L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 25 maggio 2021

Sono gli esiti della lotta dal il Progetto Criminale dell'Euro e l'esigenza sempre più stringente, almeno da parte dei paesi del Sud, che la Bce continui a fare da banca centrale prestatore di ultima istanza

SPY FINANZA/ L’alert della Francia per le elezioni amministrative italiane

Pubblicazione: 25.05.2021 - Mauro Bottarelli

Si avvertono le prime fibrillazioni sui titoli di stato francesi in vista delle presidenziali: un avvertimento per l’Italia vicina alle amministrative

Emmanuel Macron (Lapresse)

Miracoli italiani. È stata sufficiente una timida riapertura di ristoranti e locali, solo all’aperto e con il limite temporale del coprifuoco ancora in vigore, per far cambiare drasticamente l’indirizzario degli uffici casting dei talk show: avete più visto le schiere di ristoratori e baristi gridare la propria indigenza a reti unificate?

Devono tutti avere dei dehors enormi. Avete più assistito alle giubilazioni del Governo e dei suoi ritardi nell’erogazione dei sostegni? Tutto sparito, l’Inps deve essersi trasformata nottetempo nella previdenza svizzera o finlandese. Ormai si parla solo di riaperture e vaccini. Questi ultimi, soprattutto, declinati in modo e tempo di grande interrogativo di valenza civica, tale da qualificare il livello di consapevolezza del Paese: posso avere la seconda dose somministrata nella località che ho scelte per le vacanze? Non c’è niente da fare, l’Italia non cambierà mai. Così come mai cambieranno i suoi abitanti, per quanti schiaffoni la realtà possa assestarci.

Stavolta, però, il rischio che le nostre consolidate abitudini vengano giocoforza stravolte è reale. Perché per fortuna, le decisioni non dipendono più da noi: siamo ostaggio di quell’Europa e quella Bce di cui ci siamo fatti finora scudo. Niente riforme? Niente soldi del Recovery fund. A quel punto, stante le ratio di debito e deficit, game over. Da questo punto di vista, Mario Draghi può stare sereno. Per quanto la sua maggioranza di governo si agiti, il coltello dalla parte del manico lo tiene palazzo Chigi. Saldamente. E nessuno fra i partiti che compongono l’eterogenea coalizione si sogna lontanamente di mollare il potere.

Certo, ora cominciano le fibrillazioni e i distinguo in vista delle amministrative di autunno, appuntamento che impone la marcatura del territorio a ogni angolo, tipo cane prostatico. Ma in cuor loro, sia il Pd con la sua proposta di aumento dell’aliquota sulla tassa di successione che la Lega con il suo testardo riproporre la flat tax, tutti sanno che Mario Draghi li ascolta con la stessa indifferenza che si presta alle richieste di un bambino petulante. Le dinamiche sono cambiate, piaccia o meno. Altre, invece, restano consolidate. Come questa: in Francia lo spread del titolo decennale (Oat) sul Bund comincia a prezzare la solita emergenza democratica.


Nonostante manchino 11 mesi al voto per le presidenziali, la differenza di rendimento dell’obbligazione benchmark di Parigi sul pari durata teutonico comincia a inviare i ben noti segnali da Fronte repubblicano in formazione. Tradotto, il pericolo ciclico di Marine Le Pen che approdi all’Eliseo. Formalmente, una chimera. Ma stavolta con qualche interessante variazione sul tema. Primo, Emmanuel Macron è ormai politicamente orfano. L’addio di Angela Merkel è già nei fatti, quantomeno a livello di alleanze europee: da qui al 26 settembre, la Cancelliera cercherà soltanto di evitare una batosta alla Cdu. Non a caso, l’inquilino dell’Eliseo si è ricordato di colpo dei brigatisti ospitati nel suo Paese in base alla dottrina Mitterand e ha millantato di impacchettarli come cadeau da presentare al nuovo leader europeo in pectore: peccato che si sia scordato di fare i conti con la magistratura francese, la prescrizione e qualche ostacolo formale. Insomma, stavolta Emmanuel Macron non potrà contare sull’asse renano e sull’appoggio della Mutti.

