L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 15 giugno 2021

Cambio di passo

Prove tecniche di squadrismo


Anna Pulizzi per il Simplicissimus

Quel che è accaduto giovedì notte vicino a Lodi non è certo il primo atto neo-squadrista pianificato dai vertici padronali e possiamo ben dire che se altri eventi simili si sono verificati nel recente passato, le avvisaglie del clima che fa da sfondo a questi episodi c’erano già tutte da anni. Era sufficiente osservare la degenerazione dello stile poliziesco nel corso delle agitazioni dei lavoratori per capire che il clima stava rapidamente cambiando e che si poteva essere aggrediti senza alcun motivo, davanti ai cancelli delle fabbriche o in altre situazioni pur in assenza di qualsiasi movente.

Da tutto questo al reclutamento di squadracce da parte del padronato per colpire fisicamente i lavoratori sotto lo sguardo compiacente degli sbirri, il passo era breve e infatti eccoci qui a veder apparire scenari che ricordano quelli di un secolo fa oppure quelli che dall’altra parte dell’Atlantico vedevano gli sgherri armati dell’agenzia Pinkerton soffocare nel sangue le proteste operaie.

La notizia di quanto accaduto corre subito ad alimentare quella sensazione che non ha più nulla a che vedere con l’indignazione o lo sgomento, dato che il potere ha fatto dell’indecenza un elemento consueto nel panorama quotidiano. Allora si chiede di denunciare il fatto, promuovere petizioni, approvare leggi di iniziativa popolare, perché questa è la reazione istintiva di tutti noi che da decenni crediamo di vivere in una realtà in cui il potere, per natura sempre feroce, deve comunque arrestarsi davanti ad una serie di diritti. Li abbiamo conquistati, no? Stanno pure scritti. E nessuno può rivestire una carica pubblica senza aver prima giurato di rispettarli e difenderli.

Invece poi si capisce non soltanto che gli articoli che sanciscono quei diritti sono spesso scritti in modo tale da essere piuttosto aggirabili, ma soprattutto che se non c’è più alcuna forza sociale in grado di difendere nel concreto quei principi, essi possono essere calpestati dagli scarponi del potere. Perché piaccia o meno, nulla e nemmeno la principale fonte del diritto sta in piedi senza difensori, o come accade oggi senza la coscienza di quella classe che ha combattuto per averla. Nel concreto, il pericolo è che ad un secolo esatto di distanza si sia smarrita la memoria degli errori commessi cosicché tutto può essere rivissuto e non come farsa bensì come nuova tragedia. All’epoca l’errore fu quello di astenersi dall’uso della forza e di confidare nella risposta delle istituzioni, che prima o poi si sarebbe palesato. L’errore odierno rischia di essere identico. Le istituzioni, oggi come allora, non sono dalla parte del diritto.

Dovevano fingere di esserlo al tempo in cui milioni di persone avrebbero reagito al rischio di una deriva autoritaria, ma ora che quella realtà si è dissolta il potere può palesare i propri obiettivi senza più cautele. Il che è oggettivamente traumatico, ma che al trauma segua una reazione adeguata è tutto da vedere. Le recenti esternazioni di mister Barilla e di un valletto partitico a caso, Letta ad esempio, entrambi megafoni della corsa al ribasso dei diritti primari, sono emblematiche dell’arroganza che segue il venir meno di forze organizzate capaci di fare argine al sopruso. Si sollecita e anzi si esige la prestazione in cambio di un salario che non garantisce nemmeno la sopravvivenza, mentre ogni riluttanza può essere aggirata attraverso la manovalanza di stranieri perlopiù disperati, gli stessi che nell’indifferenza generale sono diffusamente impiegati in condizioni schiavili nei lavori agricoli.

Ciò che (nella più innocente delle ipotesi) non compresero i vertici politici e sindacali negli anni in cui la classe lavoratrice fu indotta a porsi sulla difensiva rinunciando per sempre ad ulteriori rivendicazioni, fu che non esiste un limite fisiologico alle pretese del padronato. Il momento in cui esso è sazio e pago dei propri privilegi non arriverebbe mai, nemmeno qualora si approdasse a contratti di lavoro consueti al tempo di Cheope. Non vi è pertanto accordo possibile che prescinda dalla resistenza attiva del proletariato con le sue armi storiche dello sciopero e dell’occupazione. Tuttavia oggi ci si batte in uno scenario in cui il grande capitale ha al proprio arco le frecce avvelenate della globalizzazione, può trasferire la produzione in paesi dai governi più compiacenti, può tenere sotto costante ricatto chi ha ancora uno stipendio dignitoso così come coloro che si affannano nella precarietà, può servirsi di un esercito industriale di riserva sia autoctono che d’importazione, così come può manovrare istituzioni politiche divenute cinghia di trasmissione dei propri interessi. Tutto sommato, è lo stesso mondo in cui viveva un tale Jay Gould, magnate delle ferrovie americano di fine Ottocento, quando si faceva ammirare nel suo club esclusivo dicendo “posso assumere metà dei lavoratori perchè uccidano l’altra metà”.

A tal punto si capisce come per una larga fetta di sfruttati tutto ciò che vive sfera della speranza è che chinando la testa si induca lo squalo ad attaccare qualcun altro, i privilegiati che riescono perfino a pagare le bollette o quelli che ancora reclamano, lottano, sognano. I tempi migliori non sono scomparsi dall’immaginazione, ma per la prima volta nell’età moderna appartengono più all’universo dei ricordi che non alle reali aspettative. Che possa ancora nascere, o meglio rinascere da capo una capacità di riscossa, dipende da tante cose perché nessuno è ancora riuscito a descrivere la società attraverso una formula che matematicamente porta ad un unico risultato. Vi sono epoche e realtà in cui aver da perdere solo le proprie catene non basta a risvegliare le coscienze, altre in cui la scintilla della sollevazione non nasce esattamente tra gli ultimi, altre ancora in cui la consapevolezza e la volontà di riscossa possono giungere solo grazie ad apporti esterni. Si può sprofondare sempre più nella barbarie e nell’iniquità così come nell’abbraccio delle sabbie mobili, finendo per perdere la capacità di uscirne senza aiuti esterni.

Non è sempre così, ma le maggiori rivoluzioni del Novecento sono nate in seguito ad eventi traumatici legati a invasioni o sconfitte militari, in ogni caso ad eventi che hanno reso le forze della restaurazione impossibilitate a reagire. Non è escluso che possa capitare qualcosa di simile anche in un domani non molto lontano e d’altra parte le ombre di una guerra epocale si infittiscono in maniera tale da rendere sempre meno probabile un loro diradamento spontaneo. Nel frattempo e per quanto possibile, è necessario diffondere la consapevolezza che le nostre istituzioni non hanno in animo la soluzione di problemi che non siano quelli delle oligarchie che ne reggono il guinzaglio. La loro economia non è la nostra. Nemmeno la loro patria è la nostra, qualora tornassero ad agitarne il vessillo, come sempre hanno fatto, per i loro profitti. Se anche non vi è al momento la coscienza necessaria per organizzare il funerale della loro belluina visione del mondo, non bisogna comunque smarrire l’indirizzo di casa del nemico, perché può sempre arrivare il giorno in cui magari inaspettatamente diviene possibile suonare alla sua porta.

https://ilsimplicissimus2.com/2021/06/14/prove-tecniche-di-squadrismo-152070/

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