L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 5 maggio 2021

Il Sudan prende tempo rispondendo alle richieste degli Stati Uniti

Lo stop alla base della Russia in Sudan e altre notizie interessanti

Carta di Laura Canali.

3/05/2021
La rassegna geopolitica del 3 maggio.

STOP AI RUSSI IN SUDAN [di Orietta Moscatelli]

La base militare russa in Sudan torna in alto Mar Rosso: secondo diversi media regionali, Khartum ha deciso di sospendere i piani per la creazione di un centro logistico navale a Port Sudan, previsto da un accordo firmato a fine 2020, e ha bloccato “qualsiasi nuovo dispiegamento militare russo” nelle sue acque territoriali. Mosca smentisce, le autorità sudanesi lasciano filtrare notizie che invece confermano, ma rimandano a dichiarazioni ufficiali ancora da venire.

Perché conta: La questione si inscrive nella partita tra le due rive del Mar Rosso – il Grande Corno d’Africa e la Penisola Arabica – che rimanda agli interessi di potenze come la Cina e la Russia, ma anche la Turchia e, naturalmente, gli Stati Uniti. Un gran affollamento, a riprova che la posta in gioco è altissima: riguarda le rotte tra Mar Rosso e Golfo di Aden e, in caso qualcuno avesse dimenticato, il recente blocco del Canale di Suez ha ricordato a tutti l’importanza strategica di questo tratto di mare che collega l’Europa con gli oceani Indiano e Pacifico.

Dietro il ripensamento sudanese ci sarebbero proprio gli Usa, che non a caso l’anno scorso, con la Casa Bianca ancora occupata da Donald Trump, hanno rimosso Khartum dalla lista degli sponsor del terrorismo, salvo poi estendere le sanzioni contro il paese africano. Il nuovo presidente Joe Biden ha ripreso in mano il dossier e nella logica del contenimento della Russia a ogni latitudine sembra aver ottenuto la sospensione dell’accordo con Mosca e lo sfratto delle navi militari russe. A Khartum da febbraio c’è un nuovo esecutivo, che attribuisce l’ok alla base logistica alle “precedenti autorità” e si riserva di stracciare le carte firmate.

La partita non va però considerata chiusa. La Russia ha interessi non solo di mare in Sudan e almeno due società minerarie riconducibili ai mercenari del Gruppo Wagner assicurano profitti sia per il paese di provenienza sia per “amici” locali, non interessati – per ora – al ribaltone. Tra l’altro sabato scorso, tre giorni dopo le indiscrezioni sulla rottura dell’accordo, una nave da guerra russa è stata avvistata a Port Sudan: in entrata e non in partenza.


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