L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 17 maggio 2021

“il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare”.

Gli indifferenti



A vedere le molte manifestazioni di solidarietà con i palestinesi in tante città d’Italia viene spontanea una domanda: ma i partecipanti che protestano e testimoniano la loro vicinanza a un popolo oppresso, credono davvero in quello che fanno o rispondono al richiamo di antichi riflessi pavloviani senza rendersi pienamente conto che il folle assalto alla striscia di Gaza, la distruzione e la profanazione fanno parte integrante di un unico mondo, di unico variegato assetto di potere che gestisce l’apartheid palestinese come la wokeness in Usa, che crea da decenni stragi e caos in medio oriente, predicando poi l’accoglienza, fomenta il terrorismo e militarizza la società per combattere il terrorismo, narra un influenza come fosse un’epidemia di peste per calpestare le libertà costituzionali ufficialmente in nome di una salute che è il primo misconoscere non appena si tratta di investire in sanità. Perché le piazze non si riempiono contro queste altre ignominie? Perché la stessa gente che fa sventolare la bandiera di Palestina adora un presidente Usa che è stato uno dei boia del Sud America, l’amico e il finanziatore degli squadroni della morte e che adesso tace ammesso che abbia ancora la facoltà di parola?

Mi chiedo: è possibile non vedere in questo assalto israeliano a Gaza il riflesso o l’analogo della politica portata avanti dalle amministrazioni “democratiche” Usa che si propongono di balcanizzare il medio oriente, di frazionarlo in una grade quantità di aree e staterelli in maniera da sfruttarne le risorse, senza entità statali e/o nazionali di peso in grado di opporsi alla rapina o di costituire una possibile minaccia per Tel Aviv?

Forse manca una chiara visione di insieme o siamo di fronte a una radicata indifferenza che si scuote solo quando vengono stimolati i ricordi, le immagini di un’altra stagione come fosse un album di fotografie o forse l’amuleto di Dora Markus che esiste attraverso di quello? Eppure si tratta essenzialmente delle medesime persone che scrivono spesso e volentieri “Odio gli indifferenti”, ma temo che Gramsci e il suo famoso testo sia davvero lontano e che tutto questo rassomigli più a Moravia e al suo primo romanzo “borghese” nel quale l’equivalenza di irrealtà e modernità fa da sfondo alla paralisi dell’azione che non è più una condizione, ma uno scopo. Alcuni li conosco, sono quelli che comprendono perfettamente la mistificazione pandemica, ma se ne stanno zitti, anzi si ergono a difensori della pubblica menzogna, seguono ogni ritualità prescritta perché in fondo la vicenda non li colpisce direttamente, forse pure li avvantaggia, fingono che non si tratti di un’estensione bellico-sociale dell’ideologia neoliberista e se ne fregano altamente della gente rovinata o magari anche uccisa da un panico artificialmente suscitato, da prescrizioni e protocolli errati, da diktat improvvisati . E quando l’indifferenza si trasforma per forze di cose in complicità è già tardi per tornare indietro: si è definitivamente prigionieri dentro questa gabbia per cui si diventa beghini di una menzogna.

Come il protagonista del romanzo di Moravia essi dimenticano freudianamente di caricare l’arma quando finalmente si decidono finalmente a fare qualcosa, probabilmente perché non sanno cosa fare davvero, perché la loro indignazione diventa mano a mano vuota. Così la cosa migliore è lasciarsi andare alla corrente, conservando l’illusione di essere contro, ma non opponendo resistenza e pensando che alla fine la corrente li porterà dove avrebbero sempre voluto andare: la meta diventa il mezzo, ma senza che se ne accorgano. E del resto isolati nella loro individualità povera ed esigente, talvolta tracotante, cosa potrebbero mai fare? Niente come l’essere socialmente soli, separati, divisi, emarginati dalle nostre stesse speranze, porta al conformismo più assoluto e alla sua insensata pretesa di essere innocente. E’ del tutto inutile protestare per i palestinesi se non si protesta anche contro la condizione in cui siamo e alla quale non sappiamo reagire. Come diceva Gramsci: “il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare”.

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