L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 21 giugno 2021

I soldi spesi per infrastrutture inutili a prezzi gonfiati sono spesa buona. I tagli alla spesa è da dementi ma questo vuole il Progetto Criminale dell'Euro

Il debito pubblico? Figlio di una politica demente, ma interessata

di Francesco Piccioni - Guido Salerno Aletta
10 giugno 2021

Neanche il tempo di fantasticare sulla “valanga di soldi che ci arriverà dall’Europa” e già bisogna mettere la testa ai tagli di bilancio che bisognerà fare, dal 2023, per “rispettare i parametri del Patto di Stabilità”. Ovvero quel Fiscal Compact che è l’architrave delle politiche di austerità che regolano l’Unione Europea.

La narrazione ufficiale – quella che unisce Draghi e von der Leyen, Letta e Salvini, Meloni e Bersani – ci racconta che “il debito italiano è troppo alto”, “un peso enorme che lasciamo ai nostri figli”, e via di questo passo.

Ma per cosa spende “troppo” lo Stato?

Qui il discorso non può più essere “tecnico”, perché secondo la visione neoliberista – e gli interessi industriali o finanziari – la spesa sociale (pensioni, ammortizzatori, sussidi, sanità, scuola, ecc) è pressoché uno “spreco”, mentre la spesa militare, per infrastrutture inutili a prezzi gonfiati, ecc, sarebbe “buona”.

Ma persino al di là della diversa visione di classe circa le priorità di spesa, ce n’è una che risulta assolutamente inutile, da ogni punto di vista: la spesa per interessi sul debito pubblico.

Soldi che vanno ai “mercati finanziari”, ai possessori di titoli di stato, ossia a chi ha prestato soldi allo Stato e viene ricompensato con una cifra superiore.

Sono quaranta anni che il debito pubblico cresce costantemente, nonostante ogni governo durante tutti questi anni abbia tagliato la spesa pubblica fino a renderla indegna di un paese sviluppato.

Negli ultimi venti anni, in particolare, il bilancio dello Stato si è sempre chiuso in avanzo primario. Significa una cosa semplice: lo Stato spende ogni anno meno di quanto incassa con le tasse.

Nonostante questo, la spesa per interessi sul debito costringe a finanziare in deficit la differenza; ossia a emettere nuovi titoli di stato, chiedendo prestiti “ai mercati”. E dunque ad aumentare sia il debito che la spesa per interessi sul debito, in una spirale senza fine.

Il taglio della spesa pubblica, infatti, implica anche minore crescita economica, perché ci sono meno investimenti e meno servizi pubblici (che comunque alimentano l’economia).

Dunque, più tagli più sei costretto ad indebitarti. Veramente una politica da dementi.

Eppure è questa la politica “consigliata” dagli esperti neoliberisti, che in genere lavorano per quelle stesse società finanziarie che acquistano i titoli di stato e incassano gli interessi sul debito….

Ed è anche la politica imposta dall’Unione Europea, tramite prescrizioni, “condizionalità”, controllo delle manovre di bilancio ad ogni stadio per percorso che annualmente deve fare.

I quaranta anni non sono una cifra detta a caso. E’ stato nel 1981, infatti, che l’allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta – una delle teste d’uovo del “giro Prodi” – decretò “il divorzio” tra il suo ministero e la Banca d’Italia.

In pratica, da allora la Banca d’Italia non può più acquistare già in sede di asta i titoli che il Tesoro emette. Il che costringe lo Stato a garantire un interesse maggiore ai compratori, perché l’intervento della Banca d’Italia serviva a tenere il prezzo dei titoli.

E’ di fatto la stessa politica che è stata costretta a fare la Bce, all’esplosione della crisi finanziaria, comprando titoli di Stato nazionali (ma sui mercati finanziari, non in sede di asta) per diminuire la pressione sui debiti pubblici e distribuire liquidità.

Possiamo spiegarlo con un esempio concreto. Qualsiasi titolo del Tesoro (bot, btp, cct, ecc) vale nominalmente 100 euro. Lo Stato, insomma, si impegna a pagare 100 euro per quel titolo quando arriva a scadenza. Ma quando si fa l’asta per “piazzarlo” sui mercati il prezzo pagato è sempre inferiore (95, 96 o anche meno, a seconda del momento o del tipo di titolo). Dunque lo Stato, nel corso del periodo di validità di quel titolo, paga annualmente un interesse (fissato al momento dell’emissione), e alla scadenza vi aggiunge la differenza tra il prezzo pagato in asta dal compratore e la cifra nominale pari a 100 euro.

Quando la Banca d’Italia poteva intervenire, quasi sempre, offriva una cifra vicinissima a 100, in modo da ridurre al minimo la spesa futura per lo Stato.

Eliminata Bankitalia come compratore, il prezzo viene fatto “dal mercato”, che vuole naturalmente guadagnarci il più possibile. Potremmo dire tranquillamente: lo Stato s’è messo in mano agli strozzini…

Fatevi i conti: nel 1981, quando pure c’erano governi diventati famosi come “spendaccioni”, il rapporto debito/Pil era al 60%, come sarebbe stato poi indicato nei parametri di Maastricht. Prima della pandemia, invece, era lentamente arrivato al 135%%, nonostante venti anni di “risparmi” (avanzo primario) e oltre trenta di tagli alla spesa pubblica, soprattutto nella parte sociale e nei servizi, privatizzazioni, riforme pensionistiche, ecc.

