L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 13 giugno 2021

Gli Stati non possono rinunciare al potere di cui la fiscalità è un baluardo essenziale da qui la guerra alle multinazionali a cominciare da quelle tecnologiche. Ma solo il 15% lo vogliamo pagare anche noi e non come adesso che si arriva tranquillamente, per chi ha reddito fisso, al 40%

L’OFFENSIVA FISCALE DEL G7 [di Fabrizio Maronta]

L’annuncio di un coordinamento internazionale sulla tassazione alle imprese, fatto in vista del G7 in Cornovaglia, è stato definito storico. Non a torto.

La proposta, frutto di un compromesso pre-summit, ha due pilastri.

Primo: una tassa minima cumulativa (“country by country“, nel gergo ufficiale) del 15% sui profitti per tutte le multinazionali. L’aggettivo è cruciale: implica che i governi nazionali applichino un’aliquota aggiuntiva se quanto pagato da una multinazionale in altri paesi non raggiunge il minimo richiesto. Ciò depotenzierebbe i paradisi fiscali, rendendoli di fatto inutili.

Secondo: una sovrattassa per le imprese più grandi con margini di profitto superiori al 10%, per obbligarle a pagare le tasse in tutti i paesi dove operano e non solo in quello dove hanno sede legale. Qui i ricavi eccedenti il 10% sarebbero ricollocati nei paesi dove le imprese operano e tassati almeno del 20%.

I temi insiti nella misura sono troppi e troppo importanti per passare inosservati. Vediamoli in ordine.

Innanzitutto, l’iniziativa è venuta da Washington. A riprova che con l’amministrazione di Joe Biden il vento, in tema di finanza ed economia, è cambiato. In particolare, come sviscerato da Limes, in discussione è il quarantennale assioma neoliberista della supply side economics, l’economia dell’offerta – detassare il più possibile le imprese per aumentarne l’offerta di beni e la domanda di lavoro, onde stimolare a cascata (trickle down) i redditi – che da tempo mostrava le corde. E che le due crisi gemelle degli ultimi dieci anni (quella finanziaria del 2008 scaturita negli Stati Uniti, quella epidemica del 2019 nata in Cina), investendo i due poli maggiori della globalizzazione, hanno messo in crisi.

Il fatto che l’impeto revisionista venga dagli Usa, patria della scuola di Chicago che con Milton Friedman e accoliti ha contribuito in modo fondamentale a formulare e imporre le teorie in questione, la dice lunga sul carattere sistemico del processo in atto. Un processo che vede gli Stati, i cui erari sono impoveriti da decenni di detassazione, andare alla riscossa (meglio: alla riscossione) sulla spinta della recessione da Covid-19. Ma anche, in prospettiva soprattutto, delle esigenze di riconversione e ampliamento di apparati infrastrutturali figli del secondo dopoguerra: premessa dei “miracoli” post-bellici e del benessere che ne è derivato, la loro vetustà minaccia ora la sostenibilità di quelle conquiste.

In secondo luogo, a essere esposta è la strutturale modifica dell’economia manifatturiera e terziaria (commerciale) indotta dalla sopraggiunta transnazionalità delle filiere produttive, che la “sglobalizzazione” post-coronavirus verosimilmente attenuerà, ma certo non cancellerà. Prevedere che le imprese multinazionali paghino tasse in misura analoga ovunque operino capovolge oltre un secolo di politiche fiscali incentrate sull’ancoraggio delle aziende allo Stato in cui sono domiciliate. Assetto figlio di un mondo in cui il vincolo azienda-territorio era preponderante, se non totale. È dunque la coscienza del carattere irreversibile dei processi di dilatazione delle filiere produttive che muove i paesi del G7. Ma non, come il verbo mondial-economicistico predica(va), per rinunciare all’esercizio della sovranità (fiscale). Bensì per riaffermarla con un coordinamento intergovernativo.

Questo conduce al terzo punto. A essere mutato negli ultimi quarant’anni non è solo il panorama economico, ma anche quello geopolitico. L’iniziativa del G7 (Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Giappone) a guida americana resterà gravemente monca se – con i tempi del caso, essendo soggetta alla ratifica nazionale – non sarà estesa agli altri attori di rilievo. Su tutti la Cina, ma anche l’India, via G20 o in altro modo. Nella misura in cui il G7, in questo o in altri contesti, mantiene un senso, è per segnalare la forte volontà di Washington in ambito civile (per gli affari militari c’è la Nato).

Quanto sopra introduce la quarta e penultima osservazione. Tra le parti di mondo che esibiscono una concentrazione non trascurabile di paradisi fiscali – posti che consentono a individui e imprese, specie di grandi dimensioni, di eludere il fisco (cioè di pagare legittimamente tasse irrisorie) – c’è l’Europa. La campana suona per Svizzera, Lussemburgo, Olanda, Irlanda. Ma anche per l’Inghilterra, che sulla finanza ha costruito la sua fortuna post-industriale e che nel dopo Brexit punta sulla City londinese per alimentare le ambizioni della Global Britain.

Da ultimo: un esempio pratico indica quanto sia tecnicamente insidioso scardinare l’apolidia fiscale degli odierni colossi industriali, specie se sorti in connubio con il Web. Amazon è l’impresa più grande del mondo: nel 2020, complice il boom dell’e-commerce in tempi epidemici, ha capitalizzato 360 miliardi di dollari. L’anno scorso la sua sussidiaria lussemburghese ha realizzato in Europa vendite per 44 miliardi di dollari, ma sfruttando la largesse del granducato ha pagato assai poche tasse: zero. La creatura di Jeff Bezos è il candidato ideale a versare il 15% “country by country” e il 20% sui profitti eccedenti il 10%. Sarebbe. Nel 2020 il suo profitto è stato infatti solo del 6,3%: in parte perché reinveste molto, in parte perché opera con bassi margini per sbaragliare la concorrenza, puntando sulla quantità.

Questo non farà desistere i governi nazionali dal battere il pugno sul tavolo, scandendo “I want my money back” (copyright di Margaret Thatcher). Ma deve prevenire facili entusiasmi. La partita è solo all’inizio.

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