L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 maggio 2021

Colombia - governare significa ascoltare il popolo e fare il proprio massimo per onorarlo, non per schiacciarlo

Colombia

07.05.2021 - Bogotà, Colombia - Gloria Arias Nieto

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

(Foto di conant.kimberly)

4 maggio 2021 el Espectador

Al contrario del suo presidente, la Colombia è capace di ascoltare e di sentire la voce e la pelle del suo popolo, il dolore degli stracci rossi appesi alle finestre affamate, il contrasto tra la verità cruda e tagliente e le falsità fatte di superbia e mediocrità. Sa guardare davvero e fino in fondo la grandezza della discriminazione e dell’iniquità. La Colombia non mente a se stessa, perché è stanca che le si menta per condurla alla guerra, per instupidire le urne e sostenere i cavalieri d’argilla che non sono in grado di sopportare il confronto con la realtà.

La Colombia è inferocita, in lutto, mal governata e sprofondata nell’incertezza. Però è audace, e più la violano e ne offuscano la democrazia, più consolida il bisogno di affermare la propria dignità.

Nelle privazioni dei suoi 21 milioni di poveri c’è più coraggio che nel suono feroce degli ajuas [grida emesse durante danze popolari NdT], quelli che rimbombano quando il potere si esprime con le pallottole e non con la capacità di mettersi nei panni degli scomparsi, dei profughi, degli infelici, della classe media che è sempre più povera e dei poveri che mangiano sempre meno.

Alla Colombia si spara negli occhi, si insegue con robocop in armatura nera e si seppellisce nel fango dei sentieri e nei muri rotti dei cimiteri. Vogliono sottometterla con la paura, fratturarle la fiducia e il cranio, ma se qualcosa abbiamo imparato, in questo paese che amiamo, e che ci svela e ci reclama e forse potrà perdonarci, è persistere e resistere; resuscitare a modo nostro tra tamburi e epidemie, tra montagne, fiori bianchi e carri armati, tra padrenostri, tiranni e proclami.

In mezzo al caos e alle fiamme che non avrebbero mai dovuto esserci, in mezzo a una protesta che non si ferma né si fermerà finche i governanti non si degneranno di guardare la realtà, tra le sirene rosse e le finestre rotte giacevano i manifestanti morti: “quello che c’è è un proiettile”. Nelle piazze piene e nelle vecchie strade la vita si è spezzata – l’hanno spezzata – e i ragazzi senza vita sono rimasti con gli occhi immobili guardando il nulla, addio a tutto quanto. Non si combattono i calci con il piombo, né la gioventù con i proiettili. Non siate infami! Non lo vedete che la morte è così atrocemente irreversibile?

È tanta l’indignazione di fronte a questo governo arrogante e lacrimoso, che è quasi passato inosservato un fatto importantissimo, conseguenza della firma dell’Accordo di Pace: venerdì – mentre tutto andava fuori controllo – gli ex comandanti delle vecchie Farc hanno presentato alla JEP un documento nel quale riconoscono la propria responsabilità e forniscono informazioni dettagliate riguardo ai sequestri commessi durante la guerriglia; non pretendono di giustificare quello che è ingiustificabile, riconoscono i trattamenti infami a cui furono sottoposte le vittime, chiedono perdono e offrono oltre 300 pagine di verità. Bene, visto che la guerra non è stata un monologo né è accaduta alle nostre spalle, si spera che gli altri protagonisti, registi e suggeritori, sceneggiatori e produttori, sponsor, tecnici e complici, abbiano il coraggio di rivelare – pure loro – la propria partecipazione a questa storia di sangue, abbandono e morte.

Al momento dell’invio di questo articolo la Colombia sta ancora protestando, e il governo sperperando repressione e indolenza. L’annuncio del presidente di militarizzare il paese è un colpo per la democrazia e la premessa per una tragedia incalcolabile. Eppure Iván Duque sembra non avere neanche un amico capace di spiegargli che governare significa ascoltare il popolo e fare il proprio massimo per onorarlo, non per schiacciarlo.

Traduzione dallo spagnolo: Manuela Donati. Rrevisione: Silvia Nocera

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