L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 28 giugno 2021

La lotta tra il Progetto Criminale dell'Euro e l'Evoluzione di Euroimbecilandia entra nel vivo. Ricordiamo che o vince uno schieramento o l'altro i diritti dei popoli verranno sempre più compressi, l'unica soluzione è uscire fuori dall'Euro

Se Draghi diventa Drago (Ivan): il pugno incassato a Bruxelles ha lasciato il segno

27 Giugno 2021 - 17:29

Unione bancaria e immigrazione, un uno-due degno di Rocky quello patito dal premier al Consiglio Europeo. Figlio legittimo di due eccessi di fiducia in se stesso, risultati però indigesti ai falchi


Qualcosa si è rotto. Non in maniera irreparabile. Ma il vaso non tornerà più come prima, la crepa rischia di rimanere impercettibilmente visibile. Mario Draghi ha subito una mutazione negli ultimi due giorni, un declinare in forza d’impatto che con un gioco di parole lo ha visto perdere lo status del plurale: da Draghi è divenuto Drago. Inteso come Ivan, il pugile russo avversario di Rocky nel quarto episodio della saga. Imbattibile, sulla carta. Risoluto fino alla spietatezza nel perseguire il risultato, fisicamente esorbitante. Una macchina da guerra e da vittorie.

Poi, un gancio bene assestato gli apre una ferita sul sopracciglio. Lo fa sanguinare. Lo scuote. Perché lo riporta alla realtà: non è invulnerabile. Mario Draghi ha dissimulato bene in conferenza stampa ma il colpo patito al Consiglio Europeo lo ha sentito. Un uno-due micidiale, capace di stendere un toro. Unione bancaria e immigrazione, 2 a 0 per i falchi. Palla al centro. Anzi, tutti a casa. La partita è finita. Non il campionato, quello è ancora lungo. Ma ora la strada sembra in salita. Il presidente del Consiglio italiano ha pagato a caro prezzo due eccessi di fiducia in se stesso.

Primo, il continuo richiamo a un Patto di stabilità che tornerà in vigore ma decisamente cambiato rispetto al passato. Secondo, l’azzardo sulla natura strutturale e permanente di parte del Recovery Plan. Non nuovo, in effetti. Ma decisamente più ufficiale nella percezione, se ribadito in presenza di Ursula Von der Leyen, come accaduto a Roma subito prima dell’assise europea. Non a caso, da quel momento Mario Draghi ha assunto un tratto marcato e grave nel suo ciclico evidenziare come la pandemia non sia affatto battuta e come la ripresa sia messa a rischio dalle varianti. In tal senso, supportato dal controcanto di Christine Lagarde. Qualcuno non ha gradito la sua fuga in avanti, quando ancora i primi fondi del Next Generation Eu nella sua versione originaria - e quindi, emergenziale e temporalmente limitata - non sono stati erogati.

Non è un caso che a Bruxelles, il presidente del Consiglio abbia trovato ad accoglierlo un muro. Alto. E rinforzato da un’anima di acciaio sotto il cemento. Sull’unione bancaria, il fronte del Nord guidato dalla Germania è stato risoluto come non accadeva da tempo. Stranamente, poiché il tema non era certo in cima alla lista delle priorità. Lo è diventato, invece. Costringendo l’ex numero della Bce a una dichiarazione alla stampa che, per la prima volta, è apparsa fra l’imbarazzato e il forzatamente difensivo: Meglio nessun accordo che uno con termini per noi inaccettabili. Parole taglianti, destinate a loro volta a inviare un messaggio di disagio e fastidio ai falchi. Ma, appunto, parole che equivalevano al taglio sul sopracciglio di Ivan Drago.

Poi, l’immigrazione. Altro tema di fondamentale importanza per l’Italia, non fosse altro per il numero di sbarchi in atto da settimane e per la stagione turistica ormai aperta e che già deve fare i conti con gli stop-and-go della coda pandemica. Anche in questo caso, colpito e affondato. Dall’Europa tante belle parole di solidarietà e condivisione per l’Italia, promesse per un approccio maggiormente collegiale al problema. Ma tutto rimandato all’autunno, quando sarà il meteo a giocare a favore di un affievolimento del fenomeno. Per ora, Lampedusa resta problema italiano. Italianissimo. Soprattutto, alla luce di quanto stava accadendo in contemporanea per le strade di Würzburg. Se un risultato simile lo avesse incassato il governo Conte, la Lega avrebbe minacciato la presa del Palazzo d’Inverno. Oggi è bastato il do ut des con la paradossale riapertura delle discoteche per placarne gli istinti.

