L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 7 maggio 2021

Siamo alla follia pura, ospedale psichiatrico per chi non vuole essere complici della "mascherata"

Arcipelago pandemia: camicia di forza a chi non vuole il bavaglio



Siamo dentro un incubo: a Fano un ragazzo che si rifiutava di indossare la mascherina, appoggiando questo suo rifiuto sul parere di un costituzionalista, è stato trasportato di peso all’ospedale psichiatrico e vi rimarrà per sette giorni con la complicità di autorità scolastiche vili e vergognose oltre che ignoranti, di sanitari da mandare in galera e di un potere ormai apertamente fascista che agisce in nome di una tutela della salute basata su presupposti inventati. Dalle ricerche sappiamo che semmai dovrebbe essere messo in manicomio chi usa le le mascherine e dietro le sbarre gli speculatori che le fabbricano e le impongono per fare profitto alle spalle della gente spaventata. Ma questo non è solo il risultato di una perversa parabola politica del neoliberismo occidentale di cui siano solo una periferia, dietro questi episodi – spia giocano antiche culture di subalternità che rendono difficile se non impossibile tenere la schiena dritta, anche quando si sa molto bene di essere sottoposti a manipolazioni e mistificazioni. La storia italiana moderna e contemporanea è talmente costellata di esempi di questa mentalità che non si sa bene da dove e da chi cominciare. Probabilmente molti di quelli che hanno meno di quarant’anni a mala pena hanno sentito il nome di Leo Longanesi e dunque non ne conoscono l’inarrivabile genio: fu lui che nel ‘ 26 per prendere un po’ in giro il futuro Duce di cui del resto era conterraneo, cosa che gli evitò molti guai, scrisse con estrema ambivalenza che “Mussolini ha sempre ragione” così da diventare fascistissimo nella forma e critico nella sostanza, benché in realtà fosse un cane sciolto, una sorta di anarchico fustigatore che si sentì sempre contro qualcosa. Ma diciamo che è forse l’esempio più chiaro di apologeta e di critico implacabile nello stesso momento. Va detto che non fu mai un opportunista e nel dopoguerra evitò di mettersi medaglie non sue rivendicando il fatto che il regime gli aveva chiuso Omnibus, il primo rotocalco italiano.

Non di meno questo non è certo sufficiente a dare solidità etica ai comportamenti e a permettere di non piegare sempre la schiena. Sapete ho parlato di Longanesi perché proprio in questi giorni abbiamo esempi di questa cedevolezza che non riesce mai ad essere di esempio per qualcuno. Mi è venuto in mente un personaggio che per qualche verso gli somiglia o tenta di somigliarli, ovvero Massimo Fini: dopo aver detto peste e corna della narrazione pandemica, contestato le limitazioni alla libertà che violano la Costituzione e ridicolizzato le misure governative, posto molti dubbi sui vaccini, ha fatto la cronaca della sua vaccinazione, non perché ci creda o lo ritenga opportuna, ma per quieto vivere che fa da contrappeso all’inquieto scrivere o magari per andare in giro più liberamente d’estate. Insomma nel momento di testimoniare le idee espresse per mesi si è tirato indietro, ha ceduto al ricatto. Ma non è solo lui che ha la fortuna di aver raggiunto il pieno dell’adolescenza in tarda età, ad avere avuto questo tipo di comportamento: a un livello più basso troviamo per esempio Vittorio Sgarbi che ha condotto una campagna furibonda e quasi isterica come è suo costume su mascherine, confinamenti e quant’altro, ma che alla fine si è ridotto a consigliare la vaccinazione, come fosse una capra qualsiasi. Insomma alla fine le idee anche quelle espresse pubblicamente non contano nulla, non impegnano chi le manifesta ad agire con coerenza. Ed è evidente che questo non aiuta affatto la battaglia di chi resta lucido e non riesce a portare un po’ di lucidità a chi è confuso. .

Ed è questa la mentalità consolidata: si possono esprimere critiche purché sia ben chiaro che si tratta solo di un atteggiamento che non intacca i comportamenti che invece sono di ubbidienza. Persino a me è capitato che un conoscente mi chiedesse se e quando mi sarei vaccinato, perché appunto la coerenza sembra ormai una specie di miraggio, se non una fake news alla quale è difficile credere. Ecco perché poi le “autorità” se la sentono di infierire come vogliono e trattare da folle e da mentecatto chi è in disaccordo coni diktat che emanano. E quindi anche se qualcuno dicesse che “speranza ha sempre torto” rimarrebbe solo sulla carta, anzi su qualche bit.

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