L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 maggio 2021

Quando l'imbecillità prende il posto delle idee

28 MAY 2021



Un cronistuccio "fattarolo" di cui nemmeno voglio riportare il nome si è permesso di dire che a destra la cultura non esiste. Per l'esattezza che a destra non esiste uno straccio di intellettuale da 300 anni… Purtroppo l'omettino dell'asinistra gioca alla favola della rana che si gonfia fino a sembrare un bue. Si gonfia, mente e scoppia di bile, mostrando di non sapere un bel nulla. Esiste un elenco completo stilato da Giovanni Raboni per il Corriere della sera che fa i nomi più prestigiosi della cultura del novecento. Ne cito solo qualcuno: Ezra Pound, Céline, La Rochelle, Jonesco, Croce, Gentile, Papini, Palazzeschi. D'Annunzio, Marinetti, Pirandello, Prezzolini e molti altri che potete ritrovare qui .

Il Giornale replica con un'altra lunga lista di intellettuali, filosofi e scrittori di destra. Aggiungo io, Carl Schmitt, Spengler, Junger, Heidegger, Giorgio de Chirico, grande Genio della pittura metafisica che si vantava già negli anni '70 dove si correva il rischio di venire "gambizzati" se non si era di sinistra : "Io sono sempre stato un grande reazionario". Carmelo Bene, altro genio teatrale, Salvador Dalì. L'elenco di artisti, intellettuali e filosofi è così nutrito che mi domando come per anni l'asinistra con la sua cultura da poster di barbudos e barbe folte sia riuscita a infinocchiare "le masse", per decenni con banalissimi luogocomunismi dei quali la sottoscritta compilò volonterosamente un Bestiario. Con questo lessico per sottosviluppati, un lessico povero nonché killer del logos, è riuscita a darla da bere per generazioni e ad ottenere seguaci, grazie al fatto di essersi accaparrati i media. Ma non ragioniam di lor...

Approfittando delle riaperture e zone "gialle" mi sono recata a Pisa per vedere una mostra di Giorgio de Chirico a Palazzo Blu: oltre 80 tra dipinti e grafica d'arte della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico. Stranamente, a parte la solita mascherina, nessun altra vessazione del tipo richiedere i numeri di cellulare per la "tracciabilità". La mostra, ora prorogata fino a settembre, fu bruscamente interrotta dagli umilianti lockdown e andarci è servita a verificare quel che già si sapeva: musei, palazzi storici adibiti ad esposizioni, pinacoteche sono i luoghi meno contagiosi del mondo. I veri luoghi affollati e potenzialmente "contagiosi", sono quei supermercati a cui ci hanno costretto a ricorrere tanto per sopravvivere. E mentre si riempiono la bocca di epigrammi danteschi per i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta, come "fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir vertute e canoscenza", nei fatti ci hanno voluto proprio abbruttire, riducendoci a doverci accontentare di cibo confezionato e di malsana disinformazione televisiva. Niente arte, niente cultura, niente svaghi creativi e ricreativi. Una distopia ben delineata da Pound nel suo famoso Canto 45 "Con Usura".

non si dipinge per tenersi arte in casa ma per vendere e vendere
presto e con profitto, peccato contro natura,

Il Pictor Classicus, come amava definirsi, nacque a Volos nella Tessaglia (Grecia). Volos è il villaggio dal quale partirono gli Argonauti alla ricerca del Vello d'oro e questo fu visto da de Chirico come un segno del Destino. E il classicismo greco, il culto per il Mito e il simbolo, sono la cifra che accompagnerà tutta la sua produzione artistica: da Parigi dove i surrealisti lo consacrarono loro maestro nonché anticipatore delle loro tematiche sugli oggetti comuni spiazzati e straniati dai loro contesti, passando per Torino, Ferrara, Firenze, Milano, Venezia, Roma e perfino New York. Ma il classicismo si accompagna all'impulso alla modernità e allo slancio vitale verso il progresso. Il dipinto che ritrae il colonnato greco mostra da lontano le ciminiere. La piazza della collezione "piazze italiane" avvolta nel silenzio, e sospesa tra ombre e luci, lascia intravedere una locomotiva in lontananza. Spesso con le bandierine all'incontrario e controvento. I punti di fuga e le prospettive vengono costruite con voluta disarmonia, rendendo talora lo scenario inquietante e perfino disturbante. Del resto "inquietante" (in tedesco unheimlich, lingua che de Chirico conobbe molto bene) è un aggettivo prettamente dechirichiano usato per le sue famose Muse. "Cosa dovrei amare se non l'Enigma? (Et quid amabo nisi quod aenigma est?) , è il succo della sua poetica ed estetica che riprende anche nelle tavole di un suo famoso autoritratto del 1920. Su questo dipinto ad olio sottostante, il tempo è sospeso e sullo sfondo azzurro si rivela un'apertura verso il mondo esterno che lascia intravedere un palazzo con statua. Perentorio il gesto della sua mano che trattiene e mostra la pergamena.

