L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 16 maggio 2021

Ci troviamo in un vicolo cieco, la gestione dell'economia è data da un insieme di fattori finanziari, economici, sociali senza andare lontani ma la formalizzazione della crisi è stata fatta a settembre del 2019 e se poi, in Occidente, si è voluta nasconderla dietro la foglia di fico della narrazione covid credendo di essere più furbi della realtà alla distanza non sta pagando. Si percepisce un reddito a gratis stando seduto sul divano quasi uguale a come se ci si alzasse alla mattina per rispondere ad un padrone pronto ad azzannarti se non sei prono ad accettare qualsiasi condizione che ti chiede

SPY FINANZA/ Dagli Usa un allarme sui sussidi e il salario minimo

Pubblicazione: 14.05.2021 - Mauro Bottarelli

I dati che arrivano dal mercato del lavoro Usa devono far riflettere sugli effetti dei sussidi a pioggia e dei programmi delle Banche centrali

Joe Biden, Presidente Usa (LaPresse, 2021)

Prendo atto che il ritorno in grande stile dell’inflazione non fosse una mia ossessione, forse retaggio weimariano della mia impostazione teutonica: benvenuti a tutti. Ovviamente, è transitoria. Ancora un paio di settimane e vedrete che anche questo aggettivo sparirà. Portiamoci quindi avanti con il lavoro e tocchiamo un capitolo che, a mio avviso, già oggi meriterebbe la scritta maneggiare con cura: il mercato del lavoro. Nella fattispecie, le politiche di sostegno.

Per giorni avete letto, qui come praticamente ovunque, glorificazioni del cosiddetto piano Biden degne dell’Istituto Luce. L’Europa per alcuni è un simposio di arretrati rigoristi che dovrebbe prendere esempio dalla grandeur espansiva degli Usa, cogliendo l’occasione per una ripartenza più giusta insita nella tragedia del Covid. Bla bla bla. Va bene così, ci mancherebbe. Onestà vorrebbe, però, che si continuassero a monitorare gli sviluppi di certe dinamiche di medio termine, poiché sulla carta tutto può apparire geniale, ma è la messa in pratica a nascondere le tagliole. E quando sento il ministro Di Maio esulare dai suoi compiti di dicastero e pontificare rispetto alla necessità di un salario minimo come contrafforte per il post-pandemia, stante il suo recente passato di abrogatore della povertà e moltiplicatore di navigator, un brivido mi corre lungo la schiena. E non per una questione pregiudiziale nei suoi confronti, né perché io ritenga che in questo Paese le paghe siano giuste. Anzi. L’Italia vanta una classe imprenditoriale divisa in due parti: una che può dare lezioni al mondo, l’altra – purtroppo maggioritaria e ultimamente in prima fila nei talk show per chiedere ristori e sostegni, in punta di palesi violazioni delle norme – che andrebbe chiusa in un cinema e costretta a guardare il film sulla vita di Adriano Olivetti con gli occhi tenuti aperti dallo strumento usato in Arancia meccanica.

Ne so qualcosa personalmente di datori di lavoro che pensano di poter pretendere la Luna, pagando però il prezzo di un viaggio in seconda classe Milano-Monza. E facendosi forte dell’esercito di disperati in fila pronti ad accettare qualsiasi condizione, in caso tu abbia da obiettare. Quindi, sgombriamo il campo: la mia critica non è animata da impostazione padronale. Anzi. Semplicemente, dalla constatazione che certe sparate populiste e demagogiche fanno proprio il gioco di quei presunti imprenditori che puntano a massimizzare i profitti, pagando poco o niente (soprattutto di contributi e tasse) e imponendo le loro distorsioni come legge. Non mi pare il caso di offrire loro anche alibi e scorciatoie ulteriori, quindi.

Partiamo da un grafico, il quale mostra come la creazione di nuovi posti di lavoro negli Usa abbia toccato a marzo la quota record di 8,1 milioni, tanto che la ratio fra disoccupati e nuove posizioni disponibili create è scesa a 1,19 da 1,35 di febbraio e soprattutto dal picco di 4,6 dell’aprile 2020.


