L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 22 giugno 2021

Il Cile rialza la testa dopo cinquat'anni da quando gli statunitensi l'hanno violentato e sottomesso

Non era depressione, era capitalismo
La solidarietà tra rivoltosi è la cura migliore

di Franco «Bifo» Berardi
10 giugno 2021


Pochissimo si parla degli eventi cileni, qui in Europa, terra di soldi e di vaccini. Anzi niente.

Ma una scritta comparsa sui muri di Santiago c’è arrivata.

Dice: No era depresión era capitalismo

È una frase densa di implicazioni: dice che la solidarietà tra rivoltosi è la cura migliore (insieme all’innamoramento e alla poesia) contro la depressione.

Ma dice anche un’altra cosa: che il capitalismo contemporaneo produce depressione.

Ai tempi di Freud, il capitalismo borghese e austero produceva nevrosi.

Ai tempi di Guattari, il capitalismo globale liberista e biopolitico (che Guattari e Deleuze cartografano in anticipo, come Foucault ne La naissance de la biopolitique) era destinato a produrre psicosi schizofrenica, e panico. Così è andata, in effetti: l’accelerazione dell’Infosfera ha prodotto un’intensificazione spasmodica della psicosfera: l’ansia panica è divenuta endemica, e la depressione è dilagata nella mente collettiva.

Ma oggi, ai tempi della pandemia e del collasso ecosistemico, oggi che cosa accade? Da un paio di decenni la depressione ha dilagato nella psicosfera giovanile. Il ciclo di precarietà, competizione, emulazione, umiliazione, l’invasione del tempo mentale da parte di un’eccitazione senza gioia ha agito come moltiplicatore della depressione.

Con depressione intendiamo l’effetto di un prolungato protendersi del desiderio verso un oggetto che sfugge, la caduta del desiderio, l’affievolirsi e lo spegnersi della tensione che dà senso all’esistenza.

Autunno 2019, mentre il grande delirante Joaquin Phoenix del film di Todd Phillips tormentava il nostro immaginario, gli studenti delle città cilene scatenavano il caos nelle strade.

Il 18 ottobre gruppi di giovani entrano nella metropolitana di Santiago senza pagare il biglietto, poi le azioni un po’ folli si moltiplicano, sconvolgendo l’ordine depressivo di quel paese in cui il profitto privato è stato elevato a dogma assoluto della vita sociale da un generale nazista che nel 1980 ha emanato una costituzione che esprime l’essenza del programma liberista e impone la privatizzazione di tutto quel che permette alla società di sopravvivere: la sanità, la scuola, i trasporti, l’acqua.

L’ordine fascio-liberista viene squassato dal caos, poi il caos si ricompone in grandi manifestazioni a cui partecipano milioni di cileni fino alla fine dell’anno. La gigantesca rivolta costringe il governo Pineira a indire un referendum sull’abolizione della Costituzione di Pinochet.

Nel 2021 il Covid19 impazza in Cile per molti mesi, ma la tensione politica non cala, fino a quando il 25 ottobre del 2020 l’82% degli elettori votano per l’abolizione e quindi aprono la strada alla creazione di una Costituente che riscriva la Carta fondamentale.

Il referendum costituente si tiene alfine il 16 maggio del 2021. Vota il 42% della popolazione, e il 70% dei costituenti eletti appartiene alla sinistra e la loro età media è di 42 anni. È una sinistra che ha nomi piuttosto antichi (Partito comunista, Lista del pueblo), ma nasce da un movimento che si esprime in forme inedite e domanda contenuti nuovi.

Qui siamo. Una costituente dichiaratamente anticapitalista, egualitaria, femminista, indigenista, ecologista deve scrivere il programma di una società dell’epoca post-liberista.

Se ci riuscirà non è detto, e in qualche misura dipende da noi.

Per questo dobbiamo conoscere questo evento, dobbiamo diffonderne la notizia, dobbiamo partecipare alla elaborazione dei contenuti che quella situazione richiede.

È un evento di portata eccezionale, che mette in questione il futuro del pianeta, non del solo Cile. Un evento che si può rivelare meramente una controtendenza marginale o emergente, una tendenza minoritaria che emerge in un luogo che sta proprio alla fine del mondo ma può produrre effetti dirompenti nella storia del mondo.

