L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 23 maggio 2021

La bolla è data dalle quotazioni elevate nel Casinò Wall Street e la realtà delle aziende rappresentate e il continuo profluvio di miliardi dati dalla Fed, TUTTI vogliono, hanno bisogno di una tregua per metabolizzare stabilizzare ripartire con nuovo rally. I cicli dei tamponi farlocchi sono diminuiti, aumentati i risultati negativi, l'influenza covid è scomparsa MA se le cose a livello economico si dovesse mettere male avremmo una recrudescenza della malattia

Il taper della Fed è il nuovo Covid: prezza la news, non i fatti. Per sgonfiare la bolla

23 Maggio 2021 - 12:07

A otto anni esatti dal «Tantrum» innescato dalle parole di Ben Bernanke, la storia di ripete. Il mercato ha bisogno di una pausa da sovra-valutazioni e di un catalizzatore che operi da capro espiatorio. Lo chiedono a gran voce i media, l’utilizzo record del reverse repo e anche le previsioni di tail risk. Perché proprio nel 2013, le equities patirono solo poche settimane di crisi, salvo tornare in rally già in autunno. Dèjà vu?


Sic transit gloria mundi. Ben Bernanke, certamente, non ci sarà rimasto benissimo. Ieri, 22 maggio, ricorreva infatti l’ottavo anniversario del Taper tantrum, il più clamoroso caso di incidente controllato della storia recente delle Banche centrali. E nessuno, nonostante l’argomento sia tornato di gran moda, ha avuto la decenza di ricordare l’artefice di quel caso di scuola, di quel precedente in continuo corso di aggiornamento.

Era infatti il 22 maggio del 2013, quando l’allora numero uno della Fed nel corso di un’audizione al Congresso, si lasciò andare a queste parole: Se continueremo ad assistere a miglioramenti e avremo la fiducia nel fatto che questi siano sostenuti, nei prossimi meeting potremmo prendere una decisione relativa a una revisione al ribasso nel ritmo degli acquisti. Era la prima volta che in casa Fed si parlava di tapering. E la storia narra che quella frase non comparisse nemmeno fra gli appunti di Ben Bernanke rispetto agli argomenti da toccare quel giorno. Il tapering vero e proprio non partì fino al dicembre di quell'anno ma i mesi che intercorsero furono totalmente monopolizzati dal dibattito al riguardo.

All’atto pratico, poi, questo grafico

Fonte: St. Louis Fed

mostra cosa accadde, a partire dalla data dell’annuncio di taper che viene evidenziata dalla barra grigia: la linea rossa mostra il rendimento del Treasury decennale, il quale dopo aver rotto il livello del 2% si indirizzò diretto verso il 3%, raggiunto già a settembre. La linea nera mostra invece l’andamento dello Standard&Poor’s500, il quale da inizio anno al 22 maggio 2013 aveva macinato un +16%, salvo andare in stallo fino all’8 ottobre: da quel momento in poi, un altro rally del 12%. E anche i rendimenti obbligazionari, nel corso dell’anno successivo scesero dal 3% al 2% circa di fine 2014.

Insomma, due lezioni. Primo, il Taper tantrum fu vissuto più dai bond che dalle equities, le quali nel 2013 registrarono uno dei migliori anni in assoluto. Secondo, il Taper tantrum avvenne prima di avvenire realmente. Un po’ come l’attesa nello spot del Campari soda. Fu il primo caso di processo comunicativo che sostituiva la politica monetaria vera e propria da parte di una Banca centrale. E funzionò. Nonostante all’epoca i social network non fossero certo dominanti come oggi. Certo, i Paesi emergenti patirono dei bagni di sangue rispetto ai costi in crescita del loro maxi-indebitamento in dollari e lasciarono a terra, simbolicamente, morti e feriti: ma gli Usa, in realtà, uscirono rafforzati da quella mossa.

