L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 28 giugno 2021

Imporre il Pensiero Unico è l'unico pensiero ideologico di Euroimbecilandia

GENDER, UE vs UNGHERIA/ Se Bruxelles ha a cuore la libertà, perché tace sul ddl Zan?

Pubblicazione: 28.06.2021 - Augusto Lodolini

L’aggressione ideologica dell’Ue all’Ungheria sulla questione del gender è un segno evidente della natura neo-totalitaria dell’Unione Europea

Viktor Orban, primo ministro dell'Ungheria (LaPresse)

C’era una volta un regime molto totalitario che, in nome dell’uguaglianza, aveva imposto a tutti di vestire nello stesso modo, senza gradi o segni che potessero indicare una superiorità. Sotto questa uguaglianza esteriore, anche alla Cina maoista poteva applicarsi la frase ormai famosa della Fattoria degli animali di Orwell: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. Pur tuttavia, in questa esasperata ricerca di uguaglianza, neppure nella Cina di Mao ci si azzardò a eliminare le differenze tra uomo e donna, così come non lo si fece sotto la dittatura bolscevica.

È quanto, invece, si sta tentando in quell’altra “Fattoria degli animali” che è l’Unione Europea, come dimostra l’attuale assalto all’Ungheria sulla questione del gender. Chiamarlo genere forse renderebbe la questione più aderente alla realtà e potrebbe, per l’appunto, ingenerare qualche dubbio in più. L’omosessualità e il cambiamento di genere hanno forti connotati anche culturali, oltreché oggettivi, che non possono non aver riflessi sulle leggi che li regolano. La pretesa che si tratti di diritti naturali è del tutto astratta o ideologica, magari strumentale ad altri obiettivi. Nella maggior parte degli ordinamenti, ma credo in tutti, il cambiamento del proprio nome è sottoposto a rigide procedure. Al contrario, si proclama che dovrebbe essere lasciato al libero arbitrio individuale il cambiamento di sesso o la sua autodeterminazione, magari secondo le preferenze o comodità del momento.

Evidentemente, non è in discussione la protezione, da minacce ed attacchi ingiustificati, di chi fa queste scelte, ma, come dimostra il dibattito sul disegno di legge Zan, esistono già leggi in tal senso, che basterebbe rivedere e rimodulare, se necessario. Da quanto sta succedendo, traspare invece la volontà di imporre un pensiero unico, basato sulla formulazione aprioristica di diritti considerati naturali e inviolabili: l’aborto e l’autodeterminazione del proprio sesso, con tutto ciò che ne deriva. Strano che non sia evidente la contraddizione intrinseca nel considerare naturale ciò che non è, come l’uccidere un essere umano nel ventre della madre o trascurare una palese diversità fisica, che non può essere ridotta a un puro schema psicologico, né tanto meno a una egocentrica volontà.

Su queste basi totalitaristiche, l’Ue sta cercando di imporre una legislazione universale agli Stati membri, minacciandone l’espulsione se non aderiscono, come nel caso dell’Ungheria. Affermare che la legge approvata a Budapest sia contraria allo stato di diritto è solo un segno di prevaricazione, tentativo di imporre con il ricatto il suddetto pensiero unico. Che la scelta sul proprio sesso possa essere soggettiva è una posizione completamente ideologica, che può essere riconosciuta a persone adulte qualora venisse accettata da una maggioranza parlamentare; lasciando però libero di dissentire chi non condivide tale posizione. Nello stesso senso, se una maggioranza parlamentare prende una decisione diversa, come nel caso ungherese, deve rimanere libera di farlo, salvaguardando anche in questo caso i diritti di chi non concorda. Nel caso specifico, la legge ungherese prevede il divieto di insegnamento delle nuove dottrine nelle scuole, rispettando così il diritto delle famiglie all’educazione dei propri figli. Proprio l’attacco a questo punto dimostra che Bruxelles non sta difendendo dei diritti, ma spingendo per un indottrinamento che ricorda i peggiori regimi totalitari.

David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, ha colto al balzo l’occasione per un momento di notorietà, ma dovrebbe spiegare meglio come la legge ungherese violi l’Articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea. Nell’articolo si parla di “…rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze”, ma la difesa dei diritti di una minoranza non comporta che essi prevalgano su quelli della maggioranza.

Forse, dovrebbe preoccuparsi anche per quanto sta accadendo in Italia, dove con il ddl Zan si evidenzia il rischio contrario: che la decisione di una maggioranza sia restrittiva dei diritti di espressione e comportamento della minoranza. Ma ciò non sembra interessare gli illuminati vertici di Bruxelles e dintorni.

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