Se consideriamo la storia di quel paese, qualche campanellino si mette a suonare nella nostra testa.

Il Cile non è un posto qualsiasi: è il posto dove, con la brutalità di un colpo di Stato fascista si impose la svolta neoliberale, anticipando la successiva diffusione del verbo thatcheriano. È il posto dove un esperimento socialista era iniziato seguendo tutte le regole del gioco democratico. Un esperimento avanzato sul piano sociale e su quello tecnologico (vedi Il progetto Cybersyn. Cibernetica per la democrazia di F. De Cindio e G. De Michelis, ClupGuide,1980).

È difficile resistere alla tentazione di vedere in questo evento l’annuncio di una chiusura del ciclo neoliberale che si è svolto in alleanza strettissima con la violenza e ha prodotto quella devastazione sociale, psichica e ambientale che oggi ci spinge a vedere un orizzonte di estinzione della civiltà, un precipitare nella barbarie.

Se ci guardiamo intorno è difficile credere che l’assolutismo del capitale sia prossimo a cedere il passo. Per quanto il collasso pandemico sommato al collasso climatico abbiano rivelato il carattere illimitatamente distruttivo del modello che si fonda sulla privatizzazione del comune e sul criterio assoluto del profitto, non sembra affatto che le grandi corporation intendano lasciare il passo a una redistribuzione del reddito. Né sembra che lo psichismo collettivo volga verso forme di convivenza pacifica e solidale. Al contrario.

Il mondo latino, dal Sud America all’Europa occidentale sembra contorcersi verso forme di aggressività nazionalista, o apertamente fascista. Contrariamente a quel che speravano le persone ragionevoli quando la pandemia ha messo a nudo l’assurdità del principio privatistico, il dominio del privato si riconferma sempre più torvo, sempre più aggressivo. Il rifiuto di sospendere i diritti di proprietà sul vaccino dimostrano che l’assolutismo del profitto non si ferma di fronte a nulla.

Il caso italiano lo dimostra in maniera inquietante. Un uomo della Goldman Sachs è incaricato di avviare la ripresa economica riducendo ancora i diritti del lavoro, precarizzando tutto quello che è precarizzabile. Ma dietro di lui si delinea una prossima probabile ascesa del fascio-leghismo.

Nel breve periodo, dunque, l’assolutismo del capitale è destinato a mantenere il suo comando. Ma fino a quando?

Dietro la cortina di fumo delle promesse di recovery si intravvede il caos: precarizzazione, miseria, estrazione forsennata (le promesse di transizione ecologica sono buone per i gonzi: le grandi navi continuano a solcare i canali di Venezia, e l’estrazione di sostanze fossili resta l’asse dello sviluppo malato del continente europeo). Il Mediterraneo si va trasformando in un mare di guerra, e la pressione migratoria non cesserà di turbare i confini terrestri e quelli marini, sempre più simili a un cimitero.

Quella che si scrive a Santiago nei prossimi mesi è una carta che potrebbe servire a orientarci nel caos incombente sull’America Latina, ma anche sull’Europa.

Il caos è disgregazione dell’ordine instabile ma funzionante che ha tenuto insieme la società negli ultimi decenni. Era un ordine depressivo ma funzionante che ora appare prossimo al collasso.

Il caos non è solo disgregazione, è anche magma. Nel magma si agitano convulsamente energie che chiedono un nuovo criterio di interpretazione, un nuovo modello di organizzazione.

Al caos talvolta segue la dissoluzione definitiva di un organismo, ma talvolta al caos succede un’osmosi, un processo osmotico di ricomposizione.

Non possiamo nasconderci la complessità del processo costituente cileno.

Prima di tutto va detto che alcuni considerano il processo costituente come una concessione del potere che ha come scopo reale bloccare la rivolta. In un articolo su La Jornada del 21 maggio («Chile: la convención constitucional puede ser la tumba de la revuelta») Raul Zibechi fa osservare che: «La questione è che, sebbene la destra pinochettista da sola non ha potere di veto, però la somma di questa più socialistei e democristiani, che hanno appoggiato il modello neoliberal-estrattivista invece ce l’hanno. Messi insieme superano il terzo di voti che basta per impedire il cambio».