Fast forward, giorno d’oggi. Questo strappo

Fonte: Federal Reserve

mostra le precise parole contenute nelle minute della Fed pubblicate la scorsa settimana: a parte l’utilizzo di alcune parole, i toni non differiscono molto da quelli messi in campo da Ben Bernanke otto anni prima. Anzi, li ricalcano. In compenso, il messaggio era contenuto non in un’apparentemente estemporanea uscita nel corso di un’audizione al Congresso ma nelle minute del board precedente. Più ufficiale. E infatti, nonostante fosse il giorno del tracollo di Bitcoin dopo le parole di Elon Musk e la decisione del governo cinese sul bando, Wall Street non crollò affatto alla diffusione di quella frase. Anzi, sembrò tirare un sospiro di sollievo.

E per capire il perché - le cui dinamiche appaiono perverse come solo ciò che è associato a una logica da casinò può essere - occorre forse fare ricorso a tre immagini. Primo,

Fonte: Arbor Data Science

come nel 2013, è partita la campagna mediatica. Il taper è il nuovo Covid, parlando di mercati. Gli articoli dedicati al tema stanno aumentando, sempre di più. Ancora lontani dal picco del 2013 ma, attenzione, siamo a solo una settimana dalle minute della Fed.

Secondo,

Fonte: New York Fed/Bloomberg

il mercato reverse repo sta parlando chiaro, pur nel suo linguaggio massonico da addetti ai lavori: con 351 miliardi di dollari di utilizzo della facility al 20 maggio scorso, non solo si è superato il precedente record della crisi COVID di 285 miliardi ma si è stabilito il quinto risultato in assoluto, da quando viene tracciata la serie storica. Insomma, le banche - anche le filiali Usa di quelle estere, stante i controvalori ormai sul tavolo - parcheggiano presso la Fed le riserve in eccesso del Qe che non riescono più a detenere a bilancio, ricevendo in cambio Treasuries. Gli stessi però che la Fed drena dal mercato per un controvalore mensile di 80 miliardi al mese, salvo poi operare una partita di giro verso gli istituti di credito. Insomma, quella voce da record ci dice che, paradossalmente, non solo ormai il Qe appare un endgame, un circolo vizioso ma anche e soprattutto che le banche stanno pregando la Fed di operare il taper.

Terzo,

Fonte: Bank of America

l’ultimo sondaggio di Bank of America fra gestori di fondi parla chiaro: se il COVID non è più percepito come il principale tail risk, anche il timore per un nuovo tantrum è sceso di magnitudo fra la rilevazione di aprile e quella di maggio. Chi è salito? Il rischio inflazionistico. E, soprattutto, una prepotente new entry: la paura di bolle sugli assets. Ovvero, Wall Street si trova costretta ad ammettere che il Re delle sovra-valutazioni da Qe è nudo. E che occorre darsi una calmata. Stranamente, in quasi contemporanea con il Financial Stability Review della Bce nel quale si ammetteva, grafici alla mano, l’eccessivo grado di dipendenza raggiunto dai conti pubblici degli Stati membri e il pericoloso proliferare di zombie firms. Anche in questo caso, tempismo sospetto.

E comunicazione anticipatoria alla base della strategia: tutto deve essere scontato, metabolizzato e prezzato, prima ancora di agire. Insomma, stop-and-go. Per continuare a far girare la giostra del luna park, occorre fermarsi per un turno. O due, magari. Pagando il prezzo a una breve cruel summer delle equities ma spalancando così le porte a un potenziale rally invernale che renderà il Natale 2021 da segnare in rosso sul calendario della storia manipolatoria del mercato. E se qualcosa andasse storto?

Stranamente, il CDC - Centers for Disease Control, l’ente che sovrintende la sanità Usa e la lotta al COVID - nell’ultima settimana ha cambiato i criteri di classificazione relativi ai test, operando in modo tale su asintomatici e contagiati lievi da schiacciare al ribasso le percentuali assolute e rendere praticamente nullo a prescindere il numero di infettati post-vaccino. Di fatto, in base ai nuovi criteri e se questi fossero stati adottati dall’OMS, la pandemia non sarebbe mai stata dichiarata. In caso qualcosa vada fuori controllo, l’alibi è pronto. E l’emergenza prêt-à-porter, servita.

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