E che cosa dovrei amare se non l'essenza metafisica delle cose?

Non casualmente de Chirico sosterrà la necessità di 'scoprire il demone in ogni cosa', Carrà parlerà di 'realtà fermata', de Pisis di "mistero delle cose" e Savinio, con un ossimoro, di naturalismo spettrale.

Le Muse Inquietanti

L'enigma è infatti fonte di ispirazione e approdo alla sua personale ricerca. Nietzsche e Schopenhauer sono del resto i due filosofi punti di riferimento della sua pittura. A Monaco di Baviera dove visse un periodo della sua vita, ebbe modo di approfondire le sue riflessioni filosofiche che sempre accompagnavano il suo dipingere. All'artista metafisico si attribuisce perfino la dote di veggente, di colui che esplora qualcosa di diverso e inusuale anche nelle cose comuni. La mostra situata su tre piani del Palazzo Blu espone periodo detto boeckliniano (da Arnold Boecklin, pittore svizzero simbolista da lui molto amato), il periodo metafisico e il periodo neometafisico.

Emblematica di questo primo periodo è La Partenza degli Argonauti, un dipinto del 1910 che condensa i sentimenti e i fondamenti della sua cultura figurativa. Come de Chirico, gli Argonauti abbandonano la loro terra, il loro porto sicuro, verso destinazioni ed esperienze ignote, sono nomadi, orfani di una patria. In lontananza, le casette candide della costa egea.

La partenza degli Argonauti (1909)

Lo stesso motivo venne ripreso anni dopo (1922) in chiave metafisica. Le piazze che spesso ospitavano statue, ora ospitano guerrieri, in una strana interazione con le stesse. Pure il fratello Andrea (in arte Alberto Savinio, ottimo pittore anch'egli), a cui fu sempre molto legato, riprese lo stesso tema degli Argonauti. Nella mostra c'è un rimando pittorico anche a lui, a Carrà, a De Pisis e Sironi, per indicare come il Maestro seppe influenzare la loro pittura, da autentico caposcuola (nazionale e internazionale) qual era.

La partenza degli Argonauti (1920)

Triangoli, elissi, geometrie euclidee e simmetrie sono anch'essi un omaggio alla cultura ellenica. La scelta dell'insolito formato va ricondotta all'importanza del triangolo come simbolo mistico e magico. Come ben si vede in questo dipinto "L'enigma della fatalità"



Nel 1912 appaiono le prime Piazze d'Italia con le quali ha inizio la fase matura dell'artista, e quella forse più nota ed apprezzata da parte del pubblico: la pittura metafisica. Statue, sculture, sarcofaghi su piazze deserte, o anche, come nell'immagine appena sopra, un vecchio vagone del tutto vuoto e pronto per un trasloco, sta a ricordare l'infanzia dell'Artista, segnata da molti traslochi imposti dal lavoro di ingegnere delle ferrovie dal padre, nel corso dei cambi di residenza. Le minuscole figure umane quasi si perdono in lontananza, nelle prospettive incombenti.
Le Piazze d'Italia sono visioni di piazze prive di vita. In esse appaiono edifici squadrati e lunghi porticati, che rimandano alle architetture di Firenze, Torino, Monaco, Ferrara. Ma in fondo, è inutile identificarle in quanto "luogo geografico" reale, poiché si tratta in realtà di luoghi mentali della condizione umana. L'uso di prospettive assurde e sconcertanti, i cieli verdi, e i colori terrosi evocano l'idea di uno spazio in cui tutto è immobile ed il tempo si è fermato, creando una condizione di spaesamento.