Già così, uno si chiede per quale ragione dovrebbe servire un piano infrastrutturale addirittura da 2.000 miliardi di dollari: forse siamo in presenza della mitica buca keynesiana da scavare e poi riempire tanto per garantirsi la pace sociale? Ma andiamo oltre e arriviamo al punto, rappresentato da questi due grafici, i quali mettono in prospettiva l’ultimo dato sull’occupazione Usa, la grande delusione dei 266.000 occupati contro le attese di 1 milione. Non solo non si trovano lavoratori, ma, cosa più grave, a disincentivare il loro ritorno fra la popolazione attiva sono proprio i benefit sproporzionati messi a disposizione dal Governo federale con il geniale piano Biden, quello che l’Europa dovrebbe copiare.



E il secondo grafico parla chiaro: sono tante, infatti, le categorie che guadagnano in fatto di reddito e potere d’acquisto stando sul divano (e, magari, lavorando in nero per arrotondare ulteriormente) piuttosto che accettando un lavoro con salario minimo o su base di mercato. E qui occorre arrivare a una sintesi. Giustamente, una persona fa due conti e se deve spezzarsi la schiena per un salario da fame che fa arricchire uno sfruttatore travestito da imprenditore resta a casa in attesa dell’assegno del Governo. Quindi, occorre ovviamente dare un’occhiata seria dentro alle logiche del mercato del lavoro. Altresì, attenzione al welfare a pioggia: perché i danni che crea, alla lunga, sono molto superiori ai benefici di sostegno immediati. E, paradossalmente, tutti sulle spalle degli imprenditori onesti, quelli disposti a pagare il giusto e a riconoscere ai lavoratori contributi e diritti minimi. Gli altri se ne fregano delle regole, a prescindere.

E la situazione negli Usa sta decisamente aggravandosi, poiché da un lato i datori di lavoro alzano le offerte economiche pur di trovare personale qualificato, ma lo fanno a rischio di una contrazione dei margini che potrebbe diventare letale in una fase incerta come quella post-pandemica (tradotto, se arriva un altro credit crunch da crisi finanziaria, parte una catena di default corporate senza precedenti), dall’altro il loop innescato dall’abuso di sussidi ha spinto addirittura nove Stati – tutti a guida repubblicana – a rigettare la proposta del governo federale di ulteriori 300 dollari di sostegno settimanale, definendola un disincentivo al ritorno nel mondo del lavoro. E se lo stesso Wall Street Journal comincia a porsi più di un interrogativo riguardo ai danni di lungo periodo connessi a un’operazione di helicopter money che già oggi vede il 34% del reddito di chi percepisce sussidi garantito appunto dalla finestra di trasferimento federale, le criticità ulteriori paiono alla finestra.

La prima è appena arrivata sotto forma di proposta-choc da parte di Diane Schanzenbach, direttrice dell’Institute for Policy Research della Northwestern University, la quale – intervistata da CBS Chicago – ritiene che il governo dovrebbe varare un re-employment bonus, ovvero un ulteriore sussidio di re-insinerimento lavorativo per spingere la gente ad abbandonare il divano. E non una somma da poco, il 40% dell’attuale standard di sostegno in più, qualcosa che applicato ai 300 dollari settimanali extra sull’arco temporale delle 17 settimane che porteranno alla fine naturale del piano pandemico significa circa 2.000 dollari extra. La seconda, invece, ce la mostra questo grafico finale: ammesso e non concesso che la fiammata inflattiva in atto sia transitoria, occorre chiedersi quanto a lungo durerà questa fase di transizione. Perché a settembre, salvo ulteriori proroghe della politica di distruzione dei conti pubblici Usa, il piano di sostegno pandemico terminerà ma non la necessità delle persone di mangiare e di fare benzina o diesel per spostarsi, magari per andare finalmente al lavoro.


Le dinamiche rappresentate dal grafico sono appunto quelle dei prezzi di carburanti alla pompa e indice dei beni alimentari. Quanta transizione si può sopportare in queste condizioni, calcolando che una volta terminato il piano di sostegno, il reddito di chi lo riceve subirà una decurtazione del 34% e il suo potere di acquisto crollerà, a fronte di prezzi dei beni essenziali in quella traiettoria parabolica?

Forse è il caso di rifletterci per bene, fin da ora. E di evitare facili retoriche salariali, perché il quadro macro che abbiamo di fronte poco si presta ad approcci politici e legislativi novecenteschi. E anche le crociate contro Amazon, sinceramente, fanno ridere. Perché il problema di fondo è un altro: ci piacciono le Banche centrali che tolgono le castagne dal fuoco ai Governi, comprando anche l’aria e garantendo deficit allegri? Ecco il risultato.

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