L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 17 maggio 2021

E' solo una questione di tempo


16 MAGGIO 2021

Taiwan, la “provincia ribelle”, dista circa 150 chilometri dalle coste della Cina continentale. L’isola, incastonata tra il Mar Cinese Meridionale e quello Orientale, nel corso degli anni si è trasformata nel più pericoloso e potenziale casus belli tra Pechino e Washington. Pur aderendo alla cosiddetta One China Policy, ossia alla politica che riconosce l’esistenza di un solo stato sovrano sotto il nome di Cina (la Repubblica Popolare), gli Stati Uniti hanno da sempre fornito la loro protezione militare a Taipei. Il motivo è facile da spiegare: limitare il raggio d’azione della Cina in Estremo Oriente e ostacolare le sue rotte marittime tanto nel sud-est asiatico che nel Pacifico.

D’altronde, queste porzioni geografiche citate rappresentano due aree geopoliticamente strategiche pure per l’America. Che ambisce a mantenere radici nel continente asiatico a costo di far alzare la temperatura del Mar Cinese, nel frattempo diventata una vera e propria polveriera di pari passo con l’ascesa della Cina di Xi Jinping. In uno scenario del genere, il Dragone ha le idee chiare su quali saranno i suoi prossimi passi. Ristabilito un sostanziale controllo sul continente asiatico, scalzati Giappone e Corea del Sud, e risolto il nodo Hong Kong, Pechino ambisce a fare l’ultimo passo: riannettere Taiwan alla Mainland. Un sogno, questo, che i leader del Partito Comunista cinese cullano da decenni.

Annessione hard o soft?

Xi, il cui pensiero è già stato inserito all’interno della costituzione, fautore della Belt and Road Initiative, dà l’impressione di voler passare alla storia in maniera definitiva. Per farlo deve recuperare Taiwan, preferibilmente senza spargimento di sangue né alterando i già fragili equilibri internazionali. Una guerra per la riannessione di Taipei potrebbe infatti danneggiare l’immagine della Cina, i suoi affari e le relazioni win win che il Dragone ha costruito in tutto il mondo. Senza considerare che a Pechino nessuno vuole realmente imbracciare i fucili, a meno di aggressioni esterne.


Sul tavolo degli strateghi cinesi ci sono più opzioni per attirare la provincia ribelle. L’annessione soft passa, ad esempio, attraverso l’adozione di una mossa economica. Quale? La costruzione di un collegamento ferroviario capace di collegare Pechino a Taipei, così da convincere l’isola – a colpi di affari milionari – a “tornare a casa” di propria spontanea volontà. L’alternativa che più spaventa gli esperti (al momento piuttosto remota) fa invece rima con aggressione militare. Visto l’enorme strapotere bellico cinese, c’è chi negli Stati Uniti teme un’eventuale assalto finale portato dalle truppe di Xi.

Taiwan come il Donbass?

In mezzo a questi due estremi c’è in realtà una sorta di terza via. Il sito Asia Times si è posto una domanda interessante: “Xi è in grado di prendere Taiwan come Putin ha preso il Donbass?. In altre parole, Taiwan e Xi Jinping vengono paragonati rispettivamente al Donbass e a Vladimir Putin. Questo significa che i cinesi potrebbero non sferrare alcun attacco anfibio ma, al contrario, puntare su un’occupazione furtiva. Proprio come fatto, a cavallo del 2014, da Mosca in Ucraina orientale. In quel periodo, Putin spiegò che non c’era alcun ombra della Russia dietro alla rivolta contro il governo ucraino nel Donbass. Erano i cittadini e le milizie locali a essere scontenti dell’oppressione di Kiev.

Se Pechino dovesse imitare il modus operandi del Cremlino in Ucraina orientale, ci sarebbero almeno due punti da evidenziare. Intanto la Russia, a differenza della Cina con Taiwan, condivide un confine terrestre con l’Ucraina: un vantaggio non da poco per realizzare operazioni sovversive e garantire ipotetici supporti logistici alle milizie locali. Dopo di che, la popolazione del Donbass stava facendo i conti con una pesante crisi economica. A Taiwan il contesto è ben diverso, sia dal punto di vista geografico che socio-economico. In ogni caso, all’interno della “provincia ribelle” spiccano diversi politici pro Pechino, soprattutto membri del partito del Kuomintang, e favorevoli all’unificazione. Vedremo quale modello sceglierà di adottare il governo cinese per annettere Taiwan.

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