Il terzo piano della mostra è dedicato al periodo Neometafisico. Negli ultimi anni di vita de Chirico le sue prospettive, ribaltandole verso un punto di intersezione atemporale in cui i suoi personaggi e i loro oggetti, le squadre lignee e le scatole che contengono altri quadri si aprono in un divertissement infinito che ripercorre tutto il suo tempo esistenziale e artistico, illuminando alcuni misteri e ricomponendone altri.

In questo contesto di nuovi e felici enigmi incontriamo dunque i nuovi interni metafisici: gli archeologi e i manichini umanizzati, i bagni misteriosi, i gladiatori, i trofei, i ritorni del cavaliere al castello avito, Orfeo Trovatore stanco, Ulisse che rema nella sua stanza, fino alle stanze che si aprono sulle nuove visioni di Venezia e New York. E a proposito di "manichini umanizzati" non si può fare a meno di constatare come il "Pictor classicus" è stato preveggente nel delineare un'umanità senza volto, ora che vediamo in giro tante maschere e nessun vero volto espressivo. L'Orfeo Trovatore Stanco (1970) con la lira abbandonata per terra , icona nel quale l'Artista ormai 82enne si era identificato, alla fine siamo un po' tutti noi.


Concludo con questo divertente ironico Ulisse nella stanza, che sta a significare la fine del viaggio e l'approdo rassicurante. "La mia camera è un vascello fantastico, ove posso fare viaggi avventurosi, degni di un esploratore testardo”: Giorgio de Chirico ha già ottant’anni quando dipinge "Ritorno di Ulisse" (1968), e l’incessante energia che lo ha contraddistinto nella sua ricerca artistica non è venuta meno.


Mi corre l'obbligo di aggiungere che il dipinto che ho inserito in alto sotto il titolo, non fa parte della mostra, ma l'ho inserito ugualmente poiché lo considero un autentico capolavoro che assume su di sé tutti gli elementi della poetica metafisica dechirichiana: una piazza vuota con una fanciulla che insegue un cerchio (lei stessa un'ombra), la quale corre verso l'ombra di una statua. Una piazza che ospita la contrapposizione del mondo delle ombre con quello della luce. La disarmonia tra i due edifici con arcate, nasce dal fatto che sono costruiti su due diversi punti di fuga. Ritorna, sulla destra il carrozzone del precedente dipinto, vuoto e privo di ruote. Il suo amico e poeta surrealista Apollinaire intitolò il dipinto Mélancolie et Mystère d'une rue. Nella versione italiana si preferisce mettere invertendo i sostantivi "Mistero e Malinconia di una strada": entrambi titoli emblematici e stupendi. Naturalmente ho dovuto sunteggiare al massimo, i contenuti di una mostra che mi ha riempito di gioia, interesse e curiosità nella speranza di aver lasciato qualche suggestione in grado di farci capire, che l'arte non può e non deve essere roba da case d'asta per ricchi oligarchi come vorrebbero trasformarla, separandoci dai nostri maestri del colore. Ma può e deve essere patrimonio comune di tutti noi, senza discriminazioni tra i cittadini "vaccinati" e non. Un appunto critico al pessimo ministro dei Beni Culturali, l'inamovibile Dario Franceschini che per ben due mandati ha dato la direzione degli Uffizi al tedesco Eike Schmidt, il quale si dichiara innamorato dell'Italia e della sua arte. Non ne dubitiamo, ma mandiamo capolavori di ineguagliabile bellezza antichi e moderni per il mondo dimostrando di essere i numeri 1, e allora è lecito chiedersi: non esistono nostri connazionali in grado di coprire onorevolmente quell'incarico di custode di meraviglie che - guarda caso - sono di nostra creazione ? Ricordo che alla sovraintendenza di numerose aree museali sono stati messi altri sette stranieri (inglesi, francesi, canadesi). A che pro? Sono forse più bravi e competenti, in quanto stranieri?

L' Italia è nata sotto il segno di Venere , ma proprio per questo dovrebbe imparare ad avere qualcosa di Marte per difendersi da predoni e predatori. Come ricordano i miti greci ai quali de Chirico si ispirò, la Bellezza attira su di sé la sciagura e la fatalità e bisogna attrezzarsi per evitarle.

S. Emilio

https://sauraplesio.blogspot.com

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