L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 16 maggio 2021

Si defila furbescamente mentre i palestinesi sono maciullati dagli ebrei sionisti di Palestina

Sotto la velina, niente


Anna Lombroso per il Simplicissimus

Rula Jebreal ha rifiutato di partecipare a un talkshow della televisione pubblica del paese del quale conserva la nazionalità in quota parte, dove era stata invitata a parlare della “questione palestinese”: non approva il rapporto di genere sproporzionato di una donna “contro” sei maschi.

“Il mio impegno per la parità e l’inclusione sono principi morali che guidano la mia vita”, ricorda, “non sono solo parole, sono scelte!”. Aggiungendo che è un problema cruciale la sottorappresentazione femminile nei media, più centrale, si vede, della sottorappresentanza di un popolo e del riconoscimento del suo stato e dei suoi diritti.

Così stavolta ha perso l’occasione per fare quello che le riesce meglio, incarnare concretamente l’armoniosa risoluzione di contraddizioni e la plastica pacificazione di contrasti, mai come in questo caso auspicabile.

Basta pensare alle sue performance pubbliche favorite da una bella presenza scenica oltre che da referenze prestigiose e da una collocazione sociale altrettanto preminente: “musulmana laica” e figlia di un imam sufi, sembra uscita da uno spot di Pubblicità Progresso sulla coesistenza pacifica di fedi e cittadinanze sposando un ebreo newyorchese tagliato su misura per i lettori postumi dei Protocolli dei Savi di Sion, banchiere di suo e figlio di un partner di Goldman Sachs.

E poi palestinese, militante in movimenti e organizzazioni che difendono i diritti della sua gente, ma perfetta e dinamica allegoria del cosmopolitismo progressista tra l’Italia e gli Stati Uniti. E talmente compresa della forza del messaggio femminista il privato è politico” da scegliere il palcoscenico di Sanremo per parlare della violenza prendendo spunto dal dramma della madre.

Duole davvero che abbia deciso proprio in questa occasione di venir meno al suo destino pubblico di “simbolo” interscambiabile e adattabile a molte delle occasioni della politica-spettacolo nelle quali vien bene esibire un’icona parlante e di bella presenza: non sarà un malevolo pregiudizio sessista immaginare che abbiano contato anche questi elementi nella scelta del servizio pubblico, allora gradita, di offrirle uno spazio autorevole tra i nuovi talenti e Al Bano e al fianco delle usuali vallette, per sensibilizzare sui temi che oggi invece l’hanno spinta a declinare l’invito a un “evento” che, ha scritto su Twitter, non “implementa la parità e l’inclusione“.

A pensarci bene, a leggere di parità come ai tempi dell’Udi, come prima delle quote rosa che le stanno tanto a cuore, come quando “emancipazione” sembrava un termine estremo, prima che tutte le minoranze, a meno che non fossero appartenenti alla categoria che Malcom X chiamava “negri da cortile, si battessero per la “liberazione”, da gioghi, discriminazioni e sfruttamento di classe oltre che culturale, a leggere di inclusione, quando ci sono genti, la sua tanto per fare un esempio, che lottano per non essere benignamente “integrati”, ma per tutelare sovranità di popolo e di Stato, il palcoscenico di Sanremo era più adatto.

Tagliato per lei più dello spettacolino allestito per far credere ai gonzi che esistono la tv pluralista, il dialogo costruttivo, lo spazio critico, con la passerella di comparse e figuranti dei quali il “genere” è ininfluente, se dietro la maschera ci sono i soliti valletti.

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