E anche lo storico Gabriel Salazar su Página12 osserva che, pur essendo fondato l’entusiasmo per il risultato delle elezioni del 16 maggio il processo costituente si svolgerà entro i limiti stabiliti dal ceto politico tradizionale.

Inoltre non è detto che si trovino le risposte alle domande urgenti: come reinventare il rapporto tra sapere, tecnologia e produzione, come reinventare la nozione stessa di ricchezza, di piacere, seguendo il criterio dell’utile collettivo invece di quello dell’accumulazione. E non è detto che il fronte politico di sinistra si mantenga compatto.

In secondo luogo il sistema finanziario internazionale non starà a guardare.

In terzo luogo la casta militare rimane quella che era nei mesi dell’autunno 2019, violenta, aggressiva, in una parola pinochettista.

Ma nonostante tutte le difficoltà che si presentano, quella frase rimane come un’intuizione profonda, che si propone al futuro del mondo, e non del Cile soltanto: «No era depression era capitalismo».

È una frase che segna il risveglio, da un incubo, da una pesadilla.

La pesadilla liberal-fascista che ha messo ogni individuo contro ogni altro, che ha armato ogni popolo contro ogni altro, che ha tolto il piacere concreto alla maggioranza degli esseri umani per promettere una crescita illimitata dell’astratto monetario.

Non sottovalutiamo il fatto che la pandemia agisce e agirà nel prossimo futuro come un moltiplicatore della depressione.

Distanziamento, isolamento, paura, sensibilizzazione fobica al corpo dell’altro, alle labbra, alla pelle, al sesso. Cautela, colpevolizzazione, caduta del desiderio: se queste condizioni prodotte dall’isteria pandemica (alimentata dai media, sfruttata da Big Pharma) si intrecciano con l’aumento della miseria, della disoccupazione, dell’ineguaglianza economica (come sta accadendo scandalosamente) allora possiamo starne certi: una pandemia di depressione si abbatterà sul pianeta, e soprattutto sulle nuove generazioni, quelle che hanno imparato più parole da una macchina che dalla voce della madre, quelle che sono state più colpite dal distanziamento anche se il contagio era meno pericoloso per loro.

La metafora psicoanalitica del ciclo panico-depressione esprime adeguatamente il presente perché non è solo una metafora, ma è la sostanza di cui è fatto il processo di soggettivazione sociale.

Nel ventesimo secolo abbiamo già visto quali sono gli effetti politici della depressione di massa. La relazione tra umiliazione, depressione e genesi del fascismo spiega quel che accadde nella prima metà del secolo passato.

Gli italiani entrarono proditoriamente ed inutilmente nella prima guerra mondiale, e credettero di poter godere dei risultati della vittoria dei loro tardivi alleati (non quelli originari, Austria e Germania, che l’Italia tradì per stare dalla parte dei vincitori). Ma a Versailles i tardivi alleati trattarono gli italiani come parenti poveri, o peggio come infidi opportunisti, e gli italiani la presero male: Sonnino se ne andò in lacrime da Versailles e le folle dei reduci gridarono alla vittoria mutilata, e Mussolini curò la loro depressione con un’onda di violenza e di arroganza.

In Germania la depressione lavorò per un intero decennio nella psiche di un popolo umiliato. Keynes lo aveva avvertito, nel suo libro Le conseguenze della guerra: non umiliate i tedeschi, aveva detto, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. Non lo ascoltarono, imposero sui tedeschi un’umiliazione depressiva, e le conseguenze furono più catastrofiche di quanto lo stesso Keynes potesse immaginare.

La genesi del fascismo è, tra le altre cose, una reazione isterica contro il senso di impotenza, contro l’umiliazione e la depressione.

Occorre trovare una terapia alla depressione che sia alternativa al nazionalismo, al razzismo, al linciaggio e alla guerra.

L’insurrezione è stata la terapia nel Cile del 2019.

Ma ora occorre trovare la chiave per sbrogliare la matassa degli automatismi che impediscono una forma sociale diversa da quella fondata sullo sfruttamento e l’estrazione illimitata, una forma dell’attività sociale libera ed economicamente egualitaria.

In Cile si sta cercando quella chiave.

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