L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 27 giugno 2021

A che serve la vaccinazione sperimentale di massa se poi la mascherata deve continuare per supportare i conti economici delle finanze statali che ormai sono fuori controllo e non si riesce a venirne a capo? D'altra parte la Repubblica Ceca, Ungheria, Russia, Canada, Brasile, Norvegia, Messico hanno ritoccato i tassi d'interesse all'insù

SPY FINANZA/ La quarta ondata di Covid scritta nei conti della Francia

Pubblicazione: 26.06.2021 - Mauro Bottarelli

La sostenibilità dei conti della Francia è a rischio senza il Qe della Bce. Una quarta ondata di Covid risolverebbe il problema

La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

Vi interessa sapere come occupano il loro prezioso tempo alla Bce? Non ci vuole molto a raccontarlo. Paradossalmente, non servono nemmeno parole. Basta un’immagine, questa qui: ecco, ho detto tutto. Anzi, ha detto tutto. Perché soltanto in un mondo di ideologia e malafede, la Banca centrale che sta dando vita al più colossale e devastante processo di devastazione delle dinamiche minime di mercato e alla cancellazione criminale del concetto di premio di rischio sovrano, può permettersi idiozie di questo livello. E ricevere anche applausi a scena aperta

Ma esiste una ragione profonda a questo delirio e ce la mostrano questi grafici, relativi non a un Paese dell’ex Club Med caduto in disgrazia nel 2011, ma a uno dei due protagonisti dell’asse renano, la spina dorsale dell’Europa: la Francia. Ecco perché la Bce può permettersi il lusso di trastullarsi con certe amenità: perché almeno si confondono le acque e si evita di dover affrontare la realtà. La quale, state certi, non è affatto ciò che sembra.




E Mario Draghi lo ha detto chiaramente l’altro giorno alle Camere, in un sussulto alternato di pragmatismo: attenzione a non illuderci, di fronte a noi l’orizzonte non è roseo come appare. Perché signori, piaccia o meno, la Bce non può continuare a comprimere il costo del servizio del debito a questo livello. Non può continuare a detenere quote parte record di debito pubblico dei Paesi membri, di fatto sterilizzandola ex ante per creare spazio artificiale alle passività di bilancio. Perché prima o poi, il Covid finirà. E in attesa della prossima emergenza, il mercato magari qualche domanda sulla sostenibilità di un debito come quello francese (francese, non greco), al netto della stampella di Francoforte, comincerà a porla. Magari, vendendo. Oltretutto con la prospettiva del voto presidenziale nel 2022, resa ancora più incerta dal ridimensionamento di Marine Le Pen al primo turno delle regionali: questa volta, il rischio è quello di una gara totalmente aperta e senza biscotti anti-fascisti a facilitare i giochi.

Fra il 10 e il 24 aprile, arco temporale nel quale si terrà il primo turno del voto per l’Eliseo, l’Eurotower starà ancora comprando debito francese con il badile, utilizzando la Banque de France come agite pagatore? O davvero il Pepp sarà terminato da pochi giorni, esattamente il 31 marzo come da impegno statutario? Chissà. Viene da chiederselo, perché la colomba Isabel Schnabel proprio ieri ha rilasciato l’ennesima intervista nella quale sottolineava come «la Bce farà tutto quanto in suo potere per evitare che le politiche di sostegno vengano ritirate troppo presto».

E vogliamo dimenticare il chiaro riferimento di Mario Draghi alla trasformazione in struttura permanente di parte del Recovery Plan, speranza-auspicio espressa non solo con al fianco Ursula von der Leyen, ma il giorno dopo l’incontro bilaterale con Angela Merkel. Insomma, in Europa c’è aria di sostegno che non finirà con la fine del virus. La quale, oltretutto, pare allontanarsi, grazie alla variante Delta. Proprio ieri il Portogallo ha dovuto sospendere il crono-programma di riaperture e imporre regole di comportamento molto più stringenti, stante il rischio di un’esplosione dei contagi – già in atto – che comprometta del tutto l’esiziale stagione turistica. La Gran Bretagna, poi, ha appena registrato il numero record di contagi, 16.700 in un giorno: il massimo dallo scorso febbraio. E se il ministro della Salute tedesco parla già chiaramente di rischio di quarta ondata, anche il generale Figliuolo ha messo le mani avanti rispetto alla capacità della nuova mutazione di compromettere parte degli sforzi ottenuti grazie alla campagna vaccinale.