Diciamo questo solo perché siamo comunisti trinariciuti e fanatici della spesa pubblica a fini sociali? No. Un’analisi simile, certo fatta tecnicamente meglio, è apparsa anche su TeleBorsa, ieri. A firma di Guido Salerno Aletta. Uno che se ne intende, visto che – tra i vari ruoli ricoperti in vita sua – può vantare anche un periodo come vicesegretario generale di Palazzo Chigi.

Buona lettura.

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Il Deficit italiano? Né Buono, né Cattivo… Inutile!

Bisogna prepararsi subito, ed anzi è già tardi, in vista del ripristino dei vincoli del Fiscal Compact, che sono stati sospesi a partire dal 2020 e prevedibilmente fino al 2022 per tener conto della avversa situazione macroeconomica determinata dalla epidemia di Covid-19.

Va di moda, da qualche tempo, parlare di “debito buono“, quello che serve per finanziare gli investimenti pubblici che sostengono la ripresa economica. Intanto, bisogna intendersi bene: in termini corretti, si tratta del deficit annuale che viene contratto sul mercato per finanziare spese di parte capitale iscritte nel bilancio.

Questo indebitamento sarebbe “buono” perché serve a far crescere il PIL reale, ad aumentare il “PIL potenziale”, quello che consente una crescita senza inflazione. Quello “cattivo” è invece quello che serve per finanziare la spesa corrente.

Tutte chiacchiere, che non ci interessano affatto! In Italia il deficit non è né “buono” perché finanzia gli investimenti, né “cattivo” perché finanzia spese correnti, ma è assolutamente “inutile” perché serve solo a pagare una quota degli interessi.

Il debito è una valanga, si appesantisce sia in valori assoluti che in percentuale sul PIL: i sacrifici che abbiamo fatto e quelli che dovremo fare saranno assolutamente inutili.

Nel nostro Paese, è dal 1992 che salvo gli anni di crisi conclamata (prima il biennio 2009/2010 ed ora il triennio 2020/2022) il deficit pubblico è servito a finanziare solo quella quota degli interessi che non vengono pagati con il gettito fiscale.

Nei trenta anni che vanno dal 1992 al 2022, il bilancio pubblico dell’Italia ha registrato un saldo primario attivo, fatta eccezione per questi cinque anni di crisi: il totale delle entrate del bilancio è stato sempre superiore al totale delle spese calcolate al netto di quelle per interessi.

In Italia, tra il 2007 ed il 2019, il debito pubblico è aumentato di 732,3 miliardi (passando da 1.677,3 a 2.409,9 miliardi); la spesa per interessi sul debito pubblico è stata di 892,7 miliardi di euro, di cui 287,3 miliardi sono stati pagati con le entrate di bilancio per via del saldo primario attivo, ed i restanti 605,4 miliardi mediante nuovo deficit annuale. In pratica, neanche un euro di deficit (fatta eccezione per i cinque anni di crisi, di cui si è detto) è mai andato a finanziare la spesa in conto capitale e tanto meno la spesa corrente.

I “sacrifici” sulle spese e con le entrate servono solo a pagare una quota degli interessi, perché per il resto si provvede con il deficit, e quindi contraendo nuovo debito.

C’è un punto, ulteriore, che va messo in luce: già a partire dal 2023, il saldo primario del bilancio tornerà attivo, e quindi il deficit sarà inferiore all’ammontare degli interessi da pagare sul debito: ne risentirà la crescita, che a partire dal 2023 calerà in modo drastico. Dopo il rimbalzo nel 2021 e nel 2022, rispettivamente con un +4,2% ed il +3,6%, dopo il -8,9% del 2020, nel 2023 è previso un +1,6% che si ridurrà al +0,9% nel 2024 e nel 2025 ed al +0,8% nel 2026.

Ancora nel 2026, secondo le previsioni del FMI che abbiamo utilizzato, se proprio tutto andrà bene, il PIL reale dell’Italia arriverà appena a 1.768,3 miliardi di euro, quando era stato di 1.795,1 miliardi nel 2007: dopo vent’anni, saremo ancora sotto di 26,8 miliardi di euro.

E, nel frattempo, avremo pagato 1.262 miliardi di euro per interessi, mentre il debito pubblico sarà cresciuto di 1.311 miliardi, quasi raddoppiandosi: passerà infatti dai 1.677,7 miliardi del 2007 ai 2.988,6 del 2026. Nel complesso, l’Italia avrà pagato interessi per ben 1.262,3 miliardi di euro.

E’ stato e sarà tutto assolutamente inutile: dalla messa in sicurezza dei conti pubblici nel 2008 al decreto “Salva Italia” del 2011, dal Fiscal Compact al Qe ed al PEPP della Bce, fino al Recovery Fund della UE.

Il Deficit italiano?

Né Buono, né Cattivo… ma Inutile!

Non finanzia investimenti, né spesa corrente, ma solo parte degli interessi sul debito

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