L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 10 giugno 2021

Anche noi vogliamo pagare il 15% di tasse

Quella tassa fra equità e sviluppo

Pubblicazione: 09.06.2021 - Gianni Credit

Il varo di principio della Global Minimum Tax da parte del G7 è stato giustamente salutato come un momento di svolta

(Pixabay)

Il varo di principio della Global Minimum Tax da parte del G7 è stato giustamente salutato come un momento di svolta: anzitutto come segno forte di ritrovata iniziativa politica da parte delle maggiori democrazie di mercato – in America, Europa e Asia – all’inizio vero della Recovery post-Covid.

L’elusione fiscale – cioè l’evasione para-legalizzata – è diventata regola durante il trentennio di globalizzazione liberista e ha resistito anche dopo la crisi del 2008 e l’intensa ri-regolazione del settore finanziario.Non deve stupire che la questione sia giunta a un redde rationem solo quando la pandemia ha innescato una gigantesca spirale socioeconomica negativa, cui tutti i governi hanno dovuto rispondere con massicci eccessi di spesa e debito. Nessun Paese può più permettersi di non riscuotere le imposte sul reddito prodotto in quel Paese quando milioni di cittadini hanno perduto le loro fonti di reddito e hanno bisogno di welfare minimo. E quando i principali soggetti elusori sono le grandi multinazionali capaci di muoversi fra legislazioni tributarie spesso concorrenti fra loro, fra paradisi fiscali ancora numerosi.

da parte di un think tank statunitense fissa in 427 miliardi di dollari l’evasione/elusione fiscale aggregata globale. Una cifra enorme, anche se il “costo economico della pandemia” è ancora più drammatico in termini di Pil che verrà a mancare a fine 2021: si valuta oltre 10.000 miliardi di dollari. E nessuna istituzione internazionale è reticente sul fatto che un mondo provato dal virus e dalla recessione sia un mondo più diseguale, più ingiusto, più instabile, poco sostenibile. L’equità fiscale diventa quindi un concreto principio ricostruttivo di una civiltà possibilmente “guarita” e “vaccinata” anche nelle sue diseguaglianze precedenti la pandemia.

Se la relazione fra strumenti e obiettivi è chiara, incontestabile e auspicabile, essa non si presenta priva di rischi. Se l’equità fiscale diventa obiettivo in sé, essenzialmente punitivo nel breve periodo nei confronti delle grandi “fabbriche” di tecnologia, è reale il pericolo di un “saldo” politico-finanziario ridotto o addirittura negativo nel medio periodo.

Il trasferimento dei nuovi oneri fiscali sui consumatori finali può non essere il contro-ritorno più preoccupante. Il rischio più insidioso è che lo sviluppo delle tecnologie digitali e green venga frenato, privando soprattutto molti giovani di opportunità professionali e imprenditoriali. È su questo versante che la “battaglia dell’equità fiscale” sembra imporre – nel ventunesimo secolo – un salto di qualità politico-culturale. Suggerisce una riflessione su una questione solo a prima vista teorica: quali sono le vie attraverso le quali una grande corporation può “contribuire alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”?

La formula copiata dalla Costituzione italiana in vigore continua a imporre il rispetto pieno di ogni obbligo di legalità fiscale nell’orizzonte dell’equità. Ma nel ventunesimo secolo la conoscenza può essere più importante del denaro nel redistribuire ricchezza; nel sostenere spese e investimenti pubblici (a cominciare dall’education), nell'”includere” tutti in un cammino di sviluppo. E un “Fisco 4.0” ha il dovere di esplorare nuove strade: sul terreno della sussidiarietà. Da un grande multinazionale è giusto riscuotere per cassa quanto fissato dalla legge (ora incardinata in un quadro globale). Ed è giusto utilizzare quei mezzi per assegnare un reddito minimo a chi non ce l’ha più. Ma da un produttore di tecnologia sia può riscuotere anche altro: lavoro, education, piattaforme utili alle università o alle imprese.

L’equità fiscale, alla fine, è un mezzo per rendere più larghe e fondate le pari opportunità. La riforma fiscale preannunciata dal premier Mario Draghi (protagonista del G7 che ha varato la Global Minimum Tax) si muoverà certamente sul terreno del fisco tradizionale. Ma non sarebbero affatto sorprendenti – sarebbero anzi auspicabili – contributi innovativi mirati da parte dei ministri per la Transizione digitale, Vittorio Colao, e per la Transizione ecologica Roberto Cingolani.

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