

Comunque sia, qualcosa si è rotto nel meccanismo classico che regolava le relazioni fra Banca centrale tedesca e Bce. Nei fatti, il corrispettivo del cliché cinematografico hollywoodiano del poliziotto buono e di quello cattivo. Ora, i ruoli paiono quasi invertiti. Perché per una Bundesbank che minimizza e accetta l’idea di innocua transitorietà dell’aumento dei prezzi, ecco che l’Eurotower - sempre nel suo ultimo FSR - si è trovata costretta al proverbiale grido del Re è nudo: questo ultimo grafico,

Fonte: Bce

infatti, mostra come la Banca centrale abbia dovuto prendere atto della pericolosa dinamica di dipendenza che il Qe-Pepp ha prima innescato e poi esacerbato fra acquisti di debito e sostenibilità etero-garantita dei conti pubblici dei Paesi membri. Tradotto, la Bce ha timidamente ammesso che così non si può andare avanti, pena il rischio di danni strutturali irreversibili. O, in alternativa, dell’istituzionalizzazione forzata del finanziamento diretto dei deficit sovrani.

Effetto Fed sul taper? In effetti, l’indicazione contenuta nelle minute della Banca centrale Usa rispetto alla possibilità crescente di una discussione sul ritiro graduale della manovre espansive ha quasi operato un effetto calmante su Wall Street, dopo la giornata da tregenda innescata dal crollo di Bitcoin. Il mondo al contrario? No, molto più probabile la totale e obbligata adesione alla teoria del caos, quale unica alternativa possibile al non-sense innescato proprio dalle Banche centrali. Dissimulazione, insomma. Unita a un minimo sindacale di rassegnata accettazione dell’imponderabile che alberga ontologicamente in ogni scelta straordinaria, Qe compreso.

Davvero Jens Weidmann si presenterà al board del 10 giugno con spirito sereno e aplomb tranquillizzante, forte della crescita dell’economia tedesca a livello record già entro l’autunno? Meglio seguire quotidianamente lo spread, quasi con attenzione morbosa. Ma questa volta, in ossequio al new normal, con prospettiva inversa. A indicare la possibile strada sarà infatti il rendimento del Bund, non quello del Btp. Epilogo degno di Sun Tzu, in effetti.

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