Mario Draghi non ha perso lucidità, né si è lasciato lusingare dai continui e omni-partisan attestati di stima che sta ricevendo, non si stava cullando sugli allori: semplicemente, ha bisogno di correre e dettare l’agenda sui ritmi italiani. E non europei. Ovvero, lo spartito di un Paese che deve fare i conti - già oggi - con un’insostenibilità strutturale dei conti che tornerà potenzialmente oggetto di re-pricing di mercato, una volta battuto il virus e archiviato il Pepp. E per quanto la cortina fumogena generata dal Ddl Zan e la querelle sulla genuflessione dei calciatori della Nazionale stiano garantendo distrazione di massa alle criticità reali sottostanti, la manifestazione dei sindacati di ieri ha sortito l’effetto di un altro gancio al corpo. Meno devastante del colpo patito a Bruxelles ma decisamente in grado di tagliare il fiato.

Il tempo comincia a stringere, occorre prendere decisioni che ormai sono all’orizzonte sul blocco dei licenziamenti. Tre giorni. Ma occorre farlo con un bilancino sempre più starato: se infatti il rischio di frattura sociale e contrapposizione con i corpi intermedi è alto, dall’altro l’Europa ha già dato il suo giudizio in merito. Stop alla moratoria, crea disparità fra lavoratori. In sottofondo, la litania ormai nota e familiare del risorgere e riproporsi continuo dell’emergenza: si riapre ma attenzione alla variante, altrimenti zone rosse mirate; ci si toglie la mascherina ma con il rischio di doverla rimettere a breve; in vacanza sì ma solo con la seconda dose somministrata. E poi, in tal senso, la necessità di bruciare le tappe e trovare altrove le dosi che il generale Figliulo ha già certificato verranno a mancare nel mese di luglio.

A quale porta bussare? Quella tedesca. Come già fatto nel bilaterale con Angela Merkel, prima del Consiglio Europeo del quasi ko. Attenzione, quindi, ad archiviare l’Europa della Mutti con troppa fretta. Il ritorno alle regole europee del Patto di stabilità avverrà presumibilmente nel 2023, quando si tornerà alla normalità e ci saremo lasciati la pandemia di Covid-19 alle spalle, ha dichiarato ieri Margrethe Vestager, commissaria europea per la Concorrenza, a Sky Tg24. Senza citare minimamente possibili cambi di impostazione. E poi, oggi, il sondaggio settimanale Insa per la Bild am Sonntag in vista delle voto legislativo tedesco del 26 settembre: la CDU amplia ancora il suo margine di vantaggio sui Verdi, restando attestata al 28% contro il 19% degli ambientalisti, scivolati di un altro punto percentuale e ormai quasi raggiunti dalla Spd con il suo 17%.

Chi sperava in una rivoluzione green che tramutasse Berlino in motore di un politica espansiva tout court, deve rivedere i propri piani. Il Pepp, molto probabilmente, resterà in vigore fino a tutto il marzo prossimo. E altrettanto probabilmente, vedrà il board mettere in campo anche l’envelop. Magari non all’unanimità, come già accaduto per l’aumento del ritmo degli acquisti anche per il terzo trimestre. L’esplosione del focolaio di studenti in Spagna, poi, potrebbe addirittura armare in tal senso la mano al board Bce già nella sua riunione del 22 luglio. Ma il voto tedesco opererà da spartiacque e la prova di forza al Consiglio Europeo ne è stata lo spoiler. Da quel momento, deroghe ed emergenze rientreranno nel loro alveo ontologico.

La variante Delta rappresenta l’ultimo intervallo di creatività contabile per i governi maggiormente indebitati, il tempo supplementare di un’enorme bolla di laissez-faire finanziario cominciata ad espandersi nel marzo 2020 e giunta oggi al massimo livello di tensione. Nessuno può permettersi un altro 2011, Germania in testa. Quantomeno, non prima del voto. Ma quelle barricate erette con determinazione degna di miglior causa sul nodo delle detenzioni bancarie di debito sovrano parla una lingua chiara: altro che Recovery Plan strutturale, si torna a mettere in discussione il doom loop fra Tesoro e sistema creditizio.

Quella è la base di partenza, la stessa che si sperava archiviata nell’autunno del 2017, quando l’allora presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, smise la casacca dell’imparzialità di ruolo e sventolò il tricolore dell’interesse particolare. Tutt’intorno, poi, nodi strutturali da sciogliere. In primis, la vicenda Monte dei Paschi. Mario Draghi ha ragione, l’orizzonte non è roseo come sembra. Non illudiamoci.

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