Secondo, il Paese è in ebollizione. Socialmente, la questione legata all’immigrazione comincia a diventare decisamente calda. Al limite dell’ustionante. Economicamente, il lockdown ha picchiato durissimo. A livello di stabilità dei conti pubblici, la pandemia ha costretto a scostamenti che cominciano a farsi sentire nella percezione di mercato, stante il superamento di quota psicologica 100% nella ratio debito/Pil. Non a caso, quello spread comincia ad ampliarsi anche oltre le normali dinamiche di aumento dovute alla prezzatura di un’inflazione lasciata lievitare. Nel 2017, come mostra il grafico, le tensioni sui titoli di Stato cominciarono a sostanziarsi sei mesi prima del voto. Oggi sono in anticipo. Poiché prezzano l’appuntamento del 10 giugno con il board della Bce chiamato a dire una mezza parola di verità sul proseguo del Pepp: alla luce degli ultimi dati del PMI relativo all’eurozona e delle prospettive di trend dei prezzi, difficile che la Bundesbank consenta a Christine Lagarde di prendere ancora tempo. E per quanto possa sembrare strano, abituati come siamo a concentrarci sul cosiddetto Club Med, la Francia ha beneficiato grandemente del programma anti-pandemico dell’Eurotower: sia a livello di scostamento sulla capital key, sia per quanto riguarda la percentuale di utilizzo della facility di acquisto di corporate bond.

C’è un forte, fortissimo rischio di invasione di zombie firms in Francia: un qualcosa che, naturalmente, andrebbe a riverberarsi immediatamente sul sistema bancario. E per quanto la criticità delle sofferenze non ha abbia mai rappresentato un cruccio reale per il credito transalpino, oggi i numeri sul tavolo appaiono decisamente degni di attenzione. Ovviamente, Marine Le Pen non ha alcuna possibilità di arrivare all’Eliseo. Come sempre, se superasse il primo turno e si garantisse il testa a testa finale, il Fronte repubblicano sarebbe pronto a formarsi in difesa degli ideali nazionali, scordandosi per una domenica le differenze politiche e cantando in coro la Marsigliese. Torneranno i servizi televisivi sull’onda nera, sul pericolo fascista, sul sovranismo che minaccia la ripresa in un’Europa ferita e fiaccata dal Covid.

Viene da chiedersi, in tal senso: per quando la campagna elettorale sarà entrata nel vivo, il virus sarà davvero sparito? Si potranno tenere comizi, organizzare manifestazioni e incontri pubblici? Di più, si potrà scioperare e manifestare, magari con un ritorno a orologeria dei Gilet gialli? Domande non da poco, fidatevi. Soprattutto in un Paese dove il lockdown è ancora oggi molto più duro di quanto sia mai stato in Italia nel corso della seconda ondata e con un coprifuoco molto più stringente, ben lungi dall’essere rimosso.

E ora, trasliamo un attimo questa dinamica in Italia: quale campagna elettorale ci attende in autunno per le amministrative, arco temporale ben più ravvicinato di quello francese e con il rischio potenziale di quarta ondata, stante il liberi tutti già oggi in atto? Giova ricordare che saranno 14 milioni gli italiani chiamati alle urne per il rinnovo di comuni di grande importanza come Milano, Roma, Bologna, Torino e Napoli. Praticamente, un’anticipazione delle politiche. Una simulazione. E uno stress test dei danni che la partecipazione al Governo Draghi sta procurando ai vari partiti. Pensate che la dinamica già in atto sullo spread fra Oat e Bund non si sostanzierà su quella relativa al differenziale del Btp, in caso toni e minacce si alzassero troppo in vista di fine settembre? Oltretutto, in quasi contemporanea con il voto spartiacque delle legislative tedesche.

Insomma, chi pensa di regolare conti e magari minacciare versioni 2.0 del Papeete in vista del voto, faccia meglio i propri conti: la Francia non beneficia di 209 miliardi del Recovery fund, non ha già incassato oltre 30 miliardi di fondi Sure e non viaggia in area 160% di debito/Pil. Eppure, i tremori macro per mettere in guardia da sconsiderate alzate di ingegno, già sono in atto. Puntuali come morte e tasse. Una fiammata sullo spread italiano, però, sarebbe differente. Costringerebbe il Governo a rivedere i propri piani, stante la più che probabile assenza di uno scudo statuario della Bce in grado di contrastare forze che si faranno aggressive proprio i virtù dell’eventuale tapering: la già ordinaria straordinarietà che il nostro Paese sta vivendo, verrebbe spazzata via da un’altra crisi. E quando le difficoltà varcano la porta del Tesoro, tutto cambia.

Attenzione, quindi, a fare bene i calcoli: lo spoiler francese ci dice che il vero banco di prova non sarà quello economico di una stagione estiva da capitalizzare al massimo, bensì quello autunnale di una rinnovata navigazione sul mercato del finanziamento e dell’esame di maturità dei partiti che compongono la coalizione. Che Dio ci assista, quindi.

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