Unite queste criticità sanitarie al clima da liberi tutti già in atto e che dalla settimana prossima saluterà l’addio alla mascherina all’aperto e fate due conti su quanto tempo vi resta da vivere senza ritorno a restrizioni e lockdown: è scritto, mi spiace. Non tanto nei tamponi, quanto nei debiti pubblici. E nello spread. È scritto in quei grafici riguardanti la sostenibilità dei conti della Francia. È scritto nel tempo che la Bce perde a ridicolizzare il proprio logo. È scritto in un’Europa che, a fronte delle criticità reali che dovrà affrontare dall’autunno in poi, si spacca e dedica un intero vertice alla guerra contro la legge ungherese sui diritti LGBT, arrivando addirittura a chiedere l’estromissione di Budapest dall’Europa, come fatto dal primo ministro olandese. Il quale, non so se avete notato, fino a ieri era l’impresentabile falco dei conti che voleva affamare l’Italia, operando da cavallo di Troia della Bundesbank in sede di elargizione dei fondi europei, oggi invece viene dipinto come Martin Luther King. Ovviamente, poi, dialogo chiuso con la Russia, altra geniale intuizione del vertice europeo appena conclusosi.

Fatevi una domanda, nel corso del fine settimana: come mai Repubblica Ceca, Ungheria e Russia hanno tutte alzato i tassi di interesse attraverso le loro Banche centrali in questi giorni, mentre alla Bce ancora si nega il problema e lo si ridimensiona con il mantra della transitorietà dell’inflazione? Ma non basta. Anche Canada, Brasile e Norvegia hanno ritoccato al rialzo il costo del denaro. E l’altro giorno, mentre l’Europa non aveva nulla di più serio da fare che processare Viktor Orban come un criminale di guerra, la Banca centrale del Messico ha portato il tasso di riferimento dal 4,0% al 4,25%. Si tratta del primo aumento dal 2018 e totalmente inaspettato, visto che i 23 economisti interpellati da Bloomberg per il suo consensus erano tutti concordi nel mantenimento del benchmark.

Alla Banxico sono tutti impazziti? O forse, visto dall’altra parte del confine, lo spettro della stagflazione statunitense è più chiaro e nitido che dal Congresso, dove non a caso Joe Biden ha dovuto sganciare due ordigni di distrazione di massa come la crociata contro le armi e il piano infrastrutturale bipartisan? Quest’ultimo, oltretutto, stroncato in tempo reale dagli analisti di Goldman Sachs, poiché inconsistente e senza indicazioni di finanziamento. A inizio giugno l’inflazione in Messico ha toccato il 6,03% contro un livello obiettivo del 3% con una ponderazione di tolleranza fissata in un punto percentuale al rialzo e al ribasso: intervento immediato, senza attese. Non a caso, il peso si è apprezzato immediatamente del 2,4% sul dollaro come reazione di un mercato totalmente spiazzato dalla decisione. Perché in un mondo arcobaleno, reso tale dagli unicorni dal Qe perenne e dalla liturgia laica del diritto universale declinata in imbarazzo della scelta tra fare pipì in piedi o seduti, chi ancora reagisce con razionalità ai problemi, invece di nascondere la testa sotto la sabbia e parlare d’altro, stupisce. A volte, indigna.

Attenzione a quanto sta accadendo, perché al netto di una quarta ondata di Covid che si sostanzierà a ridosso di Jackson Hole e con epicentro in Giappone (dove, in maniera totalmente irrituale, ieri lo stesso Imperatore ha messo tutti in guardia dal rischio di contagi legato alle Olimpiadi) e Londra, dove la finale degli Europei si tradurrà in un Atalanta-Valencia al cubo, questo giochino sta diventando decisamente pericoloso. Se a una banca statunitense, come accade oggi, conviene parcheggiare la propria liquidità sul reverse repo della Fed allo 0,05% di interesse, poiché più profittevole del rendimento offerto da Treasury Bills con scadenza nel marzo 2022, significa che qualcosa di estremamente profondo e sistemico si è rotto. E per quanto si possa essere bravi con la colla, un vaso rotto piace solo ai giapponesi. Sul mercato, nessuno lo vuole. E prima o poi, saranno i dati macro a tornare in cattedra.

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