L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 13 giugno 2021

L'arroganza statunitense è infinita. Prima rompono unilateralmente accordi internazionali e poi rimproverano all'altro contraente che non rispettano i medesimi accordi che loro per primo hanno stracciato


11 GIUGNO 2021

Nonostante le elezioni in Iran siano ormai alle porte – previste per il 18 giugno prossimo – i colloqui sul nucleare a Vienna proseguono, ma si allungano ombre sulla possibilità di trovare un accordo in tempi brevi. Durante una cruciale riunione del consiglio dell’Aiea (Agenzia Internazionale Energia Atomioca) nella capitale austriaca, gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran di aver violato l’accordo sul nucleare che i negoziatori statunitensi stanno cercando di ripristinare. Come riportato da Fox News, la delegazione di Washington ha affermato, in una nota, che “dall’ultima riunione di questo consiglio, l’Iran ha anche superato i limiti del Jcpoa arricchendo l’uranio al 60%”.

Il direttore generale dall’Agenzia, Rafael Grossi, ha lanciato un avvertimento simile. “Le mie aspettative su questo processo, ovviamente, non sono state soddisfatte”, ha affermato, aggiungendo che “abbiamo un Paese che ha un programma nucleare molto sviluppato e ambizioso, che sta arricchendo uranio a livelli molto alti, molto vicini al livello di fabbricazione di un’arma”. Grossi ha anche detto che non è più possibile affermare con certezza che l’Iran non stia cercando di ottenere armi nucleari, rimproverando Teheran per non aver risposto alle domande sulla scoperta di particelle di uranio in ex siti nucleari non dichiarati.

“Il governo iraniano ha ribadito la sua volontà di impegnarsi, collaborare e fornire risposte”, detto ancora Grossi “ma non l’hanno fatto finora. Quindi spero che questo possa cambiare, ma mentre parliamo, non abbiamo avuto alcun progresso concreto su nessuna delle questioni”. Scaduto il 22 maggio l’accordo preliminare tra Aiea e Iran che garantiva un livello accettabile di verifica sulle attività atomiche, l’agenzia ha deciso di estendere il monitoraggio per un mese fino a dopo le elezioni presidenziali iraniane, mentre i negoziatori stanno cercando di elaborare un nuovo accordo sul nucleare.

Ma nuovi ostacoli si frappongono sulla sesta tornata di colloqui, iniziati il 10 giugno. Immagini satellitari scattate lo scorso ottobre sembrano mostrare attività di occultamento in una struttura iraniana precedentemente identificata come un sito in cui Teheran era accusata di produrre un componente chiave per il suo programma nucleare.

Le riprese, effettuate da Maxar Technologies e analizzate dalla società di intelligence privata israeliana The Intel Lab e dall’Institute for Science and International Security di Washington, mostrano camion e lavori di sbancamento che si svolgono a Sanjarian, una piccola città distante circa 40 chilometri dalla capitale iraniana. Questo sito è collegato alle attività del centro per la ricerca e l’espansione delle tecnologie sulle esplosioni e l’impatto (Metfaz), che è un sussidiario del Spnd (Sazman-e Pazhouheshhaye Novin-e Defa’i) o organizzazione per l’innovazione e la ricerca difensiva (precedentemente nota come Amad), che è coinvolta nella costruzione di armi nucleari.

Secondo documenti ottenuti dall’agenzia di spionaggio israeliana Mossad nel 2018, nel sito di Sanjarian si effettuano test riguardanti la generazione di onde d’urto, un passaggio chiave nella miniaturizzazione delle armi nucleari. La struttura di Sanjarian era stata chiusa nel 2003 secondo Teheran, ma l’intelligence israeliana sostiene che le ricerche siano continuate in segreto. Ufficialmente sappiamo che sono stati condotti 136 test in sette mesi tra il 2002 e il 2003 nelle due camere di scoppio del sito.

In seguito al furto della documentazione da parte di Israele, le attività sono ricominciate nel sito nucleare dove gli scavi sono continuati fino a gennaio 2021. Nelle vicinanze del vecchio sito, che è stato apparentemente demolito e sepolto, è stata costruita una nuova struttura, con un edificio a tre piani e un muro di cinta. Secondo alcuni analisti quanto fatto recentemente dagli iraniani a Sanjarian è volto a coprire le tracce della passata attività segreta rivelata dal Mossad: non sembra essere un caso, infatti, che i lavori siano stati fatti all’avvicinarsi delle ispezioni dell’Aiea. Tutto ciò che è visibile dal satellite ora sono segni di scavo e nuove trincee, secondo l’analisi delle immagini di Intel Lab.

I colloqui per un nuovo accordo sul nucleare iraniano subiscono una scossa quando sembrava che si potesse raggiungere un’intesa tra le parti. Il segretario di Stato Antony Blinken ha detto al Congresso che “non sappiamo, in questa fase, se l’Iran è disposto e in grado di fare ciò che dovrebbe fare per tornare in regola”, aggiungendo “prevedo che anche in caso di ritorno alla conformità con il Jcpoa, rimarranno in vigore centinaia di sanzioni, comprese quelle imposte dall’amministrazione Trump. Se non sono incompatibili con il Jcpoa, rimarranno a meno che e fino a quando non ci saranno cambiamenti nell’atteggiamento dell’Iran”.

Di parere diverso il delegato russo, Sergey Ryabkov, che in una dichiarazione alla Tass di mercoledì ha riferito che non ci sono problemi nei negoziati e che il lavoro sul documento finale riprenderà nel prossimo futuro. “I negoziati hanno preso slancio. Ci sono buone probabilità che il lavoro su quello che può essere definito un documento finale riprenderà a giorni. Non vedo ostacoli insormontabili su questa strada, in particolare difficoltà derivanti dalla situazione interna in Iran prima delle elezioni. La nostra delegazione lì (a Vienna n.d.r.) sta lavorando per accelerare i progressi verso il risultato finale”, ha detto Ryabkov.

Secondo la Russia, quindi, non ci sono ragioni per ritardare il buon esito dei colloqui, nonostante la delegazione di Mosca sia cosciente che esistono “questioni irrisolte” che però non sarebbero “troppe”, e soprattutto sono tutte “molto chiare”. Per il Cremlino bisogna quindi trovare l’equilibrio ottimale tra gli interessi delle parti in causa e la formula finale su cui mettersi d’accordo, ma quanto emerso recentemente potrebbe rovinare il clima di fiducia che a fatica si stava cercando di stabilire.

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