L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 20 giugno 2021

La protezione dei dati è un diritto fondamentale dell'individuo

Il vezzo della privacy

19 giugno 2021
Simone Fontana

Con un provvedimento correttivo pubblicato lo scorso 9 giugno, il Garante della Privacy ha evidenziato alcune criticità riscontrate sull’app Io, la piattaforma di raccordo tra pubblica amministrazione e cittadini gestita dalla società partecipata dallo stato PagoPa. Tra le motivazioni esposte dall’autorità italiana per la protezione dei dati personali spicca la presenza di tre tracker non disattivabili, strumenti utilizzati per monitorare il comportamento dell’utente e in grado di trasmettere alcuni dati personali a terze parti. Come ha spiegato il Garante, quelli offerti da Io sono “servizi con dati molto sensibili”, che attualmente vengono trasferiti “verso paesi non europei come Usa, India, Australia”. Il tutto “senza che gli utenti ne siano stati adeguatamente informati e abbiano espresso il loro consenso”. Per effetto di una sentenza pronunciata a luglio 2020 dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea, i dati raccolti sul territorio comunitario non possono essere trasferiti verso paesi terzi che non rispettino gli standard di adeguatezza contenuti nel Gdpr, il regolamento europeo sulla protezione dei dati.

Il provvedimento ha scatenato un certo fermento tra esponenti e commentatori della politica, dal momento che l’app Io rappresenta un tassello centrale nella strategia con cui il governo ha intenzione di affrontare la fase post-pandemica: la piattaforma era infatti stata scelta come canale preferenziale per il rilascio del cosiddetto digital green pass, il documento studiato dall’Unione europea per agevolare la libera circolazione delle persone vaccinate, guarite da Covid-19 o risultate negative a un recente test diagnostico.

Questa circostanza ha prodotto la pronta reazione del ministero per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale guidato da Vittorio Colao – che con un comunicato stampa del 10 giugno ha parzialmente smentito le conclusioni del Garante, pur confermando implicitamente la presenza di tracker sull’applicazione – ma anche le reazioni di Carlo Cottarelli e Carlo Calenda, che hanno puntato il dito contro l’autorità garante definendola rispettivamente “un ostacolo” e “un assurdo intoppo burocratico”.

screenshot: Carlo Calenda/Twitter

Le criticità dell’app Io saranno certamente risolte e il green pass sarà in ogni caso disponibile attraverso altri canali (il sito web della Piattaforma nazionale-Dgc, il fascicolo sanitario elettronico e l’app Immuni), ma l’attacco frontale all’istituto della protezione dei dati potrebbe non essere altrettanto reversibile. Anche perché più o meno nelle stesse ore, il Garante ha dovuto incassare le critiche del direttore dell’Agenzia delle entrate Ernesto Maria Ruffini e del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che hanno attribuito ai paletti imposti dalla privacy i fallimentari risultati conseguiti nel campo della fatturazione elettronica e della lotta all’evasione fiscale.

La stretta attualità internazionale ci insegna invece che la privacy è tutt’altro che un inutile orpello e che i dati – soprattutto quelli raccolti nel corso di un’emergenza sanitaria globale – sono un bene prezioso e quanto mai delicato. La storia più significativa sotto questo punto di vista arriva dalla Cambogia, dove l’ambasciatore cinese a Phnom Penh ha richiesto l’accesso ai dati raccolti attraverso Stop Covid-19, l’app di tracciamento cambogiana lanciata lo scorso mese di febbraio per far fronte agli effetti della pandemia.

L’allarme circa la vulnerabilità dell’applicazione era stato lanciato già ad aprile dall’organizzazione non governativa Human Rights Watch – che aveva sollevato “serie preoccupazioni” sull’intrusività dei dati raccolti dallo strumento, che avrebbero potuto “mettere in pericolo attivisti e critici del governo” – ma il rischio si è concretizzato solo negli ultimi giorni.

La Cambogia è generalmente considerata un paese non democratico, dove da oltre 30 anni il potere è gestito dal Partito popolare cambogiano (che al momento detiene tutti i 125 seggi del parlamento nazionale) e l’influenza cinese si fa sentire soprattutto nell’economia, grazie ai quasi 8 miliardi investiti negli ultimi 4 anni – il 35% del totale investito dal paese del sud-est asiatico. Con questi presupposti, difficilmente la Cambogia potrà resistere alle pressioni di Pechino, che nei mesi scorsi aveva già provato – senza successo – ad accedere al database aggregato dall’altrettanto invasiva app di tracciamento tailandese.

La situazione politica dell’Italia non è certamente paragonabile a quella della Cambogia e le criticità sollevate in queste ore dal Garante sono ben lontane dal mettere in pericolo vite umane. Ma quello della protezione dei dati è un diritto fondamentale dell’individuo, affidato a un’istituzione terza per assicurare indipendenza a un esercizio troppo prezioso per essere assoggettato alla volontà della politica. Considerare la privacy un ostacolo all’intervento dello stato e sollecitare azioni di riforma non aprirà nuovi spazi di libertà: rischia semmai di restringere quelli che diamo oggi per scontati.


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