L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 14 maggio 2021

La Russia è un impero che per risorgere deve evidenziare la sua identità basata sulla fede, tradizione e culto degli antenati


14 MAGGIO 2021

Nove maggio è la data, День Победы (Giorno della Vittoria) è il nome e la Piazza Rossa è il luogo. È dal 1945 che, salvo alcune eccezioni, ogni anno il popolo russo si riunisce in massa per commemorare la fine della seconda guerra mondiale, o meglio della Grande Guerra Patriottica (Вели́кая Оте́чественная война́), assistendo con fare festante alle marce dei carri armati, degli armamenti, dei militari e dei veterani.

Il 9/5 è sentito e vissuto da chiunque, è un reale momento di cordoglio collettivo e di patriottismo genuino e unificante, perché non v’è russo che non abbia un antenato caduto tra Stalingrado e Berlino nel tentativo di sconfiggere il nazismo. Lo sforzo umano dell’Unione Sovietica, del resto, fu immane: fra i ventisette e i quaranta milioni di morti, tra civili e militari, cioè più del 15% della popolazione totale dell’epoca. Nessun’altra potenza ha sacrificato tante vite sull’altare della Liberazione.

È in errore, dunque, chi parla e scrive di 9/5 in termini di politicizzazione recente da parte del Cremlino, perché il processo di mitizzazione della Grande Guerra Patriottica è partito dal basso e da lontano, nell’immediato dopoguerra, e dalla classe dirigente, più che politicizzato, è stato istituzionalizzato, incastonato nei libri di storia e saldamente impiombato nell’identità nazionale. Vladimir Putin, in sintesi, non ha costruito nulla di nuovo: sta attingendo al legato dei predecessori con il duplice obiettivo di salvarlo dall’erosione del tempo e di reinvestirlo dell’antico ruolo di collante nazionale.

Fede e tradizione nella Russia di oggi (e domani)

Al longevo presidente Vladimir Putin può essere imputata una sola responsabilità in relazione alla Grande Guerra Patriottica: l’aver lavorato affinché la tradizione del 9/5 non diventasse oggetto di banalizzazione e affinché la sua memoria non sbiadisse a causa dello scorrere ineluttabile del tempo e del graduale passaggio a miglior vita dei veterani. Una missione che, i tassi di partecipazione lo dimostrano, è stata portata a compimento con successo.

Inattuabile il panslavismo, limitatamente utilizzabile il neozarismo e anacronistico il comunismo, il Cremlino ha trovato nella rivitalizzazione del mito della Grande Guerra Patriottica, nell’eurasiatismo, nel conservatorismo e nelle fedi, le pietre angolari dell’identità della Russia postsovietica. Un’identità forte e marcata, nitente come una stella polare, che dovrebbe aiutare la nazione ad affrontare le sfide del nuovo secolo e, soprattutto, ad orientarsi nel dopo-Putin.

Sondaggi, tendenze culturali e partecipazione popolare ai grandi appuntamenti patriottici indicano, anzi corroborano, che il grande ed ambizioso programma di rinazionalizzazione delle masse dell’era Putin – basato sulla creazione di un ambiente permeato di patriottismo, dall’informazione ai curricoli accademici, passando per i parchi e le chiese – sta avendo successo:
Una recentissima indagine del centro Levada, intitolata “La Russia e l’Europa”, ha concluso che meno di un russo su tre (29%) ritiene che la Russia sia un Paese europeo – in diminuzione rispetto al 52% del 2008 –, che due russi su tre (70%) non si considerano europei in termini di identità – in aumento rispetto al 52% del 2008 –, che vanno riducendosi gli affezionati all’Occidente – dal 41% del 2017 al 30% del 2021 – e che soltanto il 23% dei membri delle fasce d’età 18–24 e 25–39 crede nell’europeità dei russi e della Russia;
Un’inchiesta sulle convinzioni degli studenti targata Mikhailov & Partners, e risalente al 2019, ha appurato come la maggioranza consideri la Cina il partner più amichevole della Russia (davanti a Bielorussia e Kazakistan) e gli Stati Uniti la nazione più ostile (seguiti da Ucraina e Germania), come Putin venga ritenuto il personaggio evocante più “simpatia e rispetto” e come il 62% si ritenga un patriota;
Una ricerca del centro Levada del 2018, centrata sul ritorno in auge del culto di Stalin, ha catturato una tendenza significativa: l’era della demonizzazione sembra essere terminata, perché aumenterebbero su base annua i simpatizzanti del defunto leader e diminuirebbero coloro che lo ritengono colpevole di gravi crimini – dal 62% del 2016 al 44% del 2018;
Raddoppiati i partecipanti alla “marcia virtuale” del Reggimento immortale dal 2020 al 2021, il cui numero è aumentato da due milioni e 500mila a quasi cinque milioni;
Il futuro dell’identità russa

Il futuro della Russia post-putiniana potrebbe essere una fotografia del passato: Mosca a metà tra Terza Roma e Seconda Mecca, né Europa né Asia – ma unicamente Eurasia –, katéchon conservatore ed autocratico in lotta contro il liberalismo di stampo occidentale e casa di una riedizione in salsa contemporanea della trinità nicolina “Ortodossia, Autocrazia, Nazionalità” (Правосла́вие, Cамодержа́вие, Hаро́дность) – con un’ortodossia affiancata da islam ed ebraismo e crescentemente nazionale e nazionalista, come emblematizzano la vicinanza tra Cremlino e Patriarcato di Mosca, opere come la cattedrale principale delle forze armate e il Natale patriottico di Lipno.

È nella direzione di un futuro orientato al passato che la Russia continuerà a camminare oggi e negli anni a venire. Perché un passato agglomerante il meglio delle epoche imperiale e sovietica sembra essere l’unica via percorribile dalla nazione, la cui dirigenza e il cui popolo anelano a riavere il posto nel mondo che credono spetti legittimamente alla Russia. Quel posto, occorre ricordarlo ai digiuni di storia, non potrà che essere a metà fra Occidente e Oriente, fra rincorsa della modernità europea e richiamo identitario di forze ancestrali asiatiche, perché la Russia è nella posizione unica di non essere né Europa né Asia, ma Eurasia, e, oggi più che in passato, sia l’élite che le masse sembrano sentire e volere come proprio